Ecologia http://www.coscienzeinrete.net Mon, 21 Aug 2017 19:41:07 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it Addio parchi italiani http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3017-addio-parchi-italiani http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3017-addio-parchi-italiani

La nuova legge sui parchi affonda quello che resta di un patrimonio che invece mai come ora andrebbe salvaguardato. E si apre la strada ancora di più agli interessi privati. Ancora una decisione in nome e per conto di pochi.

di Martino Danielli

Addio Parchi

Di fronte a un aumento galoppante dell’effetto serra, alla minaccia di estinzione di migliaia di specie animali e vegetali importantissime sia per l’equilibrio di interi habitat sia per il sostentamento umano, quale obiettivo si dovrebbe prefiggere un governo? Il buon senso direbbe un obiettivo di salvaguardia e incremento delle aree protette, di incentivi politici ed economici per la protezione del territorio e degli esseri viventi che lo abitano. E infine un obiettivo culturale per sviluppare nella popolazione e soprattutto nei giovani amore, rispetto e conoscenza della natura.

Ma nel nostro paese sta succedendo esattamente il contrario. Con 249 voti a favore, 115 contrari e 2 astenuti, la Camera dei Deputati ha approvato la nuova legge in materia di parchi ed aree protette. E chi ne è stato informato, se ha a cuore l’ambiente, ha fatto davvero fatica a non cadere nello sconforto.

La nuova legge è un’accozzaglia di concessioni e favoritismi nei confronti dei privati, di lobbies potenti come i cacciatori, di categorie come gli agricoltori. La politica entra a gamba tesa nella gestione dei parchi e lo fa come una ruspa in una foresta vergine, con protervia e ignoranza e con l’unico obiettivo di favorire interessi economici e speculazioni.

Ma vediamo nel dettaglio cosa comporta questa legge e perché ha fatto levare un coro di proteste da parte di tutte le associazioni ambientaliste.

In primo luogo, a chi governerà i parchi, ovvero i presidenti e i direttori, non sarà più richiesta alcuna competenza scientifica e i presidenti saranno nominati dal ministro e dalle Regioni, cioè dai politici; nei consigli direttivi dei parchi la metà dei membri sarà scelta dalle amministrazioni comunali, un quarto sarà composto di sindaci, ma ci sarà posto anche per gli agricoltori.

Si apre la strada a interessi economici privati, interessi politici e clientelistici (d’altra parte si dichiara che questa riforma è fatta per lo sviluppo economico), alle ditte del legname e all’industria del turismo.

Viene scardinata l’idea che un’area naturale protetta sia prima di tutto necessaria alla salvaguardia dell’ambiente, a preservare il futuro di un territorio, oltre che il presente. Passa l’idea che l’economia e il profitto siano l’unico obiettivo e metro di giudizio nei riguardi della natura.

Il mondo scientifico viene emarginato nella gestione dei parchi, e anche il mondo ambientalista è messo in un angolo, a favore di categorie politiche ed economiche. Si apre la strada a possibili trivellazioni ed estrazioni petrolifere, si potrà inquinare pagando delle royalties, si apre alle attività di caccia col pretesto del controllo degli ungulati, con le conseguenze di disturbo, danneggiamento e migrazione di altre specie anche rare e protette.

Una serie di vergognose scelte difese con assoluta facciatosta da voltagabbana dell’ambientalismo come Ermete Realacci, che da presidente di Legambiente è passato armi e bagagli al carrozzone politico e riesce a elogiare con accanimento una legge “mostro” inqualificabile.

Tale legge, tra l’altro, considera marginali le aree marine protette, privandole dei fondi e delle organizzazioni che spettano ai parchi naturali.

C’è poi la questione del delta del Po, da anni tema di proteste e proposte per realizzare un parco nazionale. Un’area che l’UNESCO ha dichiarato area prioritaria, che rientra nella Convenzione di Ramsar sugli uccelli migratori, e che ora è spezzettata in tre provincie con diverse concezioni e gestioni.

Questa legge-pastrocchio indecente ha fatto infuriare il WWF Italia, che parla di aree naturali protette “usate come merce di scambio da mettere in mano ai poteri di parte e locali, invece che un bene comune che appartiene ai cittadini”, e rincara la dose dichiarando “La Camera ha portato indietro di 40 anni la legislazione di salvaguardia della natura”.

Anche la LIPU parla di “mortificazione di una legge storica fondamentale per la conservazione della natura in Italia, e una delle pagine più grigie della legislazione ambientale italiana”.

Ecco dunque le disastrose decisioni prese dal nostro governo e avvallate da una parte dell’opposizione. Le ricadute ambientali, sociali e anche economiche potrebbero essere devastanti ma, per avvantaggiare interessi economici privati, si buttano alle ortiche i nostri beni più preziosi. Beni che non appartengono solo a noi ma anche alle generazioni future e che con questa legge saranno invece compromessi.

Ancora una volta una decisione politica antipopolare e che distrugge il patrimonio e l’immagine dell’Italia.

 

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/addio-parchi-italiani

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Mon, 14 Aug 2017 08:22:28 +0000
Il Vesuvio continua a bruciare - scoperti inneschi dolosi http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3006-il-vesuvio-continua-a-bruciare-scoperti-inneschi-dolosi http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3006-il-vesuvio-continua-a-bruciare-scoperti-inneschi-dolosi

incendio vesuvio notteAlba giallastra e aria irrespirabile, uno scenario apocalittico: gli incendi sul Vesuvio iniziati la mattina dell'11 luglio sono continuati per tutta la notte e hanno illuminato tragicamente la notte dei residenti alle falde del Vulcano, stamane avvolti dal fumo denso che intanto da Caserta ad Avellino fino a Napoli si è posato su gran parte della Campania.

La situazione aggiornata dei roghi è ancora drammatica. I focolai si sono estesi e nonostante il lavoro incessante dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile il fronte delle fiamme ha continuato a mangiare vegetazione vesuviana per tutta la notte, incenerendo qualsiasi cosa trovasse sul suo cammino. Dalla Costiera Sorrentina era più evidente, stanotte, il dramma: fiamme non solo 'davanti', ovvero dal Vesuvio visto verso Napoli ma anche dietro. Sette, otto focolai e altrettanti inneschi dolosi trovati dai pompieri. Una o più mani criminali hanno devastasto il Parco Nazionale (ecco perchè), la magistratura di Torre Annunziata ha aperto un fascicolo contro ignoti.

Così le fiamme hanno divorato il vulcano in poche ore

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Torre del Greco, Ottaviano, Trecase, Terzigno, Ercolano, San Giuseppe Vesuviano, Boscotrecase, Torre Annunziata, sono i comuni che più subiscono i disagi connessi ai roghi: fumo, in alcune casi evacuazioni di alloggi o strutture ricettive per l'incombere del fuoco. I Canadair hanno continuato il lavoro di spegnimento ma le operazioni di terra dovrebbero avere un impulso stamane a partire dall'alba. E ovviamente si spera che il meteo faccia la sua parte: per domani, giovedì 13, è prevista un po' di pioggia.

Fonte: http://napoli.fanpage.it/incendio-sul-vesuvio-2017-aggiornamenti/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Wed, 12 Jul 2017 07:06:22 +0000
Le egagropile: perché anche il dio Poseidone gioca a biglie http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3005-le-egagropile-perche-anche-il-dio-poseidone-gioca-a-biglie http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/3005-le-egagropile-perche-anche-il-dio-poseidone-gioca-a-biglie

Posidonia oceanica spheroidPalline pelose. Palline pelose ovunque.
Questo è lo spettacolo che spesso si staglia dinanzi a noi in spiaggia dopo una mareggiata. C’è chi ci gioca, c’è chi le ignora, c’è chi le considera un fastidio, c’è chi le osserva incuriosito…ma in quanti sanno di cosa si tratta realmente?

