Ecologia http://www.coscienzeinrete.net Fri, 22 Jun 2018 18:24:03 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it L’Acqua è di tutti http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3196-l-acqua-e-di-tutti http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3196-l-acqua-e-di-tutti

acqua1 681x414Beviamo la stessa acqua che bevevano i dinosauri 230 milioni di anni fa. La ragione è che il ciclo dell’acqua funziona così, all’infinito. L’acqua evapora, poi ricade sul suolo sotto forma di pioggia e va a formare laghi e fiumi. Beveva acqua alla fonte l’Homo Sapiens 300.000 anni fa quando comparve nell’Africa Orientale. Circa 100.000 anni fa iniziarono i suoi grandi spostamenti e la colonizzazione dell’intero pianeta: meno di un milione d’individui. Poi, 10.000 anni orsono, scoprì l’agricoltura e qualcosa cambiò: divenne stanziale. La scoperta dei sistemi per produrre cibo e gestire l’acqua creò le condizioni per uno sviluppo demografico e intellettuale esponenziale. All’epoca della dinastia egizia, nel 5000 a.C., sul pianeta eravamo già 100 milioni e 250 milioni all’epoca dell’Impero romano. Ai primi dell’800 eravamo un miliardo, 100 anni dopo 2 miliardi. Nel 2000 siamo passati a 6 miliardi. Se le cose continueranno così, nel 2050 saremo 9 miliardi. Nella crescita umana l’acqua ha un ruolo centrale, lo sviluppo delle tecnologie anche. Dalle origini a oggi, la relazione dell’uomo con la preziosa risorsa è mutata, si è evoluta divenendo più complessa.

di Maurizio Montalto

Nell’antichità

I Sumeri sull’acqua fondarono le prime civiltà urbane. Si stanziarono in Mesopotamia meridionale (l’attuale Iraq sud- orientale) verso il 4000 a.C.. Svilupparono l’aratro a trazione, ma soprattutto impararono a irreggimentare le acque per le loro coltivazioni. I canali irrigui, che realizzarono con grande capacità ingegneristica, riuscivano a fornire l’acqua necessaria alle produzioni. Ma nel lungo periodo emersero importanti criticità. La quantità di acqua immessa era tale che le falde idriche si alzarono avvicinandosi sempre più alla superficie. Le piante a radice profonda, che marcivano immerse nell’acqua, furono sostituite con altre a radice piatta. Ma gli accorgimenti non furono risolutivi. L’acqua continuò a salire. Arrivata in superficie evaporava rilasciando sale al suolo. Divenne impossibile coltivare. L’archeologo Joseph Tainter ce ne parla in “The collaps of complex societies” (Cambridge University 1988). I Sumeri commisero un grave errore: non realizzarono il sistema di drenaggio necessario a far defluire l’acqua in eccesso immessa nella rete d’irrigazione. Abbagliati dagli obiettivi di sviluppo e di potere, lasciarono che le imperfezioni tecnologiche prendessero il sopravvento provocando l’implosione della loro civiltà. La storia ci racconta della fine di un micro sistema il cui impatto fu circoscritto. E’ un’importante metafora per orientare le decisioni da adottare nell’attualità perché, a differenza del passato, gli effetti delle scelte tecnologiche possono avere dimensioni catastrofiche, così come possono generare benefici diffusi.

L’idea delle Nazioni Unite

Le Nazioni Unite col rapporto del World Water Assesment Program 2018 criticano aspramente la costruzione delle 57.000 dighe nel mondo per nulla compatibili con la natura. E il costo sociale che le comunità sono costrette a sopportare è enorme. Le tecnologie grigie, quelle fatte col cemento, sequestrano grandi quantità di acqua a monte e le sottraggono alle popolazioni a valle. Il rischio che generino conflitto, come quello di produrre gravi danni, è alto, talvolta concreto. In Kenya è collassata una diga che ha ucciso 50 persone e generato almeno 2.500 profughi ambientali; in Bolivia una diga ancora in costruzione ha provocato gli stessi danni.

COSCIENZEINRETETV INTERVISTA MAURIZIO MONTALTO

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Il Water Grabbing

L’accaparramento delle fonti è un fenomeno mondiale strettamente connesso al valore economico che l’uomo moderno riconosce all’acqua o alle produzioni che vi dipendono. Dall’antichità è mutata, dunque, la prospettiva con la quale si guarda alle risorse idriche. L’ambizione di controllare le fonti nasce dalla possibilità che generino profitto, che condizionino la politica dei territori e che siano un efficace strumento bellico. Ciò spiega in parte i modelli organizzativi imposti per la gestione, così come le scelte tecnologiche proposte con maggiore forza. Si spiega pure l’odiosa e diffusa pratica di applicare riduttori di portata idrica a coloro che non riescono a pagare il costo dell’acqua. Una sorta di tortura praticata ai poveri colpevolizzati per il loro stato d’indigenza. Paradossale che in luoghi in cui c’è abbondanza d’acqua, la condizione di scarsità idrica è provocata da chi fa con l’acqua profitto. Una scelta che può solo peggiorare la condizione sociale di chi vive in situazioni di disagio, considerato che la disponibilità di acqua pulita per l’igiene e per idratarsi è una precondizione necessaria per lo sviluppo umano e per la sopravvivenza. In Italia, questa pratica crudele si sta diffondendo ed è considerata legittima; paradossalmente il lavoratore che per ragioni etiche si rifiuti di dare seguito all’ordine di tagliare l’acqua o di ridurla a chi non può pagare, può essere penalmente perseguito. È chiaro che le leggi si sono imposte sul piano culturale come regole “giuste” e neanche ci si domanda più qual è la logica che le governa. Mai vi è di più! Il controllo dell’acqua, il potere di disporne che hanno le Corporation, genera un profitto che le tecniche di finanziarizzazione hanno elevato in maniera esponenziale. Ad aggravare la situazione, in Europa, è il principio del full cost recovery, pagano cioè tutto i cittadini, nella stessa misura, in bolletta, senza alcuna distinzione tra persone agiate e non. Per questo motivo impegnarsi nel riconoscimento del diritto all’acqua impone di cambiare le regole del gioco.

La politica dell’acqua

I Governi devono tornare a impegnarsi direttamente sull’acqua; le costruzioni e le ristrutturazioni delle opere idriche, eliminato il profitto, costeranno meno e l’intervento della politica potrà caricare gli oneri in proporzione alla capacità contributiva di ognuno dando ai ricchi la possibilità di fare la loro parte.

Ma l’impegno potrà andare oltre. Mutando la prospettiva, guardando esclusivamente a come assicurare l’acqua alle comunità, inizieremo a trovare risposte alle grandi domande. La creazione di un sistema di protezione civile internazionale per l’acqua, ad esempio, in grado di intervenire in caso di calamità, può garantire i soccorsi e la sopravvivenza delle popolazioni colpite. In Guatemala, con l’eruzione del Volcan de Fuego nel giugno 2018, l’accesso all’acqua nella zona colpita e nelle aree limitrofe è stata la necessità umanitaria da affrontare più importante. Avviene con ogni terremoto, inondazione, disastro naturale o provocato dall’uomo. L’operazione è relativamente semplice. Le creatività umane in competizione lavoreranno per migliorare le tecniche e le tecnologie già disponibili.

L’ingegno umano

L’uomo ha inventato già tanto. L’impiego di impianti, che prelevano l’acqua dal mare per creare acqua dolce e pulita, è già una realtà. Spuntano fiori nel deserto laddove un’industria fornisce l’acqua per l’irrigazione. Ma il ventaglio delle soluzioni da utilizzare è ampio e spetta alla politica fare la scelta. Le tecnologie non sono neutre. Un mega impianto può concentrare la produzione di acqua nelle mani di un unico potere economico e/o politico. Micro sistemi diffusi, come le torri di distillazione solare proposte da Giorgio Nebbia e realizzate in laboratorio in via sperimentale, potrebbero garantire ai singoli coltivatori l’acqua pulita, per irrigare i campi prelevandola dal mare o addirittura da falde inquinate rigenerandole. Gli agricoltori in rete potrebbero scambiare l’acqua in eccesso fornendone a chi ne ha più bisogno. È lo stesso modello proposto per l’energia solare da Jeremy Rifkin. È una soluzione democratica, che imita il ciclo della natura e che lascia spazio alle comunità per la gestione delle proprie necessità, senza che un soggetto terzo intervenga per prendere in mano le redini della loro vita e farvi profitto.

