Economia http://coscienzeinrete.net Tue, 18 Dec 2018 17:56:34 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it Biologico: vendite oltre i 5 miliardi http://coscienzeinrete.net/economia/item/3267-biologico-vendite-oltre-i-5-miliardi http://coscienzeinrete.net/economia/item/3267-biologico-vendite-oltre-i-5-miliardi

Biologico vendite oltre i 5 miliardi articleimageLe vendite nel biologico hanno superato i 5 miliardi di euro nel 2016 tra Italia ed estero, con un incremento del 16,3% rispetto all’anno precedente. Lo conferma anche il Rapporto Bio Bank 2018 , che verrà presentato ufficialmente al Sana di Bologna il 7 settembre.

Sul Rapporto Bio Bank 2018 sono pubblicati e analizzati i dati riferiti alle 10.001 attività censite nel 2017: 9.075 per l’alimentazione e 926 per la cosmesi. 58 pagine ricche di dati, informazioni e infografiche, tutte da sfogliare, leggere e consultare liberamente su Issuu.

Probios Sana2018

Il rapporto sarà presentato al Sana. PROBIOS sarà presente alla 30esima edizione del Salone Internazionale del Biologico e del Naturale con le ultime novità e due gustosi show cooking in collaborazione con la prestigiosa cucina La Sana Gola di Milano. Potete trovarli al Padiglione 21 – Stand B31/C32

Trend 2013-2017

Negli ultimi cinque anni il numero di attività delle otto tipologie monitorate nel Rapporto per gli alimenti è cresciuto di oltre il 6%. A volare sono invece le tre tipologie di attività monitorate per la cosmesi, cresciute del 177%.

Per gli alimenti ancora in testa gli e-commerce di alimenti bio, passati dai 147 del 2013 ai 344 del 2017, con una crescita del 134%, e i ristoranti bio, passati da 350 a 556, con una crescita del 58,9%. Seguono i 1.437 negozi specializzati di alimenti bio (+12,5%), le 1.311 mense scolastiche (+6,1%), i 238 mercatini (+3%), mentre le 2.879 aziende con vendita diretta crescono appena dell’1,5%. In calo gli agriturismi a quota 1.497 (-4,5%) e i gruppi d’acquisto solidale a 813 (-8,3%).

Per la cosmesi guidano ancora il trend le profumerie bio, balzate dalle 49 del 2013 alle 245 del 2017 (+400%). Notevole lo sviluppo degli e-commerce di cosmesi bio, passati da 70 a 255 (+264,3%). Significativo l’aumento delle aziende di cosmesi bio e detergenza eco certificate, che raddoppiano passando da 215 a 426 (+98,1%).

Regioni leader 2017

La classifica delle regioni leader per numero assoluto di attività bio nel 2017 riconferma la Lombardia con ben 1.417 attività, prima per numero di gruppi d’acquisto, negozi, mense, aziende ed e-commerce di cosmesi. Al secondo posto ancora l’Emilia-Romagna con 1.312 attività, che primeggia con vendita diretta, mercatini, e-commerce di alimenti e ristoranti. Al terzo la Toscana con 1.126 realtà, regina incontrastata degli agriturismi. Anche alla guida della classifica per densità di attività si riconfermano le stesse tre regioni del Centro Italia: le Marche con 397 attività per milione di abitanti, l’Umbria con 347 e la Toscana con 301.

Tra le regioni leader in Italia solo una è presente sia nella classifica per numero sia in quella per densità: è la Toscana. Tra le regioni leader in una singola tipologia entra per la prima volta il Sud, con la Campania, leader per numero di profumerie bio.

Quale bio?

Diecimila attività sono una fetta importante del biologico italiano, dall’alimentazione, dove il bio ha visto il suo esordio, alla cosmesi, dove la sua diffusione è più recente. Dai canali storici, come i negozi specializzati, a quelli emergenti, come l’e-commerce.

Il perimetro del Rapporto Bio Bank non comprende quindi tutto il biologico - che ormai non ha più confini e si trova ovunque - ma fornisce dati quantitativi e qualitativi per leggere il cambiamento in atto e affrontare le nuove sfide. Rischi e sfide che hanno fatto parte della storia del bio  fin dal suo esordio, quando si affermava che era impossibile produrre con il metodo dell’agricoltura biologica.