Nonostante i variopinti ed eterogenei nomi comuni con cui vengono frequentemente chiamate, da “polpette di mare” a “patate di mare”, possano far apparire quasi ridondante il più complesso nome scientifico, la loro corretta dicitura è “egagropile”.
D’altronde anche questo nome non è meno fantasioso di quelli utilizzati dal “grande pubblico”: deriva dal greco αἴγαγρος, “capra selvatica”, e πῖλος, “peli ammassati”…il motivo è abbastanza intuitivo, basta averne vista e maneggiata almeno una.

di Andrea Bonifazi

 

Questa simpatiche palline hanno un’origine vegetale, trattandosi di fibre di Posidonia Oceanica, pianta marina dalle lunghe foglie endemica del Mar Mediterraneo, caratteristica del piano infralitorale.
Sì, si tratta proprio di una pianta, non di un’alga, come è consuetudine pensare: come le sue cugine terrestri, può riprodursi tramite fiori e frutti (questi ultimi simili a olive galleggianti), sebbene sia più frequente ed energicamente più conveniente una riproduzione vegetativa.
Alla base della formazione delle egagropile c’è una notevole complessità di processi fisici e biologici.
Infatti Ecologia Marina, Botanica, Zoologia Marina, Oceanografia Fisica e Geomorfologia sono solo alcune delle discipline scientifiche che possono essere implicate nella loro analisi, ma servirebbe quasi un intero corso di studi per poter comprendere adeguatamente cause e conseguenze della loro presenza sulla battigia.

I processi di formazione implicano necessariamente una serie di condizioni favorevoli: la prima è che, ovviamente, sia presente nelle vicinanze della costa una prateria di Posidonia. Crescendo, tale fanerogama perde le foglie, come la stragrande maggioranza delle piante, e il rizoma ne accumula i residui fibrosi. Questi ultimi, fragili e induriti, vengono erosi dalle correnti marine, che letteralmente li strappano dal fusto, sfibrandoli. Prese in carico dalle correnti e dall’eventuale risacca, dipendente anche dalla morfologia della spiaggia, le fibre vegetali vengono letteralmente appallottolate in un processo continuo: più c’è risacca, più aumentano di dimensioni (in taluni casi assumono anche morfologie più strane e allungate, quasi fusiformi).
Insomma, dei piccoli e naturalissimi gomitoli vegetali.

egagropile2

Molto spesso le troviamo in grandi quantitativi sulla spiaggia dopo una mareggiata in quanto l’elevato idrodinamismo ne velocizza il processo di formazione. Bisogna aggiungere che, seccandosi, diventano quasi impermeabili, quindi molto leggere, tanto da poter galleggiare per diverso tempo, venendo trasportate lontano dalla prateria di origine. Inoltre, accumulando anche un certo quantitativo di materia organica al loro interno, spesso sono “abitate” da piccoli invertebrati, come Isopodi, Anfipodi o Policheti.

Per rendere più intuitivo ed empirico questo trasversale processo, immaginate di strappare della fibra vegetale dal fusto di una palma e di arrotolarla con entrambe le mani: il risultato finale, dopo un po’ di tempo, sarà essenzialmente simile a quello che quotidianamente genera le egagropile.

Una serie di processi naturali, complessi e affascinanti, concorrono quindi alla loro formazione, permettendoci conseguentemente di ricostruire anche le condizioni idrodinamiche a cui è sottoposta una spiaggia e di dedurne la morfologia del fondale. Rappresentano un involontario emblema di come sia fondamentale saper “leggere” intuitivamente la Natura per poterne comprendere anche i più complicati processi.
Un sorta di piccolo laboratorio di Ecologia Marina concentrato in…una palla pelosa!

egagropile3

È bene aggiungere che spesso è possibile osservare in spiaggia anche grossi quantitativi di foglie e rizomi di Posidonia: questi spessi letti vegetali prendono il nome di banquettes e sono importanti da un punto di vista ecologico in quanto sono in grado di sostenere delle vere e proprie comunità costituite perlopiù da piccoli invertebrati marini e terrestri. Quello che spesso viene considerato “degrado” e “sporcizia” è in realtà basilare per la sopravvivenza di moltissime specie, a dimostrazione di come ciò che viene malamente interpretato da un punto di vista antropocentrico sia in realtà importantissimo se considerato in maniera più olistica.

Posidonia oceanica, una pianta che solo nel Mediterraneo abbiamo l’onore di poter ammirare, tanto fondamentale quando è in vita, quanto lo è quando è morta.
Un continuo cerchio della Vita che può essere emblematicamente rappresentato dalle nostre care e sferiche egagropile.

Bibliografia

Kumar A. (2014). Origin and distribution of “Beach Balls” (Egagropili) of Brega, Libya, “Kedron Balls” of New Brunswick, Canada, and Carboniferous “Coal Balls”. Earth Science India, 7 (3): 1-12.

Suaria G., Aliani S. (2014). Floating debris in the Mediterranean Sea. Marine Pollution Bulletin, 86 (1-2): 494-504.

Fonte: http://www.scienze-naturali.it/ambiente-natura/biologia-marina/le-egagropile-perche-anche-il-dio-poseidone-gioca-a-biglie

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Tue, 11 Jul 2017 12:03:49 +0000
Cos'è il Giardiniere Bioetico? http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2996-cos-e-il-giardiniere-bioetico http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2996-cos-e-il-giardiniere-bioetico

Il Giardiniere Bioetico è un marchio di qualità ideato da due esperti giardinieri, Simone Fenio e Francisco Merli Panteghini, che hanno deciso anni fa di cambiare profondamente il modo in cui svolgevano la loro professione.

Giardiniere bioetico2

Dice Simone Fenio: "Mi trovavo per l'ennesima volta di fronte ad una pianta che aveva la stessa infezione che aveva preso l'anno prima, e l'anno prima ancora. Realizzai che era inutile correre dietro ai sintomi e "rincorrere" sempre, dovevo trovare il modo per prevenire." Da quel momento di tanti anni fa è partita la sua personale ricerca che lo ha portato verso una nuova concezione del suo mestiere, con l'adozione di concetti metodi presi dall'agricoltura biologica e biodinamica.

La storia di Francisco Merli Panteghini è particolare: ex professore precario d'italiano nelle scuole superiori, con un grande interesse nelle tematiche del risveglio della coscienza e dell'ecologia si trovò, durante una delle pause "imposte", a lavorare per alcuni giorni per una ditta di giardinaggio. Scoprì allora di preferire immensamente quel lavoro all'aria aperta e fece la sua gavetta come giardiniere, per poi riuscire ad interpretare questo lavoro a suo modo, non solo nella maniera più "bio" possibile, ma anche fondandolo su alcuni principi etici fondamentali.

 

L'incontro tra i due avvenne circa due anni fa: Simone vide il sito di Francisco e s'interessò della sua visione. Decisero quindi di conoscersi aiutandosi a vicenda nel lavoro. Quindi Simone andò a lavorare alcuni giorni con Francisco, e viceversa. In questo modo si resero conto non solo di avere una visione comune del proprio lavoro, ma del vantaggio reciproco nel condividere le esperienze e le conoscenze.

Decisero quindi di creare un marchio con cui i professionisti del settore che si identificano con gli stessi principi potessero non solo distinguersi come servizio altamente professionale, ma anche fare rete di expertise e far conoscere ad un pubblico sempre più vasto la possibilità di occuparsi del proprio giardino in maniera più cosciente.

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Giardiniere bioeticoInfatti una delle problematiche fondamentali che sta a cuore ai due fondatori è quella del "giardino asettico": l'utilizzo intensivo di concimi chimici e diserbanti infatti, non solo va ad impoverire progressivamente il terreno, ma riduce anche le possibilità di sopravvivenza di insetti e uccelli la cui presenza favorisce la salute non solo delle piante nel proprio giardino, ma se moltiplicando per tutti i giardini d'Italia (e del mondo) si può vedere chiaramente come un modo diverso d'intendere la salute e la bellezza del proprio giardino possa avere un'influenza grandissima sulla sopravvivenza di ecosistemi ben più grandi. Non solo: spesso si dimentica che nel giardino trattato con agenti chimici, poi i proprietari (e i loro figli) ci devono vivere, e quindi entrare a contatto diretto con, e/o respirare sostanze che spesso sono veri e propri veleni. 