In occidente, lo sforzo culturale da fare necessario per giungere ai risultati auspicati, è notevole. La concezione andina (sud America) del mondo si fonda sull’idea della complementarietà nella relazione tra uomo e ecosistema con una tendenza a coltivare un rapporto affettivo, sia comunitario che individuale, con la natura. La ricerca di un vivere armonico è la base della vita di comunità. Diverso è l’approccio occidentale, essenzialmente antropocentrico, in cui l’idea di libertà giustifica l’individualismo e la sottomissione della natura alle necessità umane. Le devastazioni ambientali ne sono l’effetto. Le popolazioni indigene vivono la comunità e vi condividono la ricerca di una esistenza equilibrata. In occidente, invece, la evidente tendenza alla prevaricazione trova la propria ragione nella convinzione che si debba perseguire un obiettivo di arricchimento personale e lo si debba fare in una logica di continua competizione tra gli uomini e con la natura. Questo spiega in parte la forte richiesta di una formalizzazione dei diritti fondamentali, del diritto all’acqua, al cibo e all’ambiente in norme che, però, non potranno mai sostituirsi al buon senso e ai valori, che non siano socialmente riconosciuti. L’ipotesi, di alcuni studiosi, di imitare le Costituzioni latino americane dell’Equador e della Bolivia, al fine di cambiare lo stato delle cose, non tiene conto del fatto che quelle regole sono il prodotto di una cultura radicata e non la dotta formalizzazione di un’idea di società formulata da una élite. I passi da fare sono altri. Il processo è culturale e diffuso.

La difesa delle fonti d’acqua

Gli Stati nazione, con la globalizzazione, hanno perso forza e cedono sempre di più il passo e sovranità al mercato. Ma la presenza dei Movimenti popolari su tutto il pianeta sta mutando la geografia politica. V’è una tensione che spinge verso un bilanciamento dei poteri tra le lobby e le popolazioni. Le Corporation esercitano pressioni sui Governi e le Istituzioni internazionali, ivi incluse le Nazioni Unite. I territori muovono nella direzione opposta diffondendo consapevolezza. Talvolta gli effetti sono drammatici; nei paesi impoveriti l’aggressività delle Corporation viene espressa anche con la forza. Ma ci sono mondi diversi sullo stesso pianeta. E in Italia il referendum del 2011 è stato il frutto di un percorso di nonviolenza attiva durato oltre due lustri. Le indicazioni emerse dalle consultazioni sono chiare. Ora bisogna darvi concretezza. C’è ancora molto da fare. In primo luogo bisogna progettare il futuro sul breve, medio e lungo termine. Una sorta di piano industriale. Proprio come fanno le multinazionali! Nell’immediato bisogna fermare i processi di privatizzazione in atto. Le multinazionali stanno puntando ad accaparrarsi tutte le fonti d’acqua. Il controllo del rubinetto principale genera grande profitto a fronte di un impegno minimo, lontano dai luoghi nei quali è maturato il conflitto sociale.

Il futuro dell’acqua pubblica

Bisogna poi lavorare a una fase di transizione di medio termine. Un processo di riconversione che coinvolga gli 8000 Comuni ha la durata necessaria a destrutturare un sistema e costruirne un altro. Nel Belpaese è già possibile la gestione pubblica dell’acqua, ma i modelli organizzativi disponibili sono soggetti a regole, che ne impediscono il miglior funzionamento. È necessario rimuovere gli ostacoli. L’attuale Azienda speciale (l’Ente per la gestione pubblica) ha un’organizzazione farraginosa e burocratica, nata per funzionare in un’epoca diversa. Bisogna disegnare una nuova “Azienda per l’Acqua Pubblica” per le gestioni locali, più snella, economica e efficace. C’è poi il “Pubblico Puro”: è la soluzione più auspicabile e facilmente compatibile col funzionamento di piccoli Comuni. È l’acqua del Sindaco che dispone dei propri uffici recuperando le funzioni originarie dell’Amministrazione che rappresenta. Va escluso da subito che l’Autorità regolatrice del mercato sovrintenda ai processi, che vanno restituiti al Governo politico.

L’acqua di comunità

Sul lungo termine la soluzione è un’altra: l’Acqua di Comunità. Qui le cose cambiano, poiché dobbiamo entrare nell’idea che i cittadini devono avere una cura diretta dell’acqua. Non si tratta più di mettere in piedi un modello burocratico e amministrativo, un’organizzazione di uomini e mezzi, bensì di costruire una visione più ampia e proiettarla nella concretezza della realtà. Anche stavolta il processo è culturale. Muta la prospettiva. Dobbiamo pensare all’acqua non più con la mente del Gestore, ma con il cuore dei popoli. Le aziende erogatrici del servizio hanno il compito di portare l’acqua nelle abitazioni e di far quadrare i conti. I cittadini vanno formati a una visione ecosistemica del pianeta per poi assumersi la responsabilità dell’acqua. La preziosa risorsa va preservata, tutelata, rispettata, riconosciuta affinché possa esistere ed essere disponibile a chiunque. L’impegno di ognuno nell’indirizzo delle politiche generali ha un ruolo fondamentale. Sulle disponibilità idriche incidono le grandi opere che disastrano le sorgenti, il recupero di idrocarburi con tecniche distruttive, i metodi di coltivazione incompatibili, le produzioni industriali, che utilizzano acqua buona da bene per altre finalità, una gestione dei rifiuti, che contamina le falde, i disboscamenti, che impediscono ai terreni di conservare l’acqua, per restituirla con gradualità e tante altre pratiche umane, tutte da rivedere. Scopriremo che i mega impianti di depurazione competono con l’agricoltura togliendo qualità ai terreni, che siamo costretti a rivitalizzare con fertilizzanti chimici, che inquinano le falde e i mari, solo per garantire le economie di scala delle multinazionali. Il modello culturale da sviluppare deve tendere a imitare la natura, che non s’impegna in processi industriali, che ne garantiscano il massimo profitto economico, ma ha un approccio puntuale col quale trova soluzioni articolate a vantaggio di tutti.

In Italia e nel mondo già esistono le comunità dell’acqua: sono quei Movimenti popolari impegnati nel difendere la preziosa risorsa dall’attacco delle Corporation. Nel Belpaese v’è una rete straordinaria di cittadini sempre connessa nel portare avanti l’impegno comune, ognuno nel suo territorio. È espressione della nostra natura; la forza attualizzante (C. Rogers) trova sempre la strada per favorire la vita. Bisogna riaprire gli occhi per scoprire che vi sono angoli del paese nel quale l’acqua arriva ancora dalla sorgente, senza alcuna intermediazione. Luoghi nei quali la logica delle speculazioni non è riuscita ad imporsi. Piccoli Comuni in cui vi sono incontri periodici dei cittadini per discutere delle necessità di ognuno e per risolverle insieme, in modo che nessuno resti indietro. Conoscere e imitare questi esempi è un passo in avanti importante. Occupandoci personalmente della disponibilità dell’acqua, la gestione solidale eliminerà le spese o quantomeno i costi saranno ridotti ai minimi termini. Nella nostra epoca di avanguardia, l’uso compatibile delle tecnologie può favorire processi democratici e probabilmente annullare l’impatto negativo che possono avere i cambiamenti climatici. E torneremo a disporre di tanta acqua naturalmente, come i Dinosauri milioni e milioni di anni fa.

