Ecologia http://www.coscienzeinrete.net Sun, 16 Dec 2018 04:02:07 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it I gruppi assicurativi cominciano a disinvestire dal carbone http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3376-i-gruppi-assicurativi-cominciano-a-disinvestire-dal-carbone http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3376-i-gruppi-assicurativi-cominciano-a-disinvestire-dal-carbone

È uscito l'ultimo rapporto della rete Unfriend Coal sugli investimenti dei gruppi assicurativi nel carbone. I dati dicono che anche questi colossi stanno iniziando a disinvestire dai progetti e dalle infrastrutture che utilizzano questa fonte fossile terribilmente inquinante.

Carbone

La rete Unfriend Coal ha diffuso il suo ultimo rapporto sugli investimenti delle compagnie assicurative nel comparto carbonifero.

Il rapporto esamina e classifica le ventiquattro maggiori compagnie assicurative mondiali valutando le loro politiche in materia di investimenti, copertura dei rischi e altri aspetti legati all’azione climatica, con un focus sugli investimenti sul carbone. Per realizzare il report, la rete Unfriend Coal si è basata su informazioni disponibili pubblicamente e sulle risposte date dalle stesse società a un questionario.

Ad oggi, diciannove marchi assicurativi, che in totale gestiscono asset per 6 mila miliardi di dollari, hanno iniziato a disinvestire dal carbone. Nel solo 2018, quattro dei più grandi gruppi assicurativi mondiali - ovvero Generali, Allianz, Axa e Zurich - hanno introdotto nuove restrizioni alla sottoscrizione di assicurazioni di progetti carboniferi.

Generali, che nella precedente edizione del rapporto era risultata essere tra i peggiori marchi europei, migliora notevolmente la propria posizione, grazie alle nuove restrizioni approvate poche settimane fa, a seguito dell’intensa campagna di pressione condotta da Greenpeace e Re:Common.

In materia di underwriting - ovvero la copertura dei rischi di progetti e società a carbone - c'è chi si distingue per aver adottato le policy più restrittive e quindi efficaci del settore, superate solamente da quella della Svizzera SwissRe.  Il limite principale, nel caso del Leone di Trieste, riguarda i clienti esistenti, come la Polacca PGE e la Ceca CEZ, a cui Generali continuerà a fornire il proprio supporto, almeno fino ad inizio 2019, quando la compagnia triestina deciderà se interrompere i propri rapporti commerciali con tali società carbonifere.

Meno positivi i risultati sul lato investimenti, dato che Generali investe ancora nel settore del carbone in paesi come Polonia e Repubblica Ceca, offrendo così risorse finanziare alle società più inquinanti d’Europa.

«In questo scenario anche gli attori finanziari possono fare la differenza nella lotta ai cambiamenti climatici e hanno il dovere di farlo», ha dichiarato Alessandro Runci di Re:Common.   «In Polonia ci sono alcuni degli impianti più inquinanti d’Europa, e sono quelli che chiediamo a Generali di abbandonare al più presto.»

Scarica il report

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/i-gruppi-assicurativi-cominciano-a-disinvestire-dal-carbone

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Fri, 14 Dec 2018 10:46:34 +0000
Il 21 enne che ha piantato 15 miliardi di alberi e punta al trilione per salvare il pianeta http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3375-il-21-enne-che-ha-piantato-15-milioni-di-alberi-e-punta-al-trilione-per-salvare-il-pianeta http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3375-il-21-enne-che-ha-piantato-15-milioni-di-alberi-e-punta-al-trilione-per-salvare-il-pianeta

felix 3Felix Finkbeiner, ha 21 anni, e da quando ne ha 9 ha iniziato quella che è la sua passione più grande,
salvare il pianeta piantando alberi, e riforestando la terra.

Inizia tutto in quarta elementare, quando la maestra assegna a tutti il compito di fare una ricerca sul cambiamento climatico, Felix passa tutto il weekend a fare ricerche e resta particolarmente scosso, fino a che si imbatte nel progetto di riforestazione globale dell’ambientalista e vincitrice del premio Nobel per la Pace Wangari Muta Maathai, che aveva contribuito a piantare 30 milioni di alberi in Kenya in 30 anni.

A soli 9 anni Felix parla alla sua classe, poi al preside e alla sua scuola, dopo poche settimane la scuola decide di assecondare il progetto del ragazzo, e piantare il primo albero. Da lì, altri istituti coinvolti nel progetto decisero di entrare a farne parte, creando un progetto cittadino di cui molte scuole diventano sostenitrici

“Era il 2007, e dopo solo un anno ne avevamo piantati 50 mila. Nel 2011 abbiamo sfondato quota 1 milione, rimanendo solo in Germania“.

Così Felix fonda l’associazione Plant for the Planet, una Ong istituita per tutelare e rafforzare le foreste della terra, e che un albero alla volta, in più di 10 anni ha riforestato la terra piantando 15 miliardi di alberi...e punta e piantarne un trilione nei prossimi anni.

felix 2Dalle donazioni private, agli eventi pubblici, il coinvolgimento di grandi imprese, multinazionali e autorità politiche, l’associazione inizia a farsi conoscere e Feliz si ritrova, a poco più che 10 anni, a parlare del suo progetto di fronte al Parlamento Europeo e a prendere parte al Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.