La loro concezione invece, è quella di creare giardini "vivi", che svolgano un ruolo attivo nel mantenimento della propria salute e dell'ecosistema di cui fanno parte.

Ecco le linee guida del giardiniere bioetico, prese dal loro sito:

1.il Giardiniere BioEtico conosce la normativa vigente nel campo della gestione biologica in agricoltura e lo standard BioHabitat

2.il Giardiniere BioEtico propone a tutti i suoi clienti di gestire i propri giardini secondo logiche biologiche

3.il Giardiniere BioEtico sostiene la biodiversità, inserisce piante rustiche e autoctone nelle sue proposte

4.il Giardiniere BioEtico effettua solo potature a regola d'arte, nei tempi e modi adatti a ciascuna specie e allo specifico obiettivo dell'intervento.

5.Il Giardiniere BioEtico Il giardiniere BioEtico® si ripropone di rispettare i cicli naturali delle piante, sia nei modi che nei tempi del suo intervento.

6.il Giardiniere BioEtico mette al bando tutti i prodotti cancerogeni e rischiosi per il ciclo delle acque e gestisce con oculatezza tutte le sostanze sostanze che introduce nei giardini cercando per quanto possibile di prevenire le fitopatologie.

7.il Giardiniere BioEtico rispetta il più possibile la corretta stagionalità dei lavori di manutenzione

8.il Giardiniere BioEtico agisce per la tutela della fauna ed in particolare per evitare danni alle api e agli altri insetti utili, gestendo le popolazioni del giardino con un obiettivo di equilibrio

La fase "ibrida"

Francisco Panteghini spiega che le linee guida non sono "integraliste". Il problema è che quasi tutti i giardini sono stati concepiti in passato senza tenere conto delle logiche di cura naturale, quindi, ad esempio, quasi sempre contengono accostamenti di piante che non vanno bene per la salute complessiva del giardino, che per essere curato in maniera assolutamente naturale avrebbe bisogno di essere concepito come un micro-ecosistema perfettamente compatibile con l'ecosistema più grande del luogo in cui si trova. Quindi a volte è assolutamente necessario ricorrere a metodi meno naturali, perchè non si può "cancellare" il giardino del cliente, se non per sua espressa richiesta. Quello che però si può fare in questi casi è limitare il più possibile l'uso di veleni ed inquinanti e magari concordare con il proprietario una transizione "morbida" verso un giardino sostenibile che col tempo richieda sempre meno sostanze nocive, fino ad arrivare a zero. 

Il loro marchio si sta ora espandendo in molte regioni d'Italia. Per informazioni sul giardiniere bioetico più vicino a te, clicca QUI.

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enricocarotenuto@gmail.com (Enrico Carotenuto) Ecologia Mon, 19 Jun 2017 09:44:02 +0000
Centrali nucleari europee: catorci atomici http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2986-centrali-nucleari-europee-catorci-atomici http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2986-centrali-nucleari-europee-catorci-atomici

Scrive Dario Tamburrano, vicepresidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo “Common Goods and Public Services”: «Le centrali nucleari dell’UE hanno un’età media di 30,6 anni. Praticamente, sono dei catorci atomici che vengono mantenuti accesi alla faccia del buonsenso».

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Riprendiamo l'intervento di Dario Tamburrano, vicepresidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo “Common Goods and Public Services”, comparso QUI

Questo dato e quelli seguenti, salvo se diversamente indicato, sono tratti da “The world nuclear industry status report” redatto nel 2015 da esperti indipendenti. Valgono le considerazioni che faceva Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace ed ex ricercatore dell’Enea, all’indomani di Fukushima:  più un reattore nucleare è vecchio, più è distante dagli standard di sicurezza attuali. E a proposito di Fukushima: le migliaia e migliaia di crepe nei reattori nucleari del Belgio sono state scoperte durante i controlli effettuati in seguito all’incidente nucleare in Giappone. Eppure quei reattori (insieme ad altri decisamente stagionati) sono stati recentemente riaccesi. E’ proprio il caso di dire che da Fukushima l’UE non ha imparato nulla, per parafrasare il titolo del convegno cui abbiamo partecipato la scorsa settimana a Bruxelles e contemporaneamente riassumere tutti i discorsi.

Il grafico qui sotto mostra l’età dei 128 reattori nucleari in funzione nell’UE. Come quelli seguenti, fotografa la situazione al mese di luglio del 2015.

Anni 60 e 70 ed una grande negli Anni 80, che ha interessato soprattutto la Francia. Attorno al 1990, oltre al picco dei reattori, si è registrata la svolta: i reattori sono stati più spesso spenti che inaugurati.

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I 128 reattori accesi nell’UE costituiscono circa un terzo di quelli attivi in tutto il mondo. Ecco la loro distribuzione per classi di età

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Ci sono state tre “ondate” di costruzione di centrali nucleari: due piccole negli Anni 60 e 70 ed una grande negli Anni 80, che ha interessato soprattutto la Francia. Attorno al 1990, oltre al picco dei reattori, si è registrata la svolta: i reattori sono stati più spesso spenti che inaugurati.

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L’85% dei reattori nucleari europei è concentrato in otto Paesi dell’Europa occidentale; solo 19 reattori sono distribuiti fra gli Stati che facevano parte dei satelliti URSS e che recentemente sono entrati nell’UE. La cartina che mostra la loro distribuzione nello spazio è stata pubblicata dall’European Nuclear Society.

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Sarebbe saggio spegnere i 128 catorci atomici dell’UE. Ma l’atomo è una maledizione che si proietta sempre nel futuro: secondo un documento di lavoro della Commissione Europea visto dalla prestigiosa agenzia di stampa Reuters all’inizio di febbraio, per smantellare il vetusto parco nucleare e per gestire le scorie servirebbero 286 miliardi di euro. Attualmente, per coprire questi costi, sono disponibili solo 105,1 miliardi di euro. Mancano 118 miliardi. Bisognerà pur trovarli e imparare la lezione: mai spendere un centesimo per il nucleare, che – oltre ad essere pericoloso – inghiotte soldi come una voragine senza fondo. Al momento sembra che l’UE – come non ha imparato da Fukushima – non voglia imparare nemmeno questa lezione e tende a considerare praticabile la costruzione di nuove centrali. Ma è un’altra storia. Cercheremo di raccontarla nel giro di pochi giorni.

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/centrali-nucleari-europee-catorci-atomici

 

 

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Sat, 10 Jun 2017 09:41:23 +0000
Consumo di suolo, quanto costa ai cittadini? http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2979-consumo-di-suolo-quanto-costa-ai-cittadini http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2979-consumo-di-suolo-quanto-costa-ai-cittadini

Consumo di suoloAncora una volta l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) denuncia l’avanzata del consumo di suolo in Italia e le sue conseguenze sull’ambiente e sulle tasche di noi cittadini. Questa volta è avvenuto grazie a una iniziativa promossa dal M5s e svoltasi a Roma lunedì 29 maggio.

Nel convegno l’Istituto ha presentato uno studio in applicazione del rapporto Ispra 2016 Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici (nell’ambito del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) di cui parlai in un precedente articolo.

Cosa sono i servizi ecosistemici? Sono delle vere e proprie ricchezze che consentono all’uomo di vivere: stoccaggio e sequestro del carbonio, qualità degli habitat, produzione agricola, produzione legnosa, purificazione dell’acqua, protezione dall’erosione, impollinazione, regolazione del microclima, infiltrazione dell’acqua, rimozione di particolato e ozono. Ricchezze che si perdono quando il suolo viene cementificato o asfaltato, cioè quando perde la sua naturalità. E siccome nella nostra società tutto ha un prezzo, l’Ispra ha adottato altresì un criterio per quantificare in termini monetari il danno che i cittadini subiscono a seguito di questa avanzante perdita di suolo. Perché il consumo di suolo avanza, seppur rallentato, ma avanza.

di Fabio Balocco

Questo studio è stato applicato adesso dall’Ispra al caso Roma, ipotizzando che nella capitale continui l’erosione di suolo fertile che è avvenuta fino a oggi grazie a un piano regolatore generale (Prg) volto a soddisfare interessi privatistici e a rimpinguare le casse comunali attraverso imposte e oneri di urbanizzazione invece di salvaguardare il bene comune.