 


Maurizio Montalto – Avvocato e Giornalista pubblicista specializzato in “diritto e gestione dell’ambiente”. Presidente dell’Istituto italiano per gli Studi delle Politiche Ambientali.  È stato Presidente dell’azienda per l’acqua pubblica di Napoli ABC (Acqua Bene Comune). È attivista del Forum Italiano per i Movimenti per l’acqua e ha fondato la Rete a Difesa delle Fonti d’Acqua del Mezzogiorno d’Italia. Ha pubblicato: Le vie dell’acqua, tra diritti e bisogni ed Alegre, La guerra dei rifiuti ed Alegre, La Casa Ecologia ed Simone, L’acqua è di tutti ed L’ancora del Mediterraneo, La rapina perfetta ed libribianchi di stampalternativa. Ha avuto incarichi tecnici in Governi tipo Comitato Ministeriale sul diritto all’acqua, cd. Comitato scientifico del Ministero dell’Ambiente C.O.V.I.S. e ha lavorato sull’emergenza rifiuti per la Presidenza del Consiglio dei Ministri col Generale Jucci.

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fake@foit.it (Maurizio Montalto) Ecologia Fri, 15 Jun 2018 10:26:25 +0000
Se l'uomo se ne va, la natura si riprende ciò che è suo http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3192-se-l-uomo-se-ne-va-la-natura-si-riprende-cio-che-e-suo http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3192-se-l-uomo-se-ne-va-la-natura-si-riprende-cio-che-e-suo

Quando l'uomo abbandona un territorio e se ne va, la natura si riprende rapidamente ciò che prima occupava. Lo spiega bene Roberta Kwok sulla rivista americana PNAS, Proceedings of the Academy of Science. Lo spiega altrettanto bene, ispirandosi alla Kwok, Pietro Greco su "Micron".

Natura riprende

La riconquista. La natura si riprende rapidamente il territorio prima occupato e poi abbandonato dall’uomo. Il primo ad accorgersene negli anni ’80 del secolo scorso e a registrarlo con rigore scientifico fu, probabilmente, Ingo Kowarik, un ecologo urbano dell’Università tecnica di Berlino: le case abbandonate o distrutte e mai ricostruite dopo la Seconda guerra mondiale nella capitale tedesca erano state riconquistate dalla natura selvaggia e metamorfizzate in foresta. Un’oasi urbana nata per caso, con erbe, arbusti, alberi nativi e non che costituivano un ecosistema inedito.

Alle “oasi urbane accidentali” la rivista PNAS, i Proceedings of the Academy of Science degli Stati Uniti, dedica un lungo e interessante articolo firmato da Roberta Kwok. Dove si documenta come di casi simili a Berlino, in giro per il mondo, ce ne sono a decine. Prendete Detroit, per esempio. La città dell’auto che nel 1950 contava 1,8 milioni di abitanti e oggi non supera le 675.000 unità. Uno spopolamento di vasta portata, che ha lasciato senza abitanti interi quartieri e migliaia di abitazioni. Lo chiamano il deserto industriale. Ma sbagliano, perché non è un deserto. Perché le aree abbandonate sono state riconquistate, appunto, da erbe e arbusti e piante che ospitano una quantità incredibile di insetti e uccelli e persino qualche animale più grande.

Qualcosa di analogo è stato riscontrato a Baltimora da Christine Brodsky, una ecologa urbana della Pittsburgh State University del Kansas, che nel 2013 ha portato a termine uno studio sugli uccelli che popolano i quartieri disabitati della città del Maryland che ha conosciuto uno spopolamento analogo a quello di Detroit. Ebbene, Christine Brodsky e il suo gruppo di lavoro hanno individuato in città 60 diverse specie di uccelli, alcuni dei quali, come i parula del nord e le capinere, che in genere preferiscono la foresta.
Anche la Grande Parigi ha conosciuto il fenomeno dello spopolamento con conseguente abbandono delle abitazioni in alcuni quartieri. Le chiamano wasteland, territori dei rifiuti. Ma un gruppo di scienziati francesi, tra cui Audrey Muratet, un ecologo dell’Agenzia regionale della Biodiversità dell’Ile de France, ha documentato che non si tratta esattamente di deserti. In quei territori abbandonati dai cittadini comuni e frequentati solo da spacciatori e dai loro clienti è ospitato il 58% della biodiversità botanica di Parigi. Ci sono più specie lì che in tutti i parchi e i giardini ben ordinati della capitale francese. D’altra parte anche nelle periferie più degradate di molte città italiane si registra un qualche fenomeno di riconquista se non di conquista ex novo: dai gabbiani ai pappagalli, molti cieli urbani sono frequentati da ospiti volanti sconosciuti fino a qualche tempo fa. Mentre non è raro in alcune zone delle nostre città imbattersi in volpi, cinghiali e in qualche serpentello.

Potremmo continuare con gli esempi. Ci sono, in giro per il mondo, Italia compresa, aree industriali abbandonate, magari ancora con colline di carbone, che si stanno trasformando in vere e proprie paludi, ricche anche di batteri che metabolizzano nitrati. E, a mare, i fosfati. Pare che nel Golfo di California i batteri metabolizzino il 28% dei composti del fosforo, riducendo la fioritura di alghe che a sua volta sottrae ossigeno al mare. Spesso i batteri operano con un’efficienza ancora superiore, che consente loro di superare il tasso di inquinamento. Ne consumano più loro, di inquinanti, di quanto non ne riescano a produrre l’uomo. Insomma, nelle aree dismesse crescono gli spazzini dell’ambiente.
Ma lasciamo da parte gli esempi specifici e veniamo ai dati complessivi. Tra il 1950 e il 2000, riporta ancora PNAS, oltre 350 città in tutto il mondo hanno conosciuto un marcato fenomeno di spopolamento. In assoluta controtendenza, perché in questi anni il mondo ha conosciuto un inedito sviluppo urbano e ha visto, per la prima volta nella storia, la popolazione che vive in città superare quella che vive in campagna. Nelle centinaia di città spopolate, sono state abbandonate decine di migliaia di abitazioni e interi quartieri. Non si tratta di fatti marginali. In un recente rapporto si documenta come, ormai, il 17% del territorio urbano degli Stati Uniti – addirittura il 25% in alcune città – sia in condizioni di assoluto abbandono.

Un ecologo americano, Christopher Riley, ha provato a fare un po’ di conti. E ha calcolato che i servizi naturali prodotti dalla natura selvaggia che sta riconquistando i territori urbani abbandonati dall’uomo ammontano a 2.931 dollari per ettaro, contro i 1.320 degli ecosistemi urbani ordinati e degli 861 dollari delle aree di campagna. Il report su PNAS tende a sfatare anche un luogo comune, secondo cui l’arrivo di specie aliene (piante o animali che siano) rappresentano di per sé un fattore negativo per gli ecosistemi. Non sempre è così. L’arrivo nelle aree urbane di piante e animali provenienti da altre regioni e persino da altri continenti rappresenta quasi sempre un fattore di equilibrio. D’altra parte si tratta di un ecosistema nuovo e nessuno è, per definizione, un alieno.
Viva la riconquista, dunque? Beh, se vediamo il problema da un punto di vista squisitamente ecologico, sì: viva la riconquista. Ma ci sono anche correlati sociali. Nelle aree urbane abbandonate regna il degrado umano e cresce la delinquenza. E, in questo caso, trovare il miglior equilibrio non è affatto semplice.