Arrivano poi le Plant-for-the-Planet Academies, eventi organizzati in molte parti del mondo con 67 mila persone che partecipano per studiare e trovare soluzioni ai cambiamenti climatici.

Intanto Felix porta avanti sia i suoi studi, che la vita da attivista, fonda un movimento globale per la riforestazione del pianeta e prende una laurea in Relazioni internazionali a Londra. Felix sta continuando i suoi studi in Svizzera, con un Phd a Zurigo in Ecologia e Scienze Ambientali.

Mentre in veste di fondatore di Plant for the Planet ha appena partecipato al 9° forum internazionale sull'alimentazione e la nutrizione, organizzato il 27 e 28 novembre dal Barilla Center for Food & Nutrition.

Felix ha raccontato che un albero è in grado di assorbire tra i 10 e i 20 kg di Co2 all’anno, dato l’elevato livello di inquinamento prodotto dall’uomo a livello globale il progetto non poteva rimanere chiuso nei confini tedeschi, doveva diventare un progetto mondiale.

E così è stato, un progetto nato a scuola dall’impegno di un bambino di 9 anni si è trasformato in un movimento globale, ma siamo solo all’inizio.

Quest’anno Felix ha lanciato la sfida più grande, la “Trillion tree campaign”, partita quest’anno: punta a piantare un trilione di alberi nei prossimi 30 anni per riforestare il pianeta.

Un numero che ha dietro una precisa logica: corrisponde alla quantità massima di alberi che possono essere piantati ancora sulla Terra facendo riferimento al lavoro pubblicato su Nature dal Dr. Tom Crowther dell’Università di Yale.

"Piantare nuovi alberi servirà anche a combattere la desertificazion e a rendere l’agricoltura più efficace grazie all’agroforestazione. Inoltre, questi regolano il ciclo dell’acqua e rendono il suolo più produttivo, proteggendo anche la nostra biodiversità”, spiega Felix, che entro la fine dell’anno lancerà una piattaforma web in cui tutte le organizzazioni che combattono la deforestazione nel mondo potranno condividere dati, ricerche e mostrare il proprio lavoro, i propri obiettivi ed unirsi per combattere contro la desertificazione del nostro pianeta.

Insomma, si parla spesso di giovani un po' spenti e senza tante idee, Felix Finkbeiner dimostra invece come tanti di loro hanno ancora voglia di fare, e che portano avanti progetti che possono veramente salvare il mondo.

Fonte:
http://www.positizie.it/2018/12/10/il-21-enne-che-ha-piantato-15-milioni-di-alberi-e-punta-al-trilione-per-salvare-il-pianeta/?fbclid=IwAR1FLThPTtXuEf6c_SnwmwVvBKYWvbPrasRUzgEJVioVbHOSgJp8a2jzaww

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Fri, 14 Dec 2018 07:53:52 +0000
I dottori gli danno 4 mesi di vita. Decide di risanare un torrente inquinato e vive per altri 27 anni. http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3374-i-dottori-gli-danno-4-mesi-di-vita-decide-di-risanare-un-torrente-inquinato-e-vive-per-altri-27-anni http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3374-i-dottori-gli-danno-4-mesi-di-vita-decide-di-risanare-un-torrente-inquinato-e-vive-per-altri-27-anni

johnbeal1Dopo aver subito tre attacchi di cuore, a John Beal venne detto che stava per morire. Decise di usare il resto della sua vita per ripulire Hamm Creek, un emissario del fiume Duwamish. Era così inquinato che l'acqua era gialla.

Quella decisione cambiò il corso della vita di John e trasformò Hamm Creek.

Quando John Beal tornò a casa dalla guerra del Vietnam "sembrò un po' perso, non ricevette un benvenuto da un eroe", racconta sua figlia Liana.

Si stabilì a Seattle con la sua famiglia e in un anno ebbe tre attacchi di cuore.

"Sono finito all'ospedale", raccontò John in una vecchia intervista, "e mi è stato diagnosticato un tumore. Sono andato dal mio medico e lui ha detto: 'Sì, hai circa quattro mesi di vita, e sarà una morte molto dolorosa. Ti consiglio di avere un hobby.'"

Raggiunse così Hamm Creek.  Secondo Liana, il padre "semplicemente si sedde e contemplò, cercando di capire cosa avrebbe fatto"...

"Mentre era seduto lì", continua Liana, "vide come era inquinato. Era vicino a un sito di fognatura e c'erano molti detriti ".

Liana ricorda quando la sua famiglia si trasferì lì per la prima volta, i bambini li avvertivano di non andare al fiume o avrebbero avuto delle eruzioni cutanee. Quando c'era poca acqua, potevano vedere macchine, frigoriferi, lavatrici e pesci morti.

Liana racconta: "Pensò, beh, ho fatto un sacco di danni in Vietnam, quindi perché non ripulire dove sono ora prima che io muoia?"

John iniziò rimuovendo la spazzatura sparpagliata nella piccola porzione del torrente in cui poteva arrivare. Ma non riusciva a ripulire il resto del torrente perché scorreva attraverso dei tubi sotterranei. La mancanza di acqua libera distrusse tutta la vita animale intorno al torrente, e le tubature metalliche diventarono troppo calde perché il salmone potesse attraversarlo.

Hamm Creek era vicino alla morte come John Beal.