E lo scenario previsto fino al 2030 con il trend attuale è per lo meno fosco: se già oggi risultano coperti artificialmente 31.594 ettari di suolo (pari al 24,58% del territorio comunale) la previsione al 2030 è di 33.959 ettari (26,42%). La conseguente stima della perdita economica rappresentata da questo consumo di suolo (dal 2012 al 2030), considerando i costi necessari per sostituire quello che il suolo naturale ci fornisce gratuitamente varia da un minimo di 107 a un massimo di 140 milioni di euro l’anno.

Da ambientalista potrei aggiungere che lo studio non valuta un altro aspetto, che è la perdita di naturalità del paesaggio e le sue conseguenze sulla qualità della vita. Difendere il territorio per salvare la psiche. Da rilevare che da questo studio nasce uno strumento che potrà essere al servizio di cittadini e amministrazioni per lavorare meglio alla pianificazione e considerare appunto tra i parametri di valutazione anche i servizi ecosistemici.

Questa la dichiarazione rilasciata dall’onorevole Massimo De Rosa al termine del convegno: “Finora abbiamo affrontato le questioni legate al consumo di suolo, attraverso un ambientalismo generico. Le singole amministrazioni hanno sempre ragionato in termini legati al guadagno immediato di comuni e costruttori. È il momento di cominciare ad affrontare il tema attraverso un approccio sistemico. I dati mostrati oggi evidenziano, ancora una volta, il rapporto diretto fra ambiente, territorio e salute”.

Inutile dire che ora che il Movimento governa in alcune città, Roma compresa, ci attendiamo che si passi dalle enunciazioni ai fatti concreti (non ci sentiamo di sposare in toto l'ottimismo dell'autore - nota di CIR). A margine è il caso di notare come l’Ispra sia un ente di ricerca che opera al servizio del Ministero dell’Ambiente. Ma il governo pare non farsene un granché degli studi che esso produce. Ma atteniamoci ai fatti. Quello che un tempo era il ddl Catania sul contenimento del consumo di suolo è stato stravolto e dorme in parlamento. In compenso si va verso l’approvazione del ddl Falanga che certifica l’abusivismo edilizio di necessità.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/01/consumo-di-suolo-quanto-costa-ai-cittadini/3625053/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Fri, 02 Jun 2017 16:11:30 +0000
Più morti che in guerra - Parte 2 http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2967-piu-morti-che-in-guerra-parte-2 http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2967-piu-morti-che-in-guerra-parte-2

Aspo7Scusate. Ci siamo sbagliati. Bruciare la legna non va bene per i nostri polmoni.

E anche allevare così gli animali. E acquistare auto diesel.

Di Dario Faccini

Questa è la seconda parte di un articolo in cui, nella prima parte, abbiamo già visto che i problemi dell’inquinamento in Italia hanno tre nomi: trafficobiomasse e agricoltura.

Entriamo nei tre problemi, vediamo, tra le altre cose, anche quanti km deve percorrere un’auto a benzina per inquinare quanto una stufa a legna o un animale da allevamento.

STRATEGIA FUORISTRADA

Per il traffico veicolare qualcosa si è fatto, grazie all’Unione Europea. Con le limitazioni alle emissioni veicolari rappresentate dagli standard EURO, si è abbassato sia il particolato che gli ossidi di azoto emessi, soprattutto per i motori a benzina. Per i motori diesel, alla luce dei recenti scandali sull’alterazione dei test di aderenza agli standard EURO, invece si è fatto molto meno, come si può apprezzare nella figura seguente.

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Confronto tra emissioni reali e limiti degli standard EURO per gli Ossidi di Azoto, per i motori a benzina e diesel. Fonte: vedi nota [2] nell’articolo precedente.

La situazione è ancora meno rosea considerando che il mercato dei trasporti è stato lasciato libero di spostarsi verso il diesel, che nel 2000 in Italia rappresentava il 51% dei consumi petroliferi su strada e nel 2014 il 72% (considerando solo benzina e gasolio, senza il GPL) [9, pag 72]. Ecco perché è troppo poco. Anche se un effetto sulle emissioni di particolato primario c’è stato (vedi grafico seguente).

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Per l’Italia, storico delle emissioni PM2,5 (solo particolato primario) del trasporto su strada secondo modelli di reale utilizzo (auto, moto, furgoni, camion, usura dei pneumatici ma manca quella dell’asfalto), in blu, e degli impianti stazionari a servizio del settore residenziale, in rosso. La serie relativa al settore residenziale è stata ricalcolata nel 2016 in seguito alla scoperta di gravi sottostime nel consumo di biomasse, che rappresentano il 99% delle emissioni di questo settore. Fonte: rielaborazione dell’autore su dati [10] (aggregazione settori da 1A3bi a 1A3bvii, e 1A4bi).

Per agire ulteriormente sui trasporti c’è praticamente solo una strada: in prima istanza l’abbandono del dieselche sembra già iniziato, e successivamente quello della mobilità privata a favore di quella pubblica. Sulla possibilità di sostituire tutti i veicoli ora in circolazione con mezzi elettrici, ne parleremo in un altro post, per ora basti dire che avrebbe effetti ed impatti non sostenibili.

 

CHILOMETRI IN FUMO

Per legna e pellet invece si può affermare con certezza che non solo nulla è stato fatto, ma anzi si sta aggravando il problema. A dimostrazione si osservi il grafico precedente, in cui le emissioni dirette di PM2,5 delle biomasse dal settore residenziale (camini, stufe e caldaie) sono largamente superiori a quello del traffico, e sono cresciute moltissimo negli ultimi 10 anni.

Per farci un’idea, cerchiamo di capire quanto inquinano i vari impianti di riscaldamento rispetto ad un’auto. Ad esempio, cerchiamo di capire quanti km deve fare un’auto a benzina per inquinare quanto una stufa a legna (utilizzata per un anno).

Prendiamo allora per riferimento un appartamento di 70mq, in classe E (consumo di 100kWh/mq/a) ed osserviamo quanto inquinerebbe ogni diverso combustibile per riscaldarlo per un anno intero. Stiamo parlando di un consumo di legna pari a 40 quintali l’anno, o 32 quintali di pellet. Come inquinante prendiamo sempre il particolato, frazione PM10, considerando sia quello primario che secondario (derivato da ossidi azoto, ammoniaca e ossidi zolfo). Questo approccio, ha il vantaggio di rendere intuitivo l’inquinamento prodotto e di aggregare tutti i principali inquinanti. Introduce però alcune imprecisioni, che sono in parte compensate e comunque sempre in senso molto conservativo, vedere nota [13].

Aspo10

Inquinamento in particolato primario e secondario prodotto ogni anno da vari impianti di riscaldamento, per riscaldare un appartamento di 70mq in classe E. L’inquinamento è espresso nei km percorsi da un’auto a benzina “media” per il parco italiano. Si leggano la note [13] [14] per le fonti utilizzate e le ipotesi di carattere conservativo introdotte.

A parte la follia di usare ancora nel XXI secolo un camino aperto, si osserva come l’uso della Legna produce sempre un inquinamento pari ad un’auto a benzina che gira intorno all’abitazione, per tutto l’inverno, percorrendo oltre 40.000km!

Un poco meglio va con l’uso del pellet, che comunque quando sostituisce una precedente caldaia a Metano o, addirittura, a Gasolio, in questo confronto aumenta le emissioni di ben  20.000km ‘percorsi’.