Chi è Pietro Greco

Pietro Greco, laureato in chimica, è giornalista e scrittore. Collabora con numerose testate ed è tra i conduttori di Radio3Scienza. Collabora anche con numerose università nel settore della comunicazione della scienza e dello sviluppo sostenibile. E' socio fondatore della Città della Scienza e membro del Consiglio scientifico di Ispra. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/se-l-uomo-se-ne-va-la-natura-si-riprende-cio-che-e-suo

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Wed, 06 Jun 2018 12:12:20 +0000
Costa Rica annuncia un piano ambizioso per vietare i combustibili fossili e diventare la prima società al mondo decarbonizzata http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3186-costa-rica-annuncia-un-piano-ambizioso-per-vietare-i-combustibili-fossili-e-diventare-la-prima-societa-al-mondo-decarbonizzata http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3186-costa-rica-annuncia-un-piano-ambizioso-per-vietare-i-combustibili-fossili-e-diventare-la-prima-societa-al-mondo-decarbonizzata

costaricaDurante il discorso inaugurale tenuto a inizio mese, il nuovo presidente della Costa Rica ha annunciato un piano ambizioso per rendere il paese un leader nella lotta contro il cambiamento climatico.

Mentre migliaia di elettori erano riuniti a San Jose per la cerimonia di indizione presidenziale, Carlos Alvarado ha annunciato le sue intenzioni di vietare completamente l'uso di combustibili fossili e rendere Costa Rica il primo paese al mondo a raggiungere la decarbonizzazione.

"La decarbonizzazione è il grande compito della nostra generazione e il Costa Rica deve essere uno dei primi paesi al mondo a realizzarlo, se non il primo", afferma il presidente.

Ha aggiunto: "Abbiamo il compito titanico di abolire l'uso dei combustibili fossili nella nostra economia per far posto all'utilizzo di energie pulite e rinnovabili".

costariaalvaradoAlvarado, che in precedenza lavorava come giornalista, sembrava già enfatizzare le sue intenzioni recandosi all'inaugurazione a bordo di un autobus a idrogeno.

Il presidente progetta infatti di attuare il divieto di combustibili fossili del paese nel 2021, che segna il 200° anno di indipendenza del Costa Rica.

"Quando raggiungiamo i 200 anni di vita indipendente, porteremo avanti la Costa Rica e festeggeremo ... il fatto che abbiamo tolto benzina e diesel dai nostri trasporti", ha promesso Alvarado.

Sebbene il divieto possa sembrare poco realistico, la Costa Rica è già stata accolta per aver generato il 99% del proprio fabbisogno energetico attraverso fonti di energia rinnovabile, come l'energia idroelettrica, eolica, solare e geotermica.

Gli esperti dicono che uno degli ultimi importanti passi per la decarbonizzazione del paese è l'eliminazione dei combustibili fossili dai trasporti pubblici, che costituiscono una gran parte delle emissioni di CO2 del Costa Rica.

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Sun, 27 May 2018 10:54:22 +0000
La timidezza botanica: l'incredibile comportamento degli alberi http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3180-la-timidezza-botanica-l-incredibile-comportamento-degli-alberi http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3180-la-timidezza-botanica-l-incredibile-comportamento-degli-alberi

tim2La natura è fantastica: ci sorprende costantemente con la sua bellezza, nelle sue precise forme geometriche (come viste ad esempio nelle conchiglie o nei fiori di girasole), nella sua capacità di addattare le proprie forme, nel suo continuo ed incredibile sfoggio di colori... elevatissime opere d'arte viventi, dotate di una complessità che ancora non comprendiamo bene.
Uno dei comportamenti spettacolari che offre a noi accade a molti metri da terra, all'altezza delle chiome degli alberi. Un fenomeno che apparentemente non è stato scoperto fino all'inizio del XX secolo.

La natura è fantastica Siamo sorpresi con una precisione matematica in forma di conchiglie, con adattamenti sorprendenti come la modifica camaleonte colore, con la danza delle maree o il becco allungati di colibrì che si adattano perfettamente con i fiori tubolari corolla . La natura è qualcosa che ancora non comprendiamo, perché forse non è alla nostra portata.

Questo comportamento è noto agli Anglo-Sassoni come "crown shyness", la timidezza delle chiome.  Certamente sembra una parola appropriata per descrivere il fenomeno, perché gli alberi sembrano prendersi cura delle distanze con precisione millimetrica, evitando che i rami si scontrino con quelli del vicino.

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La "timidezza" si verifica principalmente tra gli alberi della stessa specie, ma è stata osservata anche tra esemplari di specie diverse. È stata osservata nelle conifere dell'Alaska o nei larici del Giappone e nelle latitudini tropicali, dove le rigogliosissime foreste costringono le piante a lottare per ottenere un raggio di luce. Il fenomeno è più diffuso tra alberi della stessa specie, ma avviene anche tra alberi di specie diverse, ed è più facilmente osservabile lì dove gli alberi crescono molto vicini l'uno all'altro.

Negli anni '50 il botanico australiano Maxwell Ralph Jacobs osservò la timidezza negli eucalipti, e pensò che fosse dovuta all'abrasione che prodotta quando si sfregano l'uno contro l'altro, una prima teoria che ora sembra essere stata scartata. Più tardi un altro botanico, il francese Francis Hallé, propose nella sua opera "L'Architettura Degli Alberi" che la timidezza arborea risponde a cause genetiche. Hallé sosteneva che la forma della coppa non è mai casuale e che ogni albero ha il suo specifico programma di sviluppo controllato dai geni.

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Scientificamente, non si comprende ancora il motivo per cui delle piante possano scegliere di cercare un'ottimale esposizione alla luce cooperando, aiutandosi a vicenda. Si pensa che questa separazione tra le chiome emerga con lo scopo di prevenire la diffusione di larve dannose per questi alberi. Un'altra teoria - quella attualmente più accettata dalla comunità scientifica - sostiene che la "timidezza" sia dovuta al fatto che gli alberi emettono, attraverso le foglie, alcune sostanze che servono a coordinare la crescita con altri esemplari. Ciò comunque sottintende che le specie arboree comunichino e si coordino tra di loro.

Questa proposta scientifica rimane comunque non provata, ma ha senso dal punto di vista ecologico. Se la teoria fosse vera, sarebbe una nuova dimostrazione dell'intelligenza della natura, e del suo disegno armonico.
Un disegno che può insegnarci l'utilità, la bontà e la bellezza della collaborazione.

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Mon, 07 May 2018 09:22:26 +0000
Energia ecosostenibile - gli scienziati potrebbero avere appena superato il più grande ostacolo alla produzione di idrogeno di massa http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3177-energia-ecosostenibile-gli-scienziati-potrebbero-avere-appena-superato-il-piu-grande-ostacolo-alla-produzione-di-idrogeno-di-massa http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3177-energia-ecosostenibile-gli-scienziati-potrebbero-avere-appena-superato-il-piu-grande-ostacolo-alla-produzione-di-idrogeno-di-massa

sunleaves
La ricerca di soluzioni energetiche che possano essere ecocompatibili, attuabili e convenienti, ha trovato una nuova eccitante svolta attraverso l'uso della luce solare.

Un team di esperti delle energie rinnovabili dell'Università di Exeter ha aperto la strada a una nuova tecnica per produrre idrogeno dalla luce solare, al fine di creare un combustibile pulito, economico e ampiamente disponibile.

Il team ha sviluppato un metodo innovativo per suddividere l'acqua nelle sue parti costituenti - idrogeno e ossigeno - utilizzando la luce solare.
L'idrogeno può quindi essere utilizzato come combustibile, con il potenziale di alimentare oggetti di uso quotidiano come case e veicoli.

Fondamentalmente, il carburante a idrogeno che può essere creato attraverso questo metodo di fotosintesi sintetica non solo creerebbe zero emissioni di carbonio, ma sarebbe anche una fonte di energia praticamente illimitata.

Attualmente, circa l'85% delle riserve energetiche globali proviene dai combustibili fossili. Pertanto, la necessità e il desiderio di trovare una fonte di combustibile rinnovabile sostenibile ed economicamente efficiente sta crescendo con urgenza.

Forse non sorprende che il sole sia la fonte di energia rinnovabile più abbondante della terra, con il potenziale di fornire 100.000 terawatt di energia ogni anno - il che significa che un'ora di energia solare è pari a un intero anno di consumo totale di energia in tutto il mondo.