Ora che il bio è sulla bocca e sulla tavola di tutti, sorgono mille domande. Quale bio vogliamo? Per qualcuno o per tutti? Anonimo o identitario? D’importazione o nazionale? E infine la domanda delle domande: il bio è un punto d’arrivo o un punto di partenza?

Oggi che sono entrate nel bio sia le multinazionali, sia grandi, medie e piccole aziende agroalimentari, si assiste a una polarizzazione. Da una parte il bio basico, che rispetta il regolamento europeo e si accontenta dell’Eurofoglia. Dall’altra le aziende storiche del bio, che continuano la scalata dei valori nel segno della qualità totale: il bio legato all’origine delle materie prime (locale, regionale, made in Italy), il bio che si evolve in biodinamico, il bio che fa  filiera (giusto prezzo ai produttori e distribuzione equa del valore lungo tutta la catena), il bio etico (pizzo-free, caporalato-free), il bio solidale (equo, sociale) e si potrebbe continuare.

Più il bio si espande, più le aziende pioniere dovranno affondare le radici nei valori originari del bio.

L'agricoltura biodinamica

Anche l’agricoltura biodinamica in Italia è cresciuta costantemente negli ultimi anni tanto che il nostro paese è il primo esportatore al mondo e il 3° produttore in Europa, dopo Germania e Francia. In Italia le aziende biodinamiche sono raddoppiate dal 2007 al 2017, ad applicare le metodiche biodinamiche sono almeno 4.500 realtà, ma solo un numero limitato (420 aziende per un’estensione di 12.830,14 ettari coltivati e circa 200 milioni di fatturato) riesce a conseguire la certificazione biodinamica Demeter. Il biodinamico cresce sopratutto nell’OTE ortofrutticola (oggi il 36% della SAU biodinamica), nella vitivinicola (35%) e nella cerealicola (21%).

Fonte: https://www.terranuova.it/News/Stili-di-vita/Biologico-vendite-oltre-i-5-miliardi

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Wed, 05 Sep 2018 13:38:59 +0000
Il capitalismo ci sta uccidendo? http://coscienzeinrete.net/economia/item/3257-il-capitalismo-ci-sta-uccidendo http://coscienzeinrete.net/economia/item/3257-il-capitalismo-ci-sta-uccidendo

CIR ExternalitiesAlcuni economisti ad indirizzo ecologista, come Herman E. Daly, sostengono che i costi esterni correlati all’inquinamento e al depauperamento delle risorse mondiali non vengono presi in considerazione dal prodotto interno lordo, per cui  non possiamo sapere se un aumento del PIL è, in realtà, un guadagno o una perdita.

I costi esterni sono enormi ed in crescita costante. Da che mondo è mondo, le multinazionali manifatturiere e industriali, quelle del comparto agroalimentare, i sistemi fognari cittadini, ed altri colpevoli hanno fatto pagare ai terzi i costi delle loro attività nocive per l’ambiente.

Recentemente ci sono state numerossime segnalazioni, molte delle quali centrate sul Roundup della Monsanto, il cui principale componente, il glifosato, è ritenuto cancerogeno.

Un’organizzazione volta alla salvaguardia della salute pubblica, l’Environmental Working Group, ha riferito di recente che i suoi test hanno evidenziato la presenza di glifosato in 43 su 45 tipi di alimenti per la prima colazione dei bambini, comprendenti muesli, fiocchi d’avena e merendine prodotte da Quake, Kellog e General Mills. LINK.

In Brasile si è scoperto che l’83% del latte materno contiene glifosato. LINK.

L’Istituto per l’Ambiente di Monaco ((Umweltinstitut München) ha riferito che 14 delle marche di birra tedesche più vendute contengono glifosato. LINK.

Il glifosato è stato trovato nelle urine dei contadini messicani e nelle falde acquifere messicane. LINK.

Secondo Scientific American, “anche i composti inerti del Roundup sono in grado di uccidere le cellule umane, in modo particolare quelle embrionali, placentari e del cordone ombelicale.” LINK.