Ecco perché, nonostante i miglioramenti tecnologici nella combustione delle biomasse su piccola scala, le emissioni in questo settore continuano ad aumentarevengono sostituiti combustibili più puliti (benché non rinnovabili).

L’effetto di sostituzione si può apprezzare nel grafico seguente, in cui si può osservare il calo continuo dei  combustibili liquidi a favore delle biomasse. [16]

Aspo11

 

Storico dei consumi in proporzione sul totale, di ogni classe di combustibile nel settore residenziale. Anno di riferimento 2014. Fonte: Rielaborazione autore su dati ISPRA [10].

La motivazione di questo cambiamento sembra essere principalmente di ordine estetico ed economico, cui spesso non è assente un messaggio ecologista: la Legna spesso non paga l’IVA (perché di autoproduzione, o perché viene evasa) che comunque è agevolata al 10%, e insieme al Pellet non paga nessuna accisa. Purtroppo si confonde spesso il concetto di combustibile “rinnovabile” con quello di “pulito”. 

In questo le autorità stanno facendo bel poco. Le più attente, hanno messo prima dei limiti minimi di efficienza agli apparecchi a biomasse, poi hanno introdotto una classificazione sulle emissioni, che però diventa veramente stringente in realtà solo quando i limiti di qualità dell’aria sono già stati superati. Nel frattempo, mentre i decisori politici si rifiutano di prendere azioni di contenimento, l’Italia detiene il record mondiale di importazioni di legna da ardere (con tutti i problemi connessi di impatto ambientale ed energetico dovuti ai trasporti), e quello europeo per il consumo di pellet (85% importato).

Eppure basterebbe così poco. Sarebbe sufficiente imporre l’obbligo di rottamare una vecchia stufa a legna prima di procedere all’installazione di una nuova di ultima generazione. Il bilancio sulle emissioni sarebbe così positivo e l’indotto sarebbe salvaguardato.

UN MONDO DI LETAME

Per ultimo trattiamo il mondo dell’agricoltura e degli allevamenti, che abbiamo visto in Italia producono il 96% di tutta l’ammoniaca(NH3) nell’aria, un inquinante che insieme ad altri produce il pericoloso particolato secondario (smog).

Partiamo da un dato: metà delle emissioni provengono dalla gestione, nei ricoveri, delle deiezioni degli animali da allevamento, mentre quasi l’altra metà proviene dalla fertilizzazione dei campi con letami e concimi inorganici. In pratica, oltre il 70% delle emissioni di NH3 è imputabile agli animali da allevamento (bovini, suini, pollame) sotto forma di gestione delle loro urine e feci.

Aspo12

Ripartizione emissioni di ammoniaca dal settore agricolo/zootecnico. Legenda: 3B-Gestione dei Letami nei ricoveri e stoccaggi degli allevamenti; 3D-Fertilizzazione dei terreni. Fonte: [9, pag 116].

Per capire l’entità del problema, come già visto per le stufe a legna, vediamo quanti km deve percorrere un auto a benzina per inquinare quanto un animale da allevamento, in termini di emissioni PM10(I+II). In questo caso la stima è meno robusta, ma dovrebbe essere ancora conservativa, vedere note [13], [14] e [17].

Aspo13

Emissioni di particolato (quasi totalmente secondario), espresso  “in chilometri percorsi da un’auto a benzina”, prodotto da vari animali da allevamento. Sono separati due contributi: le emissioni delle deiezioni degli animali nei ricoveri e negli stoccaggi, e lo spargimento nei campi. Anno di riferimento: 2014. Per fonti e metodologia impiegata, vedere note [13], [14] e [17].

Scopriamo così che ogni bovino da latte inquina in inverno come un’auto a benzina che percorra 55.000 km. Se consideriamo che in Italia nel 2014 avevamo 1.800.000 bovini da latte e il doppio da carne, a livello di inquinamento sanitario è come se ci fossero circa altri 20 milioni di vetture a benzina [18]. Questo senza contare i suini, il pollame e gli altri animali (equini, ovini, bufale,…).

Ma com’è possibile che gli allevamenti inquinino così tanto? La risposta è semplice: in natura, gli stessi animali che alleviamo, non sarebbero né così numerosi, né così ipernutriti.

L’aspetto veramente interessante, è che delle azioni mirate nel settore agrozootecnico non avrebbero benefici solo sull’emissioni di Ammoniaca/Particolato, ma anche su quelle climalteranti (es. metano), sulla sostenibilità ecologica (minor uso dei fertilizzanti, riduzione eutrofizzazione delle acque), energetica e sanitaria(obesità).

Le strategie per ridurre questi impatti potrebbero essere allora di tre tipi:

  1. La spinta ad un cambiamento nei consumi alimentari, che riduca il consumo di proteine animali, salvaguardando la sostenibilità, la profittabilità(aumento dei prezzi delle carni) e la qualità del settore zootecnico. Un’idea su tutte: marchi di qualità che garantiscano al consumatore la sostenibilità a tutto tondo degli allevamenti, invece che la mera provenienza geografica. Anche perché comunque il settore zootecnico è in una crisi che va gestita: nel periodo 1990-2013 si è avuto un calo del 15% delle emissioni di ammoniaca principalmente dovuto alla riduzione del numero di capi allevati.
  2. La riduzione della sovralimentazione proteica negli allevamenti, che si riflette ora in un eccesso di ammoniaca che viene espulso tramite le deiezioni. Togliere, dalla dieta, l’1% in proteine, permette di ridurre le emissioni del 10%.
  3. Tecniche avanzate di gestione dei liquami e letami in azienda (acidificazione, copertura vasche di stoccaggio,…) e durante lo spandimento dei concimi nei campi per la fertilizzazione (iniezione, interramento). Le possibilità di abbattimento sono molte. L’adozione di BAT (Migliori Tecnologie a Disposizione) ha permesso alla Danimarca di ridurre, nel giro di 20 anni, del 40% le emissioni di ammoniaca del comparto agricolo.

In Italia, al momento, la riduzione delle emissioni di ammoniaca fissate in sede UE al 2030 sono del 14% (rispetto al 2005). Un obiettivo che, per riuscire a definire ambizioso, serve una spiccata fantasia.

L’ultima parte di questa serie di articoli verte sulle azioni contro l’inquinamento che possono essere intraprese da ciascuno di noi.

Note

[9] ISPRA, National Inventory Report 2016

[10] ISPRA, Serie storiche delle emissioni di gas serra 1990-2014, 2016, foglio excel

[11] ISPRA, Banca dati dei fattori di emissione medi del trasporto stradale in Italia, foglio excel

[12] de Leeuw, (2002), A set of emission indicators for long-range transboundary air pollution, Environmental Science & Policy, Volume 5, Issue 2, April 2002, Pages 135-145.