Il problema di ripulire un fiume è che per ogni passo che fai, nasce un nuovo ostacolo. John rimosse la spazzatura, poi realizzò che avrebbe dovuto rimuovere i tubi sotterranei. Quando ciò fu fatto, si rese conto che il ruscello era ancora follemente inquinato. Aveva ancora più lavoro da fare.

"È iniziato come un hobby, è diventato un'abitudine e ora è un modo di vivere", spiegò John.

Il compito sembrava monumentale, ma John aveva un mantra, un sistema, che lo aiutava ad andare avanti: "Basta partire da dove sei, iniziare dai tuoi piedi e proseguire da lì".

Oggi gruppi come la Duwamish Alive Coalition e il People for Puget Sound celebrano il lavoro di John Beal.

"Mi è stato detto che il primo anno in cui ho accettato questo lavoro non era possibile cambiare il torrente, che non l'avrei mai riportato al suo stato originale", disse John in un video. "Bene, ora è ripristinato.

"Puoi fare tutto ciò che vuoi se possiedi un'idea buona e ci credi. Se la persegui e se la mantieni abbastanza a lungo, cambierai il mondo. "

"Sperava che le persone continuassero quando se ne andò", ha detto Liana, "che è parte del perché mi chiese di aiutarlo quando era in fin di vita. Non voleva che la pulizia del torrente e del fiume morissero con lui. "

John Beal è morto nel 2006.

Visse per altri 27 anni, ben più dei quattro mesi che gli sono vennero dati. Il fiume e il suo amore per esso estesero la sua vita.

Fonte: https://www.kuow.org/stories/john-beal-hamm-creek

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Fri, 14 Dec 2018 07:06:14 +0000
A un anno dagli impegni dell’industria del cioccolato, continua la deforestazione http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3373-a-un-anno-dagli-impegni-dell-industria-del-cioccolato-continua-la-deforestazione http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3373-a-un-anno-dagli-impegni-dell-industria-del-cioccolato-continua-la-deforestazione

Di Leonardo Masnata

cocoadeforestationNonostante l’impegno dell’industria del cioccolato a cessare l’approvvigionamento di cacao legato alla deforestazione un anno fa, un nuovo rapporto della Ong Mighty Earth rileva che la deforestazione in Africa occidentale per il cacao è continuata e in alcuni casi è aumentata. Il rapporto, “Behind the Wrapper: Greenwashing nell’industria del cioccolato”, identifica i punti nevralgici di deforestazione, tra cui aree protette e parchi nazionali, mettendo a rischio alcuni degli ultimi rifugi per gli elefanti e gli scimpanzé delle foreste e minacciando la stabilità del clima regionale. In Costa d’Avorio, l’analisi satellitare ha registrato circa 13.748 ettari di deforestazione nella sola regione sudoccidentale del cacao, tra novembre 2017 e settembre 2018. Questa perdita forestale equivale a 15.000 campi da calcio.

Gli impegni di Lindt

L’anno scorso, le più grandi aziende al mondo di cioccolato e cacao come Hershey e Lindt si sono impegnati con i principali paesi produttori di cacao, Costa d’Avorio e Ghana, a trasformare la loro industria, creando l’Iniziativa Cacao e foreste (CFI). Si sono impegnati a porre fine alla deforestazione legata alla produzione di cacao e hanno promesso di rendere la produzione di cacao compatibile con la protezione dell’ambiente e i diritti umani.

Droni e satelliti per scoprire la verità

Avvicinandosi all’anniversario di un anno di questi impegni, Mighty Earth ha utilizzato una combinazione di satelliti, droni e squadre sul campo per identificare come – e se – questi impegni vengano attuati in Costa d’Avorio e in Ghana. Il rapporto ha rilevato che oltre la metà delle aree forestali ivoriane esaminate ha mostrato un aumento dei loro tassi di deforestazione dall’annuncio del CFI un anno fa. Questa deforestazione viola il principio più fondamentale dell’impegno dell’industria e del governo del cioccolato: porre fine alla nuova coltivazione del cacao nei parchi nazionali e nelle aree protette.


La differenza tra le promesse e la realtà

“I governi della Costa d’Avorio e del Ghana hanno chiaramente fallito nel reprimere questa deforestazione in corso”, ha detto Etelle Higonnet di Mighty Earth. “L’industria del cioccolato ha trascorso l’ultimo anno celebrando se stessa per i suoi impegni di cessare immediatamente la deforestazione dal cacao, ma l’industria del cioccolato continua a comprare cacao dai fornitori legati alla distruzione di alcune delle ultime foreste dell’Africa occidentale”.

Gli stessi che deforestano vendono cacao

La squadra sul campo di Mighty Earth ha documentato che gli agricoltori che si occupavano della deforestazione per il cacao erano ancora in grado di vendere apertamente il loro cacao alle aziende del cioccolato senza ripercussioni. Nella foresta classificata di Goin Debé, ad esempio, non era cambiato molto dall’iniziale indagine di Mighty Earth del 2017. Una foresta era stata sgomberata e piantata con cacao appena due giorni prima dell’arrivo dei ricercatori – nella stessa area protetta ispezionata meno di un anno prima. L’indagine sul campo documentava anche i bambini che lavoravano nei campi di cacao.