Tuttavia, uno degli ostacoli più significativi allo sviluppo di tecnologie a energia solare è stata l'incapacità di produrre un materiale semiconduttore che potesse convertire efficacemente la luce solare in una fonte di energia immagazzinabile.

In questa nuova ricerca, il team ha utilizzato l'ossido di ferro di lantanio per creare un materiale semiconduttore che ha dato i risultati ideali per l'utilizzo della luce solare nella produzione di idrogeno dall'acqua, rendendolo il candidato più forte per la generazione di idrogeno rinnovabile.

La nuova ricerca si concentra sull'uso di un rivoluzionario fotoelettrodo - un elettrodo (fatto da nanoparticelle di elementi lantanio, ferro e ossigeno) che assorbe la luce per poi avviare le trasformazioni elettrochimiche utili ad estrarre l'idrogeno dall'acqua.

I ricercatori ritengono che questo nuovo tipo di fotoelettrodo non sia solo economico da produrre, ma che possa anche essere ricreato su ampia scala per l'uso di massa in tutto il mondo.

La ricerca è pubblicata sulla rivista principale, Scientific Reports .

Govinder Pawar, il ricercatore con sede presso l'Università di Exeter's Environment and Sustainability in Cornwall, ha dichiarato: "Con l'aumento delle economie e della popolazione, i combustibili fossili non saranno in grado di sostenere la domanda globale di energia in modo "pulito", dato che si stanno esaurendo ad un ritmo allarmante. È necessario trovare fonti alternative di combustibili rinnovabili in grado di sostenere la domanda globale di energia. L'idrogeno è una promettente fonte di combustibile alternativa in grado di sostituire i combustibili fossili, in quanto ha una maggiore densità energetica rispetto ai combustibili fossili (più del doppio), emissioni zero di carbonio e l'unico sottoprodotto è l'acqua ".

Govinder Pawar ha aggiunto: "Abbiamo dimostrato che il nostro fotoelettrodo ha gli allineamenti di banda ideali necessari per suddividere l'acqua nei suoi costituenti (H2 e O2) spontaneamente...inoltre, il nostro materiale ha un'eccellente stabilità: dopo 21 ore di test, non si degrada, fattore ideale per scopi di scissione dell'acqua. Stiamo attualmente lavorando per migliorare ulteriormente il nostro materiale, per renderlo più efficiente e per produrre più idrogeno ".

Fonte: http://www.exeter.ac.uk/news/research/title_654984_en.html




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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Thu, 03 May 2018 11:01:10 +0000
Assalto agli oceani http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3176-assalto-agli-oceani http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3176-assalto-agli-oceani

Pesca industrialeArrivano quasi quotidianamente, seppur relegate in colonnine quasi invisibili su quotidiani e riviste: sono le notizie terrificanti sullo stato dei nostri mari. "Nostri", perché dovrebbero essere patrimonio di tutti, non la discarica del pianeta di fronte alla quale tutti ci giriamo dall'altra parte.

Le notizie sui danni che l’odierna società umana causa all’ambiente vengono minimizzate e banalizzate dall’industria mediatica. Dopotutto, è anch’essa un’industria multinazionale, ramificata come un’edera ma con poche, potenti radici da cui le viene il nutrimento (e le vengono le indicazioni): i soliti padroni del vapore. Nonostante questo, sono ormai uno stillicidio le notizie scarne e banali, o relegate nella paginetta “ambiente” di quotidiani e riviste, ma ugualmente terrificanti sul degrado dei mari. Sull’inquinamento delle loro acque, sui continenti di rifiuti di plastica, sulla distruzione delle barriere coralline, sull’estinzione annunciata di specie importantissime per la vita degli oceani, sull’ impoverimento senza precedenti di tutta la fauna e la flora marina.

di Sonia Savioli

Abbiamo svuotato gli oceani delle loro creature, li abbiamo riempiti di schifezze e veleni. Si calcola che ogni giorno su questo povero pianeta finiscano in acqua due milioni di tonnellate di rifiuti. Poiché è una cifra così grande che si fa fatica a immaginarla, ricordiamoci che una tonnellata corrisponde a mille chili e, di conseguenza, due milioni di tonnellate sono due miliardi di chili di immondizie, che vengono ogni giorno buttate in mare o che ci arrivano con l’acqua dei fiumi.

Nel 2008 erano già state censite negli oceani 58 “zone morte”, cioè completamente prive di vita, spesso “batteriologicamente pure”, che significa che non ci sopravvivono nemmeno i batteri, e che ammontavano a 12 milioni di chilometri quadrati. Dodici milioni di chilometri quadrati (per avere un’idea: la superficie degli Stati Uniti è inferiore a dieci milioni di chilometri quadrati) di acque marine morte, avvelenate da pesticidi, fertilizzanti chimici, liquami tossici di ogni tipo che si riversano dai campi dell’agricoltura industriale, dalle fabbriche, dalle fogne di paesi e città, dalle navi da crociera e da quelle mercantili. E il mare non ha scampo, è il grande continente liquido che tutto accoglie e in cui tutto circola; senza che si possa circoscriverlo.

Stillano, le notizie, goccia a goccia. I padroni dei media e del vapore non vogliono allarmarci; non sia mai che cominciamo a riflettere, a fare due più due, a reagire e ad agire responsabilmente. Per questo motivo ci sono informazioni che vengono proprio, scartate, nascoste, ignorate. Per esempio, l’informazione che la pesca industriale, quella che sta desertificando gli oceani, viene sovvenzionata dagli stati e dal superstato globale (Unione Europea, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, e chi più ne ha più ne metta) con 30 miliardi di dollari l’anno.

Senza quei miliardi forse la pesca industriale non potrebbe sopravvivere, perché i suoi costi sono altissimi. I cosiddetti “pescherecci” oceanici sono in realtà vere e proprie fabbriche galleggianti, nelle quali il pesce viene lavorato, congelato e/o messo in scatola. Fabbriche galleggianti che consumano enormi quantità di carburante, che depredano gli oceani, svuotandoli di tutte le loro creature e che, piccolo effetto collaterale, li inquinano con liquami, rifiuti e chilometri di reti rotte che vengono lasciati a ondeggiare a pelo d’acqua, continuando a uccidere del tutto inutilmente.

Le reti e i palamiti stesi in mare da queste mostruose macchine arrivano a misurare fino a cinquanta chilometri, le spadare usate nel Mediterraneo fino a venti chilometri. Decine di chilometri di morte e distruzione in gran parte inutili, di nessun vantaggio neanche per questi saccheggiatori del mare. Ci finiscono impigliati animali di ogni specie, dai pinguini alle sule, dalle tartarughe agli squali, dalle foche alle balene, che però non interessano ai razziatori industriali e che muoiono inutilmente e atrocemente ogni giorno.

Senza quei 30 miliardi all’anno di finanziamento (estorti a noi con le tasse; stornati ai servizi pubblici e alle pensioni dai governi liberisti; “risparmiati” da quegli stessi governi sui salari di insegnanti non assunti, dipendenti dei Comuni in via di estinzione ecc.) forse si tornerebbe alla pesca artigianale, sicuramente il tonno costerebbe molto di più, se ne consumerebbe di meno e non lo si darebbe ai cani e ai gatti con le scatolette. E non si starebbe estinguendo.

Ma il sistema ha trovato il modo di alimentare sé stesso; la pesca industriale è appannaggio delle multinazionali, i governi occidentali sono ormai fantocci meccanici da loro azionati, le istituzioni sovranazionali sono governate dai loro uomini: gente che passa da una finanziaria a una grande banca a un’agenzia dell’ONU e viceversa. E si stanno mangiando anche gli oceani.