[13] La valutazione dell’impatto in termini di particolato totale (I+II) degli impianti di riscaldamento e dei letami prodotti dagli animali richiede il calcolo del particolato secondario a partire dalle emissioni di altri inquinanti primari (NOx, SOx e NH3). Per un certo periodo l’Agenzia Europea per l’Ambiente ha fatto sua la possibilità di calcolare con un modello lineare questo contributo, seguendo l’approccio e i fattori di aggregazione inizialmente descritti in [12], poi a quanto pare riducendoli di entità secondo quanto affermato in un documento ARPA Lombardia, sino ad abbandonarne l’approccio. In realtà la complessità delle reazioni che portano alla formazione del particolato primario non permette di applicare ovunque un modello lineare, come ad es. nella Pianura Padana, vedere ad es. l’opinione del Prof. Caserini. La giustificazione dell’utilizzo del modello lineare in questo approccio è esposta qui di seguito. In pratica in questa sede si utilizza l’inquinamento di particolato totale (quindi anche secondario, calcolato con il modello lineare menzionato) di un’autovettura media a benzina, come riferimento per valutare le emissioni di impianti di riscaldamento (con una forte componente di particolato primario) e animali (quasi completamento di particolato secondario derivante dalle grandi quantità di NH3 emesse dai letami). Nella valutazione delle biomasse, siccome l’approccio lineare di calcolo del particolato secondario a partire dagli ossidi di azoto sembra fornire un valore sovrastimato, ed essendo con questo approccio la sovrastima posta al denominatore (l’emissione dell’auto media a benzina risulta essere composta per quasi l’80% da particolato secondario derivante da NOx), allora l’approccio risulta impreciso per difetto e non per eccesso, per quanto riguarda le biomasse. Nella valutazione invece delle emissioni di origine animale, la situazione è diversa, perché anche il numeratore dipende largamente dalle emissioni di particolato secondario dovute all’NH3, quindi potenzialmente imprecise per quanto già detto. Va comunque osservato che questo approccio permette almeno la compensazione di un’eventuale sovrastima del particolato prodotto da NH3. In secondo luogo tra i fattori di aggregazione descritti in [12] e quelli citati nel documento Arpa già menzionato, si sono scelti quest’ultimi, in quanto alla prova dei fatti si sono visti fornire stime più conservative. Tutto ciò considerato, questo approccio per le emissioni di origine animali dovrebbe essere in grado di migliorare la precisione del modello lineare su cui poggia, che , nonostante le imprecisioni che contiene, è al momento l’unico in grado di fornire una qualche stima indicativa del fenomeno in oggetto (almeno per quanto è riuscito a scoprire l’autore).

[14] Le emissioni in PM10(I+II) di un’auto a benzina “media” sono state prese da [11, foglio 1], considerando PM10, NOx, SO2, NH3 con i fattori di aggregazione indicati in [13] (1; 0,7; 0,5; 0,4)). Il valore stimato è di 0,1515 g/km (circa l’80% è prodotto a partire dagli ossidi di azoto). Le emissioni degli impianti di riscaldamento in grammi di inquinanti per GJ di combustibile sono state prese da [15a] per PM10 e NOx in cui sono riportati valori misurati in condizioni reali di utilizzo e non di prove di riferimento per certificazioni/aderenze a standard. La scelta è ovvia: in condizioni di funzionamento nominale le emissioni sono spesso minime, mentre nella realtà le modalità di utilizzo, di pulizia della canna fumaria, di gestione dell’aria (per i modelli manuali), di pezzatura, umidità e tipo di legna possono aumentare enormemente le emissioni. Invece per l’SO2 sono stati presi da [15b].Per rimanere conservativi si è deciso di utilizzare un fattore di rendimento medio stagionale per l’impianto pari a al 90%, facilmente oltrepassabile da impianti a combustibile gassoso o liquido, ma non altrettanto da quelli a biomasse, che risultano così meno inquinanti in questa valutazione.

[15a] Caserini et al.,FATTORI DI EMISSIONE DALLA COMBUSTIONE DI LEGNA E PELLET IN PICCOLI APPARECCHI DOMESTICI, 2014

[15b] Stefano Caserini, Aria Pulita, 2013, Mondadori Bruno.

[16] Si osservi a tal proposito che l’abbandono dell’olio combustibile nel settore residenziale, vietato a partire dal 2006, quando ormai pesava per meno del 4% sulla frazione di combustibili liquidi impiegati nel settore civile(Dati Bilancio Energetico Nazionale 2006), non può essere ritenuto responsabile, se non in minima parte, dell’avanzata delle biomasse a scapito dei combustibili liquidi.

[17] Per la componente “gestione letami” sono considerate le emissioni di PM10 primario(poche) e NH3(molte) del settore 3B1a+3B1b, 3B3, 3B4gi, 3B4gii di [10] per il 2014. Sempre in [10] sono presi i fattori di attività relativa (numeri capi). Le emissioni di NH3 sono trasformate in ‘possibile’ PM10 secondario con il fattore di conversione 0,64 secondo [12]. Per la gestione dei letami sono stati presi da [9, pag 121] gli emission factors di NH3 per “Land spreading”, poi trasformati in PM10 secondario sempre usando 0,64. La conversione in km percorsi da un’auto a benzina media sono stati svolti analogamente a quanto già visto per gli impianti di riscaldamento. Si osservi che, diversamente dall’attività svolta dagli impianti di riscaldamento che è concentrata in inverno e le cui emissioni di PM10 sono composte per lo più da particolato primario, quelle degli animali sono distribuite lungo tutto l’anno con variazioni stagionali. E’ stata allora necessaria una correzione stagionale per l’NH3 che ha considerato solo le emissioni dei mesi di novembre, dicembre, gennaio, febbraio e marzo (mesi freddi, in cui ha senso considerare la formazione di particolato secondario), con un profilo di emissione preso da (TNO Report, Description of current temporal emission patterns and sensitivity of predicted AQ for temporal emission patterns, Dec 2011). Il possibile particolato secondario risulta così ridimensionato di 5/12.

[18] Conto spannometrico: considerando gli 11.000 km percorsi in media da un’auto in Italia, un bovino da latte ‘pesa’ come 5 auto, uno da carne come 2,5.

Fonte: https://aspoitalia.wordpress.com/2017/02/11/quanti-chilometri-fai-con-una-stufa-o-una-mucca/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Thu, 18 May 2017 09:02:10 +0000
Più morti che in guerra http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2966-piu-morti-che-in-guerra http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2966-piu-morti-che-in-guerra

AspoE’ una guerra invisibile, con tre nemici. Ma ne combattiamo solo uno. E debolmente.

E’ una guerra vigliacca, colpisce più i bambini che gli adulti. E fa più morti in Italia della seconda guerra mondiale.

E’ una guerra che abbiamo sempre perso, e che abbiamo deciso di perdere ancora. 

La propaganda la chiama “inquinamento“, ma il suo vero nome è un altro.

Di Dario Faccini

OSPEDALI E FUNERALI

Nella seconda guerra mondiale in Italia, in cinque anni e mezzo, sono morti per cause dirette e indirette, 291.376 militari e 153.147 civili [1]. In totale sono 444.000 morti.

Ora in Italia, ogni anno, muoiono prematuramente per inquinamento dell’aria 87.ooo persone [2]. Quindi in cinque anni e mezzo (teniamo lo stesso periodo della seconda guerra mondiale per avere un confronto omogeneo) sono 478.000 morti.

Come se non bastassero i morti, ci sono poi i “feriti“. In effetti le morti premature sono solo la punta dell’iceberg di un problema che devasta il Sistema Sanitario Nazionale.

Aspo1

Uno studio italiano del 2016 ha mostrato come l’incidenza delle malattie respiratorie siano più che raddoppiate in 25 anni (dal 1985 al 2011) [3]:

  • Attacchi d’asma +110%
  • Rinite allergica +130%
  • Espettorato frequente +118%
  • Broncopneumopatia cronica ostruttiva(BPCO) +220%

I bambini sono particolarmente esposti all’inquinamento dell’aria[4]:

  • innanzitutto la loro velocità di respirazione è 2/3 volte quella di un adulto;
  • poi lo strato cellulare che ricopre le loro vie respiratorie è più permeabile agli inquinanti, rispetto quello di un adulto;
  • le ridotte dimensioni delle vie respiratorie aumenta la probabilità di ostruzione a seguito di infezioni;
  • il loro sistema immunitario non è ancora sviluppato, ciò aumenta il rischio di infezioni respiratorie e diminuisce la capacità di contrastarle.

Come tutte le guerre, anche questa ha un costoma è negativo, cioè non spendiamo nel combatterla, ma nel perderla. Ogni cinque anni e mezzo, la spesa sostenuta per i costi sanitari (ospedalizzazioni, giornate perse di lavoro, visite, esami e cure) arriva a 530 miliardi di euro [5]. Per dare un’idea, è più della ricchezza prodotta in un anno dalla Lombardia e Veneto (le due regioni più ricche), ed equivale annualmente a quasi il 5% del PIL nazionale. In realtà, per come si calcola il PIL e la ricchezza di uno stato, è più corretto dire che grazie a questa spesa il nostro PIL è gonfiato di un 5%.