L’appello

“L’industria e i governi dei paesi produttori di cacao devono affrontare l’inaccettabile discrepanza tra impegni e attuazione. E devono farlo con urgenza, prima che la prossima “stagione dei picchi di disboscamento”, che inizia a gennaio, danneggi irreversibilmente gli ecosistemi dell’Africa occidentale ” ha detto Higonnet.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2018/12/10/a-un-anno-dagli-impegni-dellindustria-del-cioccolato-continua-la-deforestazione/44658/?utm_content=buffer8506e&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Thu, 13 Dec 2018 06:33:34 +0000
Trascorre 2 anni a fotografare gli animali che potrebbero presto estinguersi - apriamo gli occhi http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3370-trascorre-2-anni-a-fotografare-gli-animali-che-potrebbero-presto-estinguersi-apriamo-gli-occhi http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3370-trascorre-2-anni-a-fotografare-gli-animali-che-potrebbero-presto-estinguersi-apriamo-gli-occhi

Per la maggior parte di noi, gli animali in via di estinzione sono come un mistero lontano. Il fotografo britannico Tim Flach, tuttavia, ha trascorso gli ultimi 2 anni nei loro habitat a documentare le loro fragili esistenze. Il corpo di lavoro risultante ci fornisce una visione intima e rara della bellezza delle creature più minacciate della Terra, ricordandoci delle responsabilità che abbiamo e dell'ispirazione che possiamo trarre nel conoscerle meglio.

Dalle specie che tutti conosciamo (orso polare, leopardo delle nevi, ghepardo) a bestie esotiche che immaginiamo solo nei film fantasy (saiga, aquila filippina, salamandra olm), Flach presenta un ampio spettro di biodiversità in via di estinzione, spesso gettando luce sulle sfide uniche che ogni animale deve affrontare per sopravvivere. Alcune di queste specie soffrono per via della distruzione del loro habitat naturale. Altre subiscono prove terribili, come la caccia, il bracconaggio e la vendita al mercato nero.

Flach ha spesso affermato che fissare negli occhi gli animali in pericolo di estinzione rende ancora più straziante immaginare che questi possano essere considerati meno degni di vita di uno di noi. Scorri verso il basso per vedere gli scatti più belli della serie...

1. Orso Polare
1 809
2. Saiga
1 810
3. Ara Giacinto
1 811
4. Aquila delle Filippine
1 812
5. Lince iberica
1 813
6. Ghepardo con cuccioli
1 814
8. Lemure dalla coda ad anelli
1 815
8. Elefante africano
1 816
9. Testuggine dal vomere
1 817
10. Leopardo delle nevi
1 818
11. Pangolino tricuspide
1 819
12. Lucciole
1 820
13. Gru della Manciuria
1 821

14. Rinopiteco dorato
1 822
15. Nasica
1 823
16. Becco a scarpa
1 824
17. Rinoceronte bianco nordico
1 825
18. Panda rosso
1 826
19. Ippopotamo
1 827
20. Tamarino calvo
1 828
21. Aggregazione di squali martello
1 280
22. Ara dalla gola blu
1 281

23. Panda gigante
1 282
24. Gorilla di pianura occidentale
1 283
25. Avvoltoio egiziano
1 284
26. Orice d'Arabia
1 285

27. Ara militare
1 286
28. Caimano nano di Schneider
1 287

29. Orice dalle corna a sciabola
1 288
30. Storione beluga
1 289
31. Iguana marina
1 290
32. Capovaccaio pileato
1 291
fonte: http://www.beautyofplanet.com/photographer-spends-2-years-photographing-animals-that-may-soon-be-extinct-and-it-breaks-our-hearts-2/

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Tue, 11 Dec 2018 11:09:24 +0000
Puglia, dopo 18 mesi di cura gli ulivi secchi tornano verdi http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3359-puglia-dopo-18-mesi-di-cura-gli-ulivi-secchi-tornano-verdi http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3359-puglia-dopo-18-mesi-di-cura-gli-ulivi-secchi-tornano-verdi

GALATONE- Erano come gli altri, interamente secchi e non curati da tempo. Molti hanno anche radici completamente fradicie, a causa della mancata pratica della slupatura (la scanalatura lungo i tronchi per permettere all’acqua di scivolare via senza ristagnare).

ulivi xylella galatone cura gioffreda

E’ qui, dove si è recata in mattinata la Commissione agricoltura della Camera, su 84 alberi dei 16 ettari di Masseria Lo Prieno (campione limitato in relazione ai fondi messi a disposizione dalla Regione), in agro di Galatone, che è stata avviata la sperimentazione con metodi naturali portata avanti dall’agricoltore Ivano Gioffreda e dalla patologa vegetale Margherita D’Amico, con il monitoraggio della prof. Luciana Baldoni e del ricercatore Saverio Pandolfi, entrambi del Cnr di Perugia.