La maggior parte delle persone consapevoli di ciò, sensibili ai problemi ambientali e sociali, è sempre più in preda allo sconforto e sempre meno attiva, se non su feisbuc e compagnia bella. Ci sembra che “il sistema” sia ormai onnipotente e invulnerabile. E non ci rendiamo conto di esserne parte; non ci rendiamo conto di quanto siamo attivi nel sostenerlo, inetti nel contrastarlo. Eppure oggi, come mai prima, il gigante ha i piedi d’argilla; il potere economico, oggi come non mai, si fonda sui nostri consumi quotidiani più che su qualsiasi elargizione statale o sovrastatale. Dunque sulle nostre insalate al tonno, sui nostri ristoranti “tutto pesce”, sulla nostra moda del sushi si fonda la distruzione degli oceani. Sui banchi dei supermercati col pesce fresco, una parte del quale verrà gettato via ogni sera; sui frigoriferi dei supermercati pieni di pesce surgelato arrivato direttamente dalle navi-fabbrica per finire nel carrello della spesa e nelle mense aziendali e scolastiche. Ed è interessante vedere come, gente che va in chiesa due volte l’anno o che non ci è andata nemmeno per sposarsi, rispetti puntigliosamente il precetto del “venerdì di magro”. Che poi nessuno aveva mai detto che “magro” significasse pesce, piuttosto significava digiuno o poco più ed era una norma igienica oltre che spirituale, non un banchetto a base di sogliola e branzino.

Il Sistema, che è creato, gestito e guidato dalle lobbies multinazionali di ogni tipo (tra quelle della pesca, pensate, c’è la Mitsubishi), è fatto di tutte queste cose, dei consumi collettivi e di quelli individuali, e la forza dei pochi che lo controllano si fonda sull’ignoranza e l’indifferenza dei molti che lo subiscono e lo sostengono.

Ancora una volta ci troviamo di fronte allo strapotere delle multinazionali e al loro pressoché totale controllo delle cosiddette “istituzioni sovranazionali”. La pesca industriale viola continuamente e senza alcuna esitazione o ritegno le norme e le leggi internazionali ma le istituzioni internazionali fanno finta di niente e la sovvenzionano, e così fanno i governi. Quando non cambiano addirittura le leggi per agevolare il saccheggio. Da anni il governo italiano e la regione Sicilia fanno deroghe alla legge europea sulla pesca del novellame di sardine. Si arraffa finché si può, distruggendo intere specie; poi si sposteranno altrove soldi e finanziamenti, magari nelle centrali a biomasse.

La suddetta Mitsubishi è un altro esempio luminoso di come il sistema capitalistico globale concepisca l’economia. Da quindici anni fa incetta di tonno rosso all’asta del pesce di Tokio (c’è un’asta di cadaveri marini, a Tokio, ma né voi né io potremmo partecipare) e ammassa i tonni rossi congelati in enormi frigoriferi (alla faccia del risparmio energetico) in attesa che il tonno rosso si estingua. Così aumenterà di prezzo in modo stratosferico e ce l’avranno solo loro! Per quanto? Non importa, gli investimenti si saranno già spostati. Speriamo che gli si guastino i frigoriferi.

Ma non basta, in questo millennio apocalittico l’Unione Europea ha permesso la “pesca in acque profonde”. Dato che in quelle costiere il pesce non c’è più, bretoni e spagnoli hanno proposto di raschiare i fondali fino a oltre mille metri di profondità. E non immaginatevi dei “pescatori” come nei film del neorealismo. Si tratta sempre di multinazionali della pesca-alimentazione-grande distribuzione. Peccato che gli animali degli abissi marini vivano anche fino a cento anni e si riproducano magari a trent’anni; peccato che i coralli degli abissi abbiano anche quattromila anni e crescano anch’essi a ritmi molto lenti; peccato che in quegli abissi la vita abbia regole che neanche conosciamo e ospiti creature che nemmeno sospettiamo. Peccato anche che questa pesca in acque profonde possa essere redditizia solo grazie ai fiumi di sovvenzioni che, a nostre spese, stati e sovrastati (vedi UE) danno all’industria della pesca.

E’ avvenuto tutto all’improvviso… Quel mattino mi accadde di arpionare una cernia. Una cernia robusta, combattiva. Si scatenò sul fondo una vera e propria lotta titanica fra la cernia che pretendeva di salvare la sua vita e me che pretendevo di togliergliela. La cernia era incastrata in una cavità tra due pareti; cercando di rendermi conto della sua posizione passai la mano destra lungo il suo ventre. Il suo cuore pulsava terrorizzato, impazzito dalla paura. E con quel pulsare di sangue ho capito che stavo uccidendo un essere vivente. Da allora il mio fucile subacqueo giace come un relitto impolverato nella cantina di casa mia”.

Sono le parole di Enzo Maiorca, morto nel 2016, siciliano, campione mondiale di immersione in apnea, che da quel momento smise con la pesca subacquea, diventò vegetariano e si batté per la salvezza del mare, che vedeva sempre più in pericolo. Divenne un araldo di tutte le creature che nel mare vivono, avendo infranto la barriera dell’estraneità e dell’indifferenza, avendo imparato a sentirle come suoi simili, a condividerne la sofferenza, a desiderarne profondamente la salute e la libertà.

Enzo Maiorca

Forse è quello che manca oggi a un movimento ambientalista sempre più impotente?  L’amore, vero e profondo, per le altre creature che il nostro “sviluppo” sta distruggendo? Forse amiamo di più quello “sviluppo”, che ci consente di fare la spesa al supermercato, avere in tasca il cellulare e sotto il sedere un’auto o una moto, nel piatto una salsa ai gamberetti e un chilo di plastica al giorno da smaltire tanto c’è la raccolta differenziata? E di cavarcela con una firma on line, senza più andare in piazza, riunirci, fare cartelli, portare striscioni, gridare sotto le finestre dei potenti? Senza smettere di consumare tutto ciò che danneggia la vita? Queste sono azioni che richiedono tempo, impegno e fatica, e il tempo e la fatica si usano volentieri solo per ciò che si ama.

Perché lo amava Maiorca divenne un difensore di questo povero Mediterraneo, un tempo meraviglioso e infinitamente ricco di vita, oggi devastato e straziato. Eppure, dalle balene che nonostante tutto lo solcano, agli uccelli marini che ancora nidificano sulle sue coste, alle tartarughe che ancora vengono a riprodursi sulle sue spiagge, c’è ancora tanto da salvare. Se riusciremo a sentirne i battiti del cuore.

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/assalto-agli-oceani

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Wed, 02 May 2018 09:27:26 +0000
Arsenico, mercurio e tallio nel sangue degli amiatini http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3174-arsenico-mercurio-e-tallio-nel-sangue-degli-amiatini http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3174-arsenico-mercurio-e-tallio-nel-sangue-degli-amiatini
L’Ars divulga i primi dati del progetto InVetta: sforamenti di metalli pericolosi su mille abitanti di comuni geotermici. Le cause? «Servono approfondimenti».
 
Con l’arsenico e il mercurio spunta il tallio, il terzo incomodo, la vera scoperta delle indagini Ars sulla salute degli amiatini.

Sono stati presentati ad Arcidosso i primi risultati del progetto InVetta (Indagine di biomonitoraggio e valutazioni epidemiologiche a tutela della salute nei territori dell’Amiata), iniziativa dell’Agenzia regionale.

Ma chi era andato per sapere se le anomalie della salute della popolazione dipendono dalla geotermia, ancora una volta dovrà aspettare. Le indagini sono ancora in corso e se ne profilano altre ancora più meticolose.

di Fiora Bonelli

Geotermia Larderello

Il rilevamento di InVetta segue le indagini epidemiologiche volute dalla Regione Toscana per appurare la salute dell’Amiata geotermica, da cui era risultato un eccesso di mortalità degli abitanti nei comuni legati allo sfruttamento dei soffioni. Per approfondire le cause di questa anomalia, facendo leva sulla quale i comitati antigeotermici più e più volte hanno chiesto una moratoria dello sfruttamento energetico geotermico, l’Ars Toscana ha messo in atto un successivo monitoraggio.