 ENTRIAMO NEL PARTICOLATO

Vediamo di capire cosa è successo nei giorni scorsi.

Semplificando, l’inquinamento dell’aria è riconducibile principalmente alle polveri sottili, PM2,5, responsabili di oltre il 70% dei morti, e agli ossidi di azoto, che uccidono un altro 20%. [6]

Il PM2,5 è composto da minuscole particelle “respirabili” che rimangono in sospensione nell’aria e riescono a giungere sin dentro ai polmoni e da qui nel sangue.

Aspo2

Le particelle, chiamate anche particolato, possono avere l’origine più diversa e trasportare altri inquinanti molto pericolosi, come il Benzopirene. Per questo, indipendentemente dall’origine, le PM2,5 sono classificate come cancerogene.

Il particolato [7] per lo più è prodotto in due modi:

  1. direttamente da tutte le combustioni (particolato primario)
  2. in inverno, a partire da altri inquinanti gassosi, soprattutto i composti azotati (ossidi di azoto e ammoniaca), quando le condizioni meteo trasformano l’aria inquinata in un vero e proprio laboratorio chimico-fisico (particolato secondario).

Aspo3

In inverno, le condizioni meteo (freddo, assenza di vento) possono portare alla concentrazione rapida del particolato nelle pianure e nei fondovalle. L’ultimo eclatante episodio ha investito l’intera Pianura Padana, con valori delle PM2,5 ben al di sopra degli 80 ug/m3 (il limite medio annuo è 25).

Aspo4

Concentrazioni di PM2,5 il giorno 31-1-2017 in Lombardia e Emilia Romagna. Fonte: Arpa Lombardia e Arpa Emilia Romagna.

L’evento è capitato a grande velocità: sono bastati solo tre giorni. Segno questo che la produzione di inquinanti in Pianura Padana è troppo elevata per il ricambio e la diluizione dell’aria garantita dalle condizioni meteo e morfologiche della grande vallata.


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Impennata delle concentrazioni di PM2,5 alla periferia della città di Cremona a fine gennaio 2017.

 

SORPRESI DAL NEMICO ALLE SPALLE

Facciamo un gioco con i colori. Scopriamo in Italia chi produce i principali tre inquinanti: PM2,5, Ossidi di Azoto e Ammoniaca.

 

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Aspo6

 

Ripartizione per settore di produzione, dei tre principali inquinanti dell’aria nel 2013, su base nazionale. Il traffico veicolare è calcolato su modelli reali di utilizzo, include quello leggero e quello pesante, l’usura dei pneumatici ma non quella dell’asfalto. Fonte: ASPOItalia, Inquinamento: tutti i banditi e i mandanti.

Si scoprono tre cosette interessanti:

  1. La prima sorpresa sono le biomasse (legna e pellet) per riscaldamento che producono il 60% delle PM2,5, sono di gran lunga la principale fonte di particolato primario;
  2. meno sorprendentemente, il traffico veicolare è il principale produttore degli ossidi di azoto, con il 42,5%; 
  3. la seconda sorpresa viene dalla produzione di ammoniaca, che è al 95% prodotta dal settore agricolo (utilizzo di fertilizzanti);

Questi sono dati nazionali, vediamo di calarli in due casi reali.

In una grande città come Milano, in inverno biomasse (legna e pellet), traffico e particolato secondario producono ciascuno circa un terzo del PM2,5. In aperta campagna invece, oltre che al dimezzarsi del PM2,5 totale, i contributi sono: biomasse 35%, traffico 9%, particolato secondario 53% (NOx 31%, NH3 14%, SOx 9%) e altro 3%. [8]

 

Fine prima parte.  

Clicca qui per la seconda parte di quest’articolo.

Note

[1] Morti e dispersi dal 10/6/1940 al 31/12/1945. Fonte: ISTAT, Morti e Dispersi per cause belliche negli anni 1940-45, 1957

[2] Considerate le morte premature per Pm2,5 (66.630 decessi) e Ossidi di Azoto (21.040 decessi). L’ozono non è stato considerato in quanto inquinante estivo e causa di un numero di decessi prematuri decisamente più basso (3.380). Fonte: European Environment Agency, European Air Quality in Europe, pag 60, 2016

[3] Sara Maio et al., Respiratory symptoms/diseases prevalence is still increasing: a 25-yr population study, Respiratory Medicine 110 (2016) pp. 58-65

[4] UNICEF, Clear Air for the Children, Oct 2016, pp. 8/9

[5] Conto effettuato con cambio euro su dollaro a 1,08. Per l’Italia ogni anno i costi sanitari ammontano a circa 97 miliardi di dollari 2010. Fonte: WHO, Economic cost of the health impact of air pollution in Europe, 2015

[6] Sarebbero da trattare anche gli ossidi di zolfo, ma siccome sono stati ridotti moltissimo negli anni passati, il loro contributo è ormai secondario e le possibilità di intervento rimangono solo nell’industria dei solventi e nei trasporti marittimi. Si osservi che l’80% è di origine naturale (vulcani). Fonte: ASPOItalia, Inquinamento: tutti i banditi e i mandanti.

[7] Tralasciamo il particolato di origine naturale e trattiamo solo quello di origine antropica.

[8] M.G.Perrone, B.R. Larsen et al., Sources of high PM2.5 concentrations in Milan, Northern Italy: Molecular marker data and CMB modelling, Science of The Total Environment,Volume 414, 1 January 2012, Pages 343–355 [vedere pag 353]

Fonte: https://aspoitalia.wordpress.com/2017/02/05/piu-morti-che-in-guerra/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Thu, 18 May 2017 08:45:59 +0000
Il collasso degli ecosistemi si prevede dalle alghe http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2958-il-collasso-degli-ecosistemi-si-prevede-dalle-alghe http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2958-il-collasso-degli-ecosistemi-si-prevede-dalle-alghe

Il collasso degli ecosistemi si prevede dalle alghe articleimageCambiamenti nella distribuzione degli organismi nello spazio possono rivelare quando un ecosistema è sull’orlo del collasso. È questa la principale conclusione di uno studio condotto da un’equipe di ricercatori del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa e del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e apparso sulla rivista Nature Ecology & Evolution.

I ricercatori hanno lavorato insieme nell’ambito del MIT-Unipi Project, l’iniziativa che dal 2012 promuove collaborazioni tra gruppi di ricerca dell’Ateneo pisano e del MIT di Boston.

Graduali cambiamenti nelle condizioni ambientali, come l’aumento della temperatura, il sovra-sfruttamento delle risorse e la perdita di habitat, possono portare gli ecosistemi sull’orlo del collasso. Quando un ecosistema si avvicina al punto di non ritorno, diventa maggiormente sensibile a perturbazioni che altrimenti avrebbero effetti trascurabili. L’avvicinarsi di una transizione può quindi essere annunciato dal grado di propagazione di una perturbazione nello spazio, come ad esempio la diffusione di una specie in un habitat dove essa non si dovrebbe trovare; maggiore è il grado di propagazione, maggiore è la vicinanza del sistema alla soglia critica che lo separa dal collasso.

I ricercatori dell’Ateneo Pisano, insieme ad alcuni colleghi del dipartimento di Fisica del MIT, hanno presentato il primo test sperimentale in natura  di questa teoria, utilizzando le foreste ‘in miniatura’ di macroalghe dell’Isola di Capraia dell’Arcipelago Toscano come sistema di studio. Lo studio ha mostrato come lo sfoltimento graduale della foresta, imposto sperimentalmente dai ricercatori, aprisse la strada all’invasione da parte di ‘feltri’ algali, specie di piccole dimensioni generalmente assenti quando la foresta è intatta. Lo studio ha mostrato come degradando gradualmente le foreste di alghe esse diventassero gradualmente suscettibili alle perturbazioni (invasione da parte dei ‘feltri’) e che il grado di propagazione di una perturbazione nello spazio aumentava con l’avvicinarsi del sistema alla soglia critica di collasso della foresta. Il punto di non ritorno, stimato in un precedente esperimento, coincide con la perdita di circa il 75% dello strato arborescente della foresta.