Questo campo è stato scelto per due motivi: perché era in condizioni disastrose, a causa di abbandono e disseccamento. Dalle analisi svolte presso il laboratorio di Locorotondo, 7 campioni su 7 prelevati dagli agenti Arif sugli 84 alberi oggetto di sperimentazione sono risultati positivi al batterio Xylella fastidiosa.  Dopo 18 mesi di cura, però, gli alberi hanno iniziato a dare le prime risposte. Prime, s’intende. Servono almeno altri 18 mesi per capire se c’è scientificità in questo metodo e procedere ad una pubblicazione scientifica. Lo ha sottolineato D’Amico ai commissari in visita: è molto presto trarne una conclusione. “I risultati molto molto preliminari – spiega – al momento ci hanno mostrato che le piante hanno ricominciato a vegetare già con la potatura, eliminando tutto il secco ed evitando di fare tagli drastici. Tutte le ferite sono state trattate con solfato di rame, presidio usato in agricoltura biologica e che ha un’attività batteriostatica e fungicida. Inoltre, abbiamo provato a vedere se ci sono effetti sovesciando alcune piante come mugnuli e favino, quest’ultima pianta azoto-fissatrice per incrementare questa componente all’interno del terreno. Infine, abbiamo sperimentato l’efficacia di un fertilizzante a base di letame bovino fresco fermentato con aggiunta di cenere, lievito, saccarosio e siero di latte. Questi trattamenti sono stati suddivisi all’interno di uno schema sperimentale che prevede la distinzione di tre blocchi principali per fare in modo di poter fare analisi statistiche. Il trattamento al momento rivelatosi più efficace è quello in cui si è trattato il terreno sovesciando i mugnuli; le piante sono state  disinfettante sulle ferite della potatura con solfato di rame; tronchi e branche principali con solfato di ferro, pure usato in agricoltura biologica; la chioma con biofertilizzante. Gli effetti sembrano significativi rispetto a tesi controllo e piante mai interessate da trattamenti”.

Sembrano. Al momento. Si va con i piedi di piombo e non si grida al miracolo. Bisogna attendere altri 18 mesi almeno.

Le differenze, qui ed ora, però, si possono cogliere: gli ulivi con i tronchi più scuri hanno beneficiato di trattamenti e sono gli unici che hanno foglie verdi. Ricacci, certo. Al momento, resistono e si infoltiscono da un anno e mezzo, da quando è stata effettuata la potatura, nell’aprile 2017. 

Gli altri ulivi, anche quelli lasciati nei filari come “testimoni”, sono grigi. I costi, poi, sono molto bassi. “Direi  irrisori – dice Gioffreda – se pensiamo che abbiamo dato solfato di ferro, calce, zolfo, prodotti naturali accessibili a tutti. Il costo maggiore è la potatura, che da sempre incide sulla gestione dell’oliveto. Non abbiamo alle spalle alcuna azienda e impieghiamo prodotti naturali minerali consentiti in biologico e facili da reperire”. Alla fine della sperimentazione si tireranno le somme.

{youtube}zL71ui_VZVI{/youtube}

Fonte: http://www.trnews.it/2018/12/03/galatone-dopo-18-mesi-di-cura-gli-ulivi-secchi-tornano-verdi/236987?fbclid=IwAR0-9LSC7_ajw_5i3jn_e4-y7cIFFJNwkFOH0ezcQyPgrvWQNLzPvqxi8X4

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Tue, 04 Dec 2018 09:53:48 +0000
Gli indigeni del Sud America si uniscono per proteggere l’Amazzonia http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3358-gli-indigeni-del-sud-america-si-uniscono-per-proteggere-l-amazzonia http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3358-gli-indigeni-del-sud-america-si-uniscono-per-proteggere-l-amazzonia

Un santuario di 200 milioni di ettari che si estenderebbe dalle Ande all’Atlantico, ecco la proposta dei gruppi indigeni dell’Amazzonia. La creazione della più grande area protetta del mondo per le persone, la fauna selvatica e la stabilità climatica.

tnc 69155971

 

Il piano è stato presentato nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità in Egitto, e pone l’alleanza delle comunità amazzoniche nel mezzo di una delle controversie ambientali e politiche più importanti del mondo. La Colombia aveva già pensato a un simile progetto di protezione tripla A (Ande, Amazzonia e Atlantico), che intendeva presentare insieme all’Ecuador alla Cop24, conferenza sul clima che si terrà a Katowice nei primi giorni di Dicembre.

Ma l’ascesa politica di leader di destra in Colombia e Brasile sta mettendo in dubbio quello che sarebbe stato un contributo importante delle nazioni sudamericane alla riduzione delle emissioni di gas serra. Quella proposta dall’alleanza indigena, che rappresenta 500 culture in nove paesi dell’Amazzonia, è la creazione di un “corridoio sacro di vita e cultura” che avrebbe le dimensioni del Messico.

fire 4 600x400“Siamo venuti dalla foresta e ci preoccupiamo di ciò che sta accadendo, questo spazio è l’ultimo grande santuario del mondo per la biodiversità. È lì perché siamo lì. Altri posti sono stati distrutti” ha detto Tuntiak Katan, vicepresidente del COICA (Coordinator of the Indigenous Organisation of the Amazon River Basin).

Katan ha detto che il gruppo è disposto a parlare con chiunque sia pronto a proteggere non solo la biodiversità, ma i diritti territoriali delle comunità forestali. L’organizzazione infatti non riconosce i confini nazionali imposti dai coloni e dai loro discendenti senza il consenso degli indigeni, che hanno vissuto in Amazzonia per millenni.

Al di là della mutevole situazione politica, i leader indigeni del Coica hanno dichiarato che porteranno avanti il piano di creazione dell’aerea protetta in Amazzonia e che, oltre a cercare una rappresentanza a livello governativo alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità, intendono allearsi con gruppi indigeni e ONG in altri paesi.