L’indagine doveva essere condotta su 2mila persone circa, di età 18-70 anni, residenti nei comuni dell’Amiata più interessati dalle emissioni delle centrali.

Ancora le 2mila persone auspicate dal direttore dell’osservatorio epidemiologico dell’Ars Fabio Voller non si sono ottenute. Gli esami hanno riguardato 1.065 persone per un 50% fuori campione Ars. Hanno completato tutte le analisi in 992 di cui 629 volontari. Più donne (57%) che uomini (43%), più over 55 (38,4%) che under 40 (26%).

«È comunque un campione sufficiente – ha detto Voller ad Arcidosso – e arrivare a 2mila non dovrebbe spostare di molto i risultati».

Ma quali elementi si era andati a cercare nel sangue e nelle urine dei campioni? Si è verificato se c’era arsenico, mercurio, antimonio, berillio, cadmio, cobalto, cromo, manganese, nichel, tallio, vanadio al di sopra dei valori di riferimento stabiliti.

La maggior parte dei metalli sono risultati presenti in eccesso rispetto ai range (arsenico 9%; cromo 9,9%; cadmio 15% ad esempio), ma lo sforamento si è registrato in particolare per il mercurio e il tallio: per il mercurio nel sangue, su 637 analisi, i superamenti sono stati 191, 30%. Per il tallio (che si assume soprattutto per ingestione e è altamente tossico) su 738 analisi, i superamenti ammontano a 222. I superamenti si registrano nei campioni di tutti i comuni considerati circa in egual misura.

Ma quali le cause di questa anomalia che preoccupa molto tutti quanti, come ha detto anche Fabrizio Boldrini, presidente Società salute Grosseto? Un dato di fatto è che nelle zone vulcaniche, come l’Amiata, c’è una esposizione naturale a questo tipo di metalli, ma per saperne di più e stabilire se ci sia un collegamento con le centrali geotermiche, occorrono analisi ancora più specifiche.

Ars adesso punta alla georeferenziazione: a cosa serve? Riuscire a stabilire se un gruppo di persone che hanno superato i limiti dei metalli abitano nella stessa zona circoscritta, se bevono la stessa acqua, se consumano gli stessi prodotti del medesimo orto, se irrigano con l’acqua di stessi pozzi, se vivono vicino alle centrali. Per i comitati questi esami sono «un’altra lampadina che si accende» sulla geotermia, per Voller e la sua collaboratrice Cristina Aprea non ci sono ancora elementi cogenti per dirlo: «Le cause di assimilazione di questi metalli sono tante», ha detto, non escludendo però la presenza delle centrali.

Fonte: http://m.iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2018/04/25/news/arsenico-mercurio-e-tallio-nel-sangue-degli-amiatini-1.16759045

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Mon, 30 Apr 2018 08:43:04 +0000
Colombia: la Corte Suprema ordina al governo di proteggere l'amazzonia http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3167-colombia-la-corte-suprema-ordina-al-governo-di-proteggere-l-amazzonia http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3167-colombia-la-corte-suprema-ordina-al-governo-di-proteggere-l-amazzonia

AmazzoniaLa sentenza è arrivata dopo che un gruppo di giovani attivisti ha denunciato il governo per aver violato il loro diritto alla vita, al cibo e all'acqua. La Corte Suprema della Colombia ha ordinato al ramo esecutivo e ad altre autorità nazionali, regionali e municipali di agire con urgenza per proteggere la foresta pluviale amazzonica .

La sentenza della corte è stata emessa giovedì dopo che un gruppo di giovani attivisti di età compresa tra i sette ei 26 anni ha intentato una causa contro il governo rivendicando il loro diritto alla vita, il cibo e l'acqua sono stati violati.

La corte ha accettato, affermando che "senza un ambiente sano, i soggetti della legge e gli esseri viventi, in generale, non saranno in grado di sopravvivere, per non parlare di salvaguardare quei diritti per i nostri figli o per le generazioni future".

La deforestazione in Amazzonia è aumentata del 44% tra il 2015 e il 2016 , con stime che indicano che tra 56.953 e 70.074 ettari sono stati decimati a causa di attività minerarie, agricoltura e disboscamento illegali, contribuendo al cambiamento climatico e "danni imminenti e gravi a bambini, adolescenti, e adulti che hanno presentato causa e, in generale, a tutti gli abitanti del territorio nazionale, sia per le generazioni presenti che per quelle future. "

Secondo la corte, "nonostante numerosi impegni internazionali, regolamenti ... lo stato colombiano non ha affrontato efficacemente il problema della deforestazione in Amazzonia".

Il gruppo di diritti Dejusticia ha sostenuto la causa, Camila Bustos , ricercatrice del gruppo, ha celebrato la sentenza dicendo che "segna un precedente storico in termini di contenzioso sui cambiamenti climatici".

La sentenza della Corte Suprema includeva il riconoscimento della foresta pluviale amazzonica come "entità soggetta a diritti", garantendo gli stessi diritti degli umani.

Dopo la sentenza, il governo colombiano avrà quattro mesi per elaborare un piano d'azione per ridurre a zero la deforestazione e i gas serra, l'integrazione delle misure di protezione ambientale nei piani di sviluppo e di ordinanza territoriale dei comuni e l'effettiva attuazione della polizia, giudiziario e politiche amministrative nel territorio amazzonico

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Mon, 16 Apr 2018 12:18:56 +0000
Ispra: troppi pesticidi in un fiume su quattro e nella metà dei laghi italiani http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3161-ispra-troppi-pesticidi-in-un-fiume-su-quattro-e-nella-meta-dei-laghi-italiani http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3161-ispra-troppi-pesticidi-in-un-fiume-su-quattro-e-nella-meta-dei-laghi-italiani

Scarico AcquaLa salute delle acque che scorrono in superficie e sotto, nelle falde del nostro paese, continua ad essere incerta e per certi versi preoccupante. Tra gli inquinanti una parte importante spetta ai pesticidi, come il glifosato. A dirlo è l’annuario dei dati ambientali dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), appena pubblicato insieme al Rapporto ambiente. Tra i temi affrontati nei report ci sono anche agricoltura, energia, trasporti, biodiversità, clima, inquinamento atmosferico, consumo di suolo, e rifiuti. In che condizioni versano le nostre acque? Solo il 43% dei fiumi e il 20% dei laghi raggiungono l’obiettivo di qualità per stato ecologico (equilibrio dell’ecosistema); mentre 1 fiume su 4 e più della metà dei laghi (52%) non raggiungono l’obiettivo di qualità per lo stato chimico (presenza di pesticidi e sostanze chimiche).

Le zone più contaminate

Colpisce il dato relativo alla contaminazione da pesticidi. L’Ispra spiega: “Inquinati 370 punti di monitoraggio (23,8% del totale) di acque superficiali, con concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali; nelle acque sotterranee, 276 punti (8,6% del totale) registrano tale superamento. Permangono, tuttavia, sensibili differenze tra le regioni, dovute a un monitoraggio degli inquinanti ancora disomogeneo sul territorio nazionale”. E in effetti, mentre il picco di acque pulite spetta alla Sardegna, il maggior numero di punti con superamenti degli standard di qualità si registrano nelle aree della pianura padano-veneta (arco di tempo 2010-2014). “Tale stato è legato ovviamente alle caratteristiche idrologiche del territorio in questione e al suo intenso utilizzo agricolo – spiega Ispra – ma dipende anche dal fatto che le indagini sono più complete e rappresentative nelle regioni del Nord. D’altra parte, l’aumentata copertura territoriale e la migliore efficacia del monitoraggio sta portando alla luce una contaminazione signi cativa anche al Centro-Sud”.