“Le foreste in miniatura di macroalghe costituiscono un sistema di studio ideale - ha spiegato il professor Lisandro Bendetti-Cecchi - in quanto sono facilmente manipolabili sul campo e hanno tempi di risposta rapidi. Questo sistema di studio è costituito da due stati contrastanti e profondamenti diversi l’uno dall’altro: lo stato dominato dall’alga bruna Cystoseira amentacea (la specie che forma lo strato arborescente, 30-40 cm in altezza) e lo stato degradato dominato dai ‘feltri’ algali, costituiti dall’intreccio di alghe di piccole dimensioni per lo più filamentose. Sotto le sue fronde Cystoseira ospita e permette la sopravvivenza di numerose altre specie, in parte alghe, ma soprattutto invertebrati. La scomparsa della Cystoseira, causata dalla persistente antropizzazione, favorisce la colonizzazione da parte del feltro algale, risultando in una perdita complessiva di produttività e di biodiversità del sistema”.

In pratica, l'esperimento dei biologi dell'Ateneo pisano ha indotto una rimozione controllata della macroalga che costituisce lo strato arborescente della foresta da aree circoscritte, adiacenti ad aree precedentemente manipolate per favorire l’insediamento dei feltri. Ciò, ha permesso di valutare l'ipotesi secondo cui la capacità nello spazio di recupero del sistema da perturbazioni (la distanza a cui la foresta riusciva a bloccare la propagazione dei feltri dalla loro area di insediamento) doveva diminuire lungo il gradiente di perturbazione della foresta stessa.

Questo studio  estende il test degli indicatori precoci spaziali dal laboratorio al campo – ha spiegato Luca Rindi dell’Ateneo pisano – Studi precedenti sugli indicatori precoci sono stati condotti in condizioni controllate non permettendone l’utilizzo per ciò per cui sono stati pensati; prevedere transizioni critiche in sistemi reali. Inoltre, il recente aumento della disponibilità di dati satellitari apre nuove possibilità per applicare gli indicatori spaziali al fine di valutare lo stato di salute degli ecosistemi naturali e ottenere importanti informazioni per la gestione e salvaguardia degli ecosistemi minacciati”.

Fonte: http://www.terranuova.it/News/Ambiente/Il-collasso-degli-ecosistemi-si-prevede-dalle-alghe

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Thu, 11 May 2017 09:19:54 +0000
Terremoti indotti: studio dei ricercatori del MIT e di Harvard conferma induzione dei sismi del 2013 http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2955-terremoti-indotti-studio-dei-ricercatori-del-mit-e-di-harvard-conferma-induzione-dei-sismi-del-2013 http://www.coscienzeinrete.net/ecologia/item/2955-terremoti-indotti-studio-dei-ricercatori-del-mit-e-di-harvard-conferma-induzione-dei-sismi-del-2013

Terremoti indottiI ricercatori del Massachusetts Institute of Technology e dell'Università di Harvard e il Ministro dell'Energia Spagnolo hanno presentato in un'affollatissima conferenza stampa uno studio che conferma l'induzione di sismi avvenuti nel 2013 da uno stoccaggio spagnolo affermando al contempo che ci sono rischi di terremoti indotti di intensità fino a M 6,8.

Si tratta del Progetto Castor, che fu fermato nel settembre 2013 dopo che all'avvio dell'iniezione di gas nel sottosuolo si erano registrate centinaia di scosse (le maggiori, di M 4,3, furono registrate una settimana dopo l'interruzione delle operazioni).

Questa ricerca, che sta facendo parlare tutta la Spagna e che ha portato il Ministero dell'Energia ad annunciare il blocco definitivo del progetto Castor, del costo di oltre un miliardo di euro, conferma le nostre preoccupazioni sull'idea di moltiplicare in Abruzzo e in Italia in generale le infrastrutture utili a trasformare il Belpaese in un "Hub del gas" per l'esportazione.

Ricordiamo che in Abruzzo il Ministero dell'Ambiente ha concesso il parere di compatibilità ambientale favorevole per un nuovo stoccaggio da 150 milioni di mc standard di gas a S. Martino sulla Marrucina, un comune in zona a massimo rischio sismico (con 95.000 persone residenti nel raggio di 10 km, Chieti compresa), e sta per autorizzare lo stoccaggio in sovrapressione nell'impianto già esistente a Cupello. Inoltre ha autorizzato lo stoccaggio da oltre 500 milioni di mc standard a S. Benedetto del Tronto a poche centinaia di metri dal confine regionale. 

 

Il Ministero si è limitato a trattare la questione del rischio di terremoti indotti con una vergognosa prescrizione che da sola fa capire il livello di approfondimento con cui è stata gestita la valutazione del progetto. Se l'impianto indurrà sismi sopra magnitudo 3, il gestore dovrà fare in modo di far scendere la magnitudo sotto 2. Insomma, come avere una manopola per regolare i terremoti (a parte il fatto che se è stato causato un terremoto di magnitudo 5 o 6 si può tornare indietro nel tempo per recuperare i danni, anche per le vite umane?). Proprio l'esperienza di Castor dimostra che è piuttosto velleitario, per non dire di peggio, pensare di poter manipolare i terremoti.

Questi stoccaggi, con quelli in costruzione in Basilicata, Romagna e Lombardia, alcuni posti proprio su faglie attive, assieme ai nuovi grandi gasdotti in progetto o in costruzione, dovrebbero andare a costituire l'ossatura infrastrutturale dell'Hub del gas. L'Italia, un paese fragilissimo dal punto di vista dei rischi ambientali, dovrà fare da "servitore di passaggio" per la compravendita di gas in Europa ospitando impianti rischiosi.

Questa ricerca non solo conferma, per un caso-studio non teorico, i gravissimi rischi che possono essere associati ad infrastrutture di questo genere, ma apre nuovi scenari circa la valutazione delle criticità che possono crearsi sul territorio.  

I ricercatori infatti concludono il loro studio avvertendo "Our study, however, points to    the    need    for    new    standards    to    quantify    the    seismicity    risks associated to underground    operations, especially    in    areas    where    active    faults    are    present." ("Il nostro studio evidenzia che sono necessari nuovi standard per quantificare i rischi associati alle attività nel sottosuolo, specialmente in aree dove sono presenti faglie attive", traduzione a nostra cura, ndr).

 

La questione dei terremoti indotti, non solo quelli da stoccaggio ma anche quelli da estrazione di gas e iniezione di scarti delle attività petrolifere nel sottosuolo (o da attività di sfruttamento della geotermia, ndr), sta diventando un problema sempre più serio, come dimostrano i casi negli Stati Uniti e in Olanda, con danni da miliardi di euro. Ormai sono decine gli studi che confermano il legame tra questi terremoti e le attività delle compagnie. Ovviamente i rischi variano da area ad area ma pensare di sottovalutare o addirittura ignorare la questione in Italia ci pare da irresponsabili. In Spagna il Ministro si è presentato con i ricercatori davanti ai giornalisti per trattare la questione, una cosa inimmaginabile nel nostro paese (basti pensare a come uscì il rapporto Ichese per l'Emilia Romagna per capire la differenza).  

L'industria delle fossili ha, dunque, ufficialmente, ulteriori costi - che possono addirittura rivelarsi esiziali per la vita -  che attualmente scarica sulla collettività; riteniamo che debbano essere abbandonate il prima possibile. 

L'intero report dei ricercatori può essere scaricato qui: http://www.minetad.gob.es/es-es/gabineteprensa/notasprensa/2017/documents/castor_final_report_final_signed.pdf

 

Fonte: http://m.abruzzo24ore.tv/news/Terremoti-indotti-studio-dei-ricercatori-del-MIT-e-di-Harvard-conferma-induzione-dei-sismi-del-2013/180206.htm

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Ecologia Tue, 09 May 2017 11:27:32 +0000