Ma il loro potere politico è debole e molti temono che possano subire violenti assalti da parte degli agricoltori e dei minatori incoraggiati dal governo a trasferirsi nel loro territorio. Per Katan il dialogo è la strada migliore, ma ha anche informato che alcune comunità si stanno già preparando a difendere la loro terra con la vita.

Fonte: https://hfarmer.org/2018/11/26/gli-indigeni-del-sud-america-si-uniscono-per-proteggere-lamazzonia/?fbclid=IwAR3wjLouj2TqsXYBAFI1AN4XYnh_hkjuoTElg3rBG0I5XojzVu0zYVaTKsY

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Tue, 04 Dec 2018 06:53:27 +0000
Riparare sia un diritto: petizione per il voto all'europarlamento http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3357-riparare-sia-un-diritto-petizione-per-il-voto-all-europarlamento http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3357-riparare-sia-un-diritto-petizione-per-il-voto-all-europarlamento

di Marta Valota

Verrà presentata il 5 dicembre al Ministero dell’Ambiente la petizione di Giacimenti Urbani e Restarters Milano sul diritto alla riparabilità degli elettrodomestici. La misura, contenuta nel pacchetto Economia circolare dell’Europa, vede contrari Italia, Germania e Inghilterra.

restartTrasformare la nostra economia da usa e getta a economia circolare (vera, senza tranelli!) dovrebbe essere un dovere se si guardano i dati. A livello globale questo è l’anno in cui, secondo le stime, produrremo circa 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, l’equivalente di quasi 1000 Titanic. Eppure, alla votazione prevista entro la fine dell’anno dell’Europarlamento sull’obbligo di riparabilità di alcuni elettrodomestici, gli Stati membri sono divisi. Il nostro governo, insieme a quello di Germania e d’Inghilterra si sta opponendo al voto ostacolando, così, il pacchetto per l’economia circolare.

“Con la petizione, che in soli 3 mesi ha raggiunto più di 76mila firme, Giacimenti Urbani e Restarters Milano si fanno portavoce dei tanti cittadini che rifiutano la cultura dell’usa e getta a sostegno del Pacchetto europeo “Ecodesign e Requisiti Energetici” che intende obbligare i produttori di dispositivi elettronici, come le televisioni, gli schermi, i frigoriferi, le lavastoviglie, le lavatrici, computer e altri elettrodomestici a ridurre il consumo energetico” spiega Donatella Pavan, Presidente di Giacimenti Urbani, un’associazione milanese che mette in rete le realtà virtuose per ridurre, riparare, riusare, riutilizzare e riciclare. “Quello che chiediamo al Ministro dell’Ambiente Sergio Costa è che il governo italiano s’impegni a votare il pacchetto normativo proposto dall’Europa sostenendo, in particolare, quelle misure che vincolano i produttori a facilitare la riparazione degli elettrodomestici fornendo pezzi di ricambio per almeno 7 anni, rendendo accessibile la documentazione per ripararli e favorendo il design per la riparabilità”.

Obiettivo 100mila firme

Se da un lato è innegabile l’assuefazione indotta da un sistema economico fortemente sbilanciato sui consumi, dall’altro è vero che le persone sono sempre più attente e sensibili al tema dei rifiuti e della lotta agli sprechi. “Un’inchiesta realizzata da Eurobarometer rivela che ben il 77% dei cittadini europei è a favore di prodotti più riparabili. La Commissione Europea ha lavorato per anni al pacchetto sull’Economia circolare con politiche per governare le risorse e i rifiuti che fissano obiettivi per il riciclo più ambiziosi e nuove misure che renderanno elettrodomestici e prodotti elettronici più riparabili e longevi” prosegue Pavan. “Ostacolare queste misure è antieconomico per il nostro Paese se si pensa ai costi elevati che comporta lo smaltimento di elettrodomestici e dei metalli di cui sono composti”.

L’obiettivo delle due associazioni, attive da sempre sui temi del riciclo, della riparazione e del riutilizzo di oggetti ed elettrodomestici, è di raggiungere 100mila firme entro il 5 dicembre.

“Oggi siamo tutti concentrati sul tema dei rifiuti plastici e trascuriamo invece  rifiuti ben peggiori come quelli legati agli elettrodomestici che hanno un costo altissimo sia per le risorse utilizzate per produrli sia in termini di spreco quando vengono dismessi” spiega Francesco Cara che ha curato il testo della petizione per Restarter Milano. “In pochi mesi la petizione, che può essere sostenuta e promossa anche da altre realtà associative a cui stanno a cuore questi temi, ha raggiunto un grande successo. La cosa più formidabile sono i commenti che si leggono sotto le nostre proposte: delle vere e proprie grida di frustrazione di persone sensibili che vogliono cambiare questo sistema basato esclusivamente sul consumo.” Attorno alla raccolta firme, come racconta Francesco Cara, è nata una vera e propria comunità: “Le persone hanno iniziato a chiederci maggior informazioni su questi temi, abbiamo creato molte reti e contatti condividendo articoli, notizie e altri materiali informativi sui prodotti elettronici, la legislazione vigente e le esperienze virtuose presenti anche nel nostro paese come quella dei Restarters”.