Il glifosato in Toscana

In generale, fortunatamente, nelle acque superficiali, il valore del superamento degli standard registra un aumento pressochè regolare in tutto l’arco temporale considerato (2010-2014), raggiungendo il suo valore massimo nel 2014 (21,3%), mentre nelle acque sotterranee tra il 2010-2014 il valore del superamento è pressochè stabile (circa il 7%). In particolare, l’Arpa Toscana ha rilevato la presenza di glifosato nelle acque regionali, identificando tra quelle superficiali, ben cinque tra fiumi e invasi con concentrazione media di Glifosato superiore allo standard di qualità ambientale: Invaso Penna, fiume Arno Valdarno Inferiore, fiume Greve Valle, fosso Reale – Torrente Rimaggio e fosso Serpenna. Dati critici anche nella zona a vocazione “vivaistica” in provincia di Pistoia dove, in alcuni torrenti, sono state trovate concentrazioni medie annue ben superiori allo standard di qualità ambientale.

Prodotti fitosanitari e avvelenamento

In Italia, nel 2014 si sono verificati 614 casi di avvelenamento acuto legati ai prodotti fitosanitari. Il monitoraggio condotto dall’ISS afferma che la maggior parte dei casi (84%) non è correlata a effetti gravi e che le sostanze attive più frequentemente coinvolte includono metam sodio, glifosato, metomil, solfato di rame, clorpirifos metile e dimetoato. Tutte le informazioni e i report sono scaricabili al sito www.isprambiente.gov.it. Per effettuare ricerche statistiche sugli indicatori vedi anche http://annuario.isprambiente.it

Fonte: https://ilsalvagente.it/2018/03/20/ispra-troppi-pesticidi-in-un-fiume-su-quattro-e-nella-meta-dei-laghi-italiani/33433/?utm_content=buffere1867&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Sat, 24 Mar 2018 08:16:31 +0000
Nuovo Codice Forestale: “Non rispetta la Costituzione, ecco perchè” http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3159-nuovo-codice-forestale-non-rispetta-la-costituzione-ecco-perche http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3159-nuovo-codice-forestale-non-rispetta-la-costituzione-ecco-perche

ll’appello lanciato alcune settimane fa dall’Università della Tuscia, risponde e rincara la dose l’Università di Camerino. Gli studiosi sono concordi nel bocciare il Nuovo Codice Forestale e a dar voce al disappunto ieri è stato Franco Pedrotti, Professore Emerito dell’Ateneo marchigiano, in una lettera inequivocabile.

CIR Boschi Incostituzionale

“Molte nubi oscurano il futuro delle foreste italiane. E’ di imminente approvazione da parte del Consiglio dei Ministri il Testo Unico Forestale che dovrebbe regolamentare tutte le attività del settore per i prossimi venti anni. Si tratta di un provvedimento che sta suscitando grande indignazione in larghe fasce del mondo accademico e dell’opinione pubblica sia per il metodo con cui è stato redatto che per il suo contenuto”, scrive Pedrotti. “Il testo del provvedimento di legge è il risultato del lavoro di un ristretto gruppo di persone con competenze limitate a specifici settori delle scienze forestali e da altri soggetti rappresentativi del mondo agrario, commerciale ed industriale. Totalmente assenti esperti nei settori dell’Ecologia, della Botanica, della Zoologia, della Patologia vegetale, della Geologia, dell’Idrologia, della Medicina. Anche alcuni confronti pubblici organizzati dai promotori della legge hanno avuto solo funzione di facciata perché tutti le opinioni dissonanti rispetto all’impostazione del testo non sono state tenute in alcun conto. Ne è derivato un provvedimento che, non considerando il bosco nella sua complessità ecosistemica, finisce col promuoverne e sostenerne solo le potenzialità produttive trascurando ogni riferimento agli aspetti di tutela delle foreste e dei suoli, se non quelli già imposti dalla normativa. Le conseguenze sono devastanti.

Di seguito il prof. Pedrotti elenca quelle che destano maggiore sconcerto:

  • Fatta eccezione per la aree protette, che sono già tutelate da altra normativa, nel Testo Unico non viene considerata alcuna ipotesi di zonizzazione del territorio forestale ossia distinzione tra boschi di protezione, boschi di produzione e boschi degradati da restaurare. Le attività di carattere produttivo possono essere applicate dovunque;
  • Per “migliorare” le condizioni del patrimonio forestale nazionale viene proposta e sostenuta la cosiddetta “gestione attiva” del bosco che, però, consiste solo in varie modalità di taglio dello stesso;
  • Tutti i rimboschimenti, anche quelli “storici” eseguiti a fine Ottocento e che quindi fanno ormai parte del patrimonio paesaggistico tradizionale, che il Testo Unico sostiene di voler preservare, vengono esclusi dalla categoria bosco e quindi possono essere eliminati. Lo stesso dicasi per quelli eseguiti con finanziamenti dell’Unione Europea.
  • I boschi vengono messi sullo stesso piano dei terreni agrari, come se fossero sistemi artificiali e non dotati di una propria capacità autorganizzativa. Si considerano abbandonati i boschi cedui che non abbiano subito tagli per un periodo superiore alla metà del turno consuetudinario o le fustaie che non abbiano subito diradamenti negli ultimi venti anni. Pertanto, un bosco che, per volere del suo legittimo proprietario, evolve naturalmente verso forme più complesse e stabili, viene considerato abbandonato. Egualmente viene giudicato abbandonato un terreno agricolo non coltivato negli ultimi tre anni. Tale è reputato anche un campo non arato da anni e riconquistato dalla vegetazione spontanea, in particolare forestale: i cosiddetti boschi di neoformazione;
  • Se il proprietario dei terreni agricoli abbandonati non provvede direttamente alla messa a coltura degli stessi, eliminando la vegetazione infestante (anche i boschi di neoformazione), l’autorità pubblica provvede al recupero “produttivo” degli stessi o agendo in proprio o delegando tali interventi a soggetti terzi come, ad esempio, cooperative giovanili;
  • Si introduce il termine “trasformazione” per indicare esplicitamente l’eliminazione del bosco. La trasformazione può essere compensata con altre opere e servizi. Ciò vuol dire che l’eliminazione di un bosco, magari di pregio, può essere compensata con un rimboschimento qualsiasi, anche fisicamente lontano, ma anche con un’opera di servizio quale una strada forestale. Non è tutto: la compensazione può risolversi addirittura nel versamento di un contributo monetario alla Regione. Insomma, un modo surrettizio per autorizzare cambi di uso del suolo non consentiti dalla normativa vigente;
  • Il provvedimento pone ripetutamente l’accento sulla necessità della gestione del patrimonio forestale nazionale attraverso la selvicoltura. Di fatto, introduce delle scadenze temporali agli interventi che, paradossalmente, sono contrari alla selvicoltura, anche a quella produttivistica nell’accezione più riduttiva del termine, perché impongono limiti che contrastano con la necessità del selvicoltore di adattare le modalità di intervento a quelle che sono le caratteristiche proprie di ciascun popolamento. Nella sostanza, la sola attività realmente praticabile è la produzione di biomasse per scopi energetici ossia il taglio del bosco per l’alimentazione delle centrali a biomasse. Con i non trascurabili risvolti che ciò comporta anche per la salute dell’uomo;
  • Nel Testo Unico manca qualsiasi riferimento alla fauna, alle sue funzioni negli ecosistemi forestali, e alla sua protezione.

“Questi sono solo alcuni dei tanti aspetti che rendono questo provvedimento di legge incompleto – conclude il Prof. Emerito Franco Pedrotti – non rispettoso dei principi della Costituzione italiana, lontano da una sana politica ambientale, pericoloso per la conservazione del Capitale naturale nazionale e studiato non nell’interesse della collettività ma per favorire solo quello di alcuni soggetti. Per tali motivi il Testo Unico non può essere approvato”.

Fonte: http://www.italiaambiente.it/2018/03/13/codice-forestale-non-rispetta-la-costituzione-perche/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Fri, 23 Mar 2018 13:56:40 +0000