I Restart Party

A Milano, Torino, Firenze e in diverse città esistono, infatti, ormai da anni, i Restart Party, dei veri e propri happening dove le persone si ritrovano con i propri elettrodomestici e apparecchi elettronici rotti e imparano ad auto-ripararli con il supporto di tutor che condividono attrezzi e saperi. “Non potevamo che promuovere questa petizione visto che da anni siamo impegnati a recuperare vecchi elettrodomestici” dice Savino Curci, responsabile di Restarter Milano.

Il movimento dei Restarter, nato a Londra è stato importato in Italia e ha sempre più seguito, moltiplicando le occasioni di riparazione condivisa. “Veniamo invitati da associazioni, cittadini, organizzazioni che mettono a disposizione gli spazi e noi, da parte nostra, facciamo vedere come si possono auto-riparare i propri oggetti. Non è richiesta particolare professionalità e competenza, bisogna dedicare del tempo e rimboccarsi le maniche”.

La regola è nessun pezzo di ricambio, il Restart party è il pronto soccorso di oggetti vecchi e stanchi che hanno però la possibilità di rinascere. “Come primo intervento puliamo l’elettrodomestico con un compressore d’aria, un attrezzo che abbiamo sempre con noi, poi si passa allo smontaggio e alla riparazione. Abbiamo salvato fili di aspirapolvere, frullatori, computer, cellulari e molto altro. Può capitare che l’oggetto sia davvero arrivato a fine vita, ma almeno se ne ha la certezza mettendosi alla prova con l’autoriparazione”.


Il progetto Ri-Generation

“Non posso non firmare questa petizione, io che sono praticamente nato in una lavatrice” dice Giorgio Bertolino, proprietario dell’azienda Astelav di Vinovo, in provincia di Torino, che insieme a Sermig ha realizzato due anni fa il progetto Ri-generation con l’obiettivo di riutilizzare elettrodomestici riparati ma anche di fare formazione e garantire occupazione a persone in difficoltà, con un’attenzione altissima per l’ambiente.

“Mi occupo di pezzi di ricambio per elettrodomestici dal 1963. Quando entro nel nostro laboratorio mi sembra di essere un medico: se una lavatrice è considerata a fine vita, arriva da noi, la apriamo, la studiamo, troviamo la parte rotta e la sostituiamo, dandole così una nuova opportunità”.

Siamo in piena economia circolare in questa azienda che da sempre punta sulla manutenzione e sulla riparabilità degli elettrodomestici più che sulla loro sostituzione. “Ogni anno in Italia finiscono in discarica oltre 3 milioni di elettrodomestici. Se si pensa che ne produciamo 10 milioni e che il 40% è destinato all’esportazione, si può capire l’entità dello spreco. Smaltire una lavatrice ha un costo altissimo nel momento in cui diventa un RAEE – Rifiuto di apparecchiature elettriche ed elettroniche, ancora di più per recuperare le materie primarie e secondarie”.

Produrre o riparare rischia di diventare una scelta che impatta anche sul lavoro? “Per produrre una lavatrice nuova ci vogliono solo 2 ore, il sistema ormai è quasi interamente meccanizzato. A rigenerarla ce ne vogliono almeno 4. Bisogna aprirla, smontarla e igienizzarla. Ci sono nuove opportunità di lavoro sul fronte della manutenzione. Con il progetto Ri-Generation noi abbiamo insegnato un mestiere a oltre 20 ragazzi. Insieme alla parrocchia dei Salesiani nel quartiere San Salvario di Torino abbiamo avviato un laboratorio artigiano dove offriamo corsi per imparare a riparare gli elettrodomestici rivolti a persone con difficoltà e a minori immigrati non accompagnati: una piccola goccia nel mare ma pur sempre un tentativo di produrre un impatto positivo sia dal punto di vista ambientale che sociale.”

QUI per firmare la petizione

Fonte: https://www.terranuova.it/News/Attualita/Riparare-sia-un-diritto-petizione-per-il-voto-all-europarlamento

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Mon, 03 Dec 2018 07:41:33 +0000
Aperta la caccia alla volpe in Lombardia: fucili puntati per tutto l’anno http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3353-aperta-la-caccia-alla-volpe-in-lombardia-fucili-puntati-per-tutto-l-anno http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3353-aperta-la-caccia-alla-volpe-in-lombardia-fucili-puntati-per-tutto-l-anno

In Lombardia caccia alla volpe per tutto l’anno e tesserino da cacciatori a 17 anni.

red fox“Meno burocrazia e meno vincoli per i cacciatori che esercitano con responsabilità una attività fondamentale per l’ecosistema lombardo. Abbiamo ascoltato le richieste del mondo venatorie e degli enti deputati al controllo”. Così l’assessore regionale all’Agricoltura Fabio Rolfi definisce le modifiche apportate oggi alle regole della caccia in Lombardia, spinte soprattutto dalla Lega e contenute nella legge di Semplificazione 2018, approvata con 45 voti favorevoli e 31 contrari. Tra queste, l’apertura della caccia alla volpe anche nei comprensori alpini (nelle pianure era già concessa), in quanto la specie viene parificata al cinghiale considerandola una specie dannosa e cacciabile quindi per tutto l’anno. A proposito di cinghiali, inserito l’obbligo per i cacciatori di indossare capi di colore “ad alta visibilità”, per evitare il ripetersi di incidenti. Vengono anticipate le procedure per l’ottenimento del patentino di caccia, attivabili già a 17 anni e cade il vincolo dei 55 giorni di caccia all’anno. “Nota dolentissima”, “una follia” per il mondo animalista.

Dure le proteste del mondo animalista. Fuori dal Pirellone, mentre i consiglieri votavano il via libera alla legge, era presente l’associazione Animalisti. “Parlano di meno burocrazia per i cacciatori – commenta il vice presidente Riccardo Manca – ma dietro questi provvedimenti si nascondono degli autentici problemi di ordine pubblico. Le doppiette rappresentano una vera emergenza nazionale. Le vittime della caccia ad oggi (1 settembre/9 novembre) ammontano a 9 morti e 24 feriti. E questo sarebbe uno sport? O peggio ancora un hobby? La caccia è solamente un massacro legalizzato, di vite umane e non umane, che continua ad essere autorizzato unicamente in ragione di sporchi interessi economici. L’indifferenza di fronte a questo autentico sterminio non è degna di uno stato che vuole tutelare il benessere della popolazione”.

 

Fonte: https://lamartesana.it/attualita/aperta-la-caccia-alla-volpe-in-lombardia-fucili-puntati-per-tutto-lanno/

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Fri, 30 Nov 2018 09:32:03 +0000
11Mila alberi contro cemento ed inquinamento: La sfida vinta di una famiglia di Parma http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3343-11mila-alberi-contro-cemento-ed-inquinamento-la-sfida-vinta-di-una-famiglia-di-parma http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3343-11mila-alberi-contro-cemento-ed-inquinamento-la-sfida-vinta-di-una-famiglia-di-parma

A San Prospero, provincia di Parma, c’è un nuovo bosco, quello della famiglia Spaggiari, di Giancarlo 86 anni pensionato ex agricoltore e del figlio Roberto 47 anni, dipendente pubblico che hanno declinato le numerose offerte dei costruttori edili, che volevano trasformare i loro terreni incolti intorno alla trafficatissima via Emilia, in strade, case, cemento.

spiaggiariPer creare invece, 10 ettari di bosco, un esercito di alberi da opporre all’inquinamento e alla cementificazione, per migliorare e depurare l’aria, e salvaguardare la zona agricola di San Prospero hanno piantato 11 mila piante: noci, meli, querce, frassini, prugnoli, olmi… un importante polmone verde necessario, considerata la vicinanza di vie trafficate e le problematiche di inquinamento dell’aria padana e anche se “il bosco” come ce lo immaginiamo, fitto di vegetazione e alberi, si vedrà bene tra un paio d’anni, quando le piante interrate quest’anno, cresceranno, già adesso lungo la via Emilia, tra file di capannoni industriali e aziende casearie a ad un certo punto, improvvisamente compare una grossa macchia verde.

Nel 2000 in questa zona era previsto un fitto piano di urbanizzazione, creare strade, centri commerciali, insediamenti urbani, ma padre e figlio non si sono fatti ammaliare dai costruttore edili, che avrebbero offerto molto per comprare quelli che allora erano dei campi di pomodori e dei vigneti, e pian piano si fa strada il sogno di togliere vigneti e coltivazioni e creare un fitto bosco, come racconta oggi al Corriere Giancarlo mentre passeggia tra le sue piante:

«Fra una casa e un albero è sempre meglio scegliere l’albero. Sono contento di aver fatto questo bosco, così non ci sono più trattori, né diserbanti. Qui non c’è più niente, qui c’è solo natura. È come avere ristabilito un equilibrio con quello che c’era prima di noi: niente cemento, solo verde».

L’aiuto economico decisivo per creare il bosco è arrivato da un fondo per lo sviluppo rurale promosso dall’Unione europea, mentre a dare una mano agli Spaggiari, quest’inverno nella piantumazione, è stata un numeroso gruppo di amici pagati con cene in casa tutti insieme a base di Amarone, lambrusco e polenta.

la famiglia Spaggiari ringraziandoli ne cita qualcuno: Roberto Vezzani, Alberto Fontana, Massimiliano Catellani, Cristian Mercadanti, Andrea Agnessini e Gianluca Pastarinie tra la scolaresche cittadine, che apprezzano il nuovo polmone verde e vanno spesso a fargli visita, e alcuni messaggi minatori ricevuti da chi, evidentemente aveva più interesse a costruire sui quei terreni, come ad esempio un foglio trovato vicino a casa con scritto “Ci sono troppe foglie in giro” …

Giancarlo e Roberto portano avanti il loro sogno di vedere crescere rigoglioso il polmone verde di San Prospero, contro l’inquinamento, le fabbriche e la cementificazione.

 

Fonti:
http://www.positizie.it/2018/11/13/11mila-alberi-contro-cemento-inquinamento-sfida-vinta-famiglia-parma/?fbclid=IwAR30z0Reh1OE2Mwy4XFrW2HrjMk45l-CCzlqZZcRbBOCgc7G8m7k5r9_MEI

https://parma.repubblica.it/cronaca/2018/11/12/news/parma_il_bosco_che_cresce_a_san_prospero-211491324/

]]>
redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Wed, 21 Nov 2018 08:19:33 +0000