Un tossicologo tedesco ha accusato di frode scientifica l’Istituto Federale Tedesco per la Valutazione del Rischio (Bundesinstitut für Risikobewertung) e l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (European Food Safety Authority – EFSA) per aver accettato la tesi di un gruppo di lavoro gestito dalla Monsanto sulla non-cancerogenicità del glifosato. LINK.

La controversia su queste scoperte deriva dal fatto che i ricercatori finanziati dalle aziende non trovano nessuna correlazione fra glifosato e cancro, mentre quelli indipendenti le scoprono. Questo non è affatto sorprendente, visto che uno scienziato a libro paga delle aziende non ha indipendenza ed è improbabile che possa arrivare a conclusioni che contrastano con quelle a cui è pagato per arrivare.

C’è poi la controversia su quali siano i livelli di contaminazione necessari per considerare pericolosi i prodotti contenenti tracce di glifosato. Sembra però che queste concentrazioni aumentino con l’uso e con il tempo. Prima o poi saranno sufficienti a produrre danni.

La tesi di questo articolo è che, se il glifofato è cancerogeno, i costi correlati alle vite perse e alle spese sanitarie non vengono pagati dalla Monsanto/Bayer. Se questi costi non fossero esterni alla Monsanto, se cioè la multinazionale dovesse rifondere queste spese, il prezzo del prodotto non sarebbe abbastanza remunerativo da permetterne la produzione. I costi supererebbero di gran lunga i guadagni.

E’ molto difficile arrivare alla verità, perché i politici e le autorità preposte ai controlli sono corruttibili e tendono a favorire i loro sodali in affari. In Brasile, in questo momento, i legislatori stanno tentando di liberalizzare l’uso dei pesticidi e di vietare la vendita dei prodotti biologici nei supermercati. LINK.

Nel caso del glifosato, il vento potrebbe cambiare e mettersi a spirare contro Monsanto/Bayer. La Corte Suprema della California ha accolto la richiesta dell’autorità nazionale di includere l’erbicida glifosato nell’elenco delle sostanze cancerogene riportate dalla Proposition 65. LINK.

La settimana scorsa, a San Francisco, una giuria ha riconosciuto ad un ex-giardiniere scolastico un indennizzo di 289 milioni di dollari per i danni di un tumore causato dal Roundup. Non ci sono dubbi che la Monsanto si appellerà alla sentenza e che il caso verrà dibattuto nei tribunali fino alla morte del giardiniere. Ma questo costituisce un precedente, e fa capire che i giurati stanno iniziando a diffidare della scienza su ordinazione. Ci sono all’incirca altre 1000 cause pendenti simili a questa. LINK.

Quello che è importante tenere a mente è che, se il Roundup è cancerogeno, è però un solo prodotto di una sola azienda. Questo ci dà un’idea di quanto grandi possano essere i costi esterni. Di certo, i deleteri effetti del glifosato vanno ben oltre quelli descritti da questo articolo. LINK.

Anche i cibi OGM stanno avendo ripercussioni sul patrimonio zootecnico. LINK

Considerate ora l’impatto negativo sull’aria, sull’acqua e sui terreni dove si pratica l’agricoltura chimica. La Florida sta subendo un’invasione di alghe a causa dei fertilizzanti chimici drenati dai terreni coltivati e l’industria saccarifera è riuscita a distruggere il Lago Okeechobee. LINK.

Il dilavamento dei fertilizzanti causa la proliferazione dei cianobatteri, che uccidono la fauna marina e sono pericolosi per gli esseri umani. Attualmente, la acque del fiume Santa Lucia, in Florida, raggiungono un livello di tossicità 10 volte il normale e non si possono neanche toccare. LINK.

Le maree rosse (la caratteristica colorazione assunta dalle acque marino-costiere in seguito alla rapida crescita di dinoflagellati o diatomee NdT) può avere origini naturali, ma il dilavamento dei fertilizzanti contribuisce alla loro crescita e alla loro persistenza. Inoltre, anche l’aumento delle temperature dovuto all’inquinamento favorisce le maree rosse, così come il drenaggio delle zone umide per gli insedimenti abitativi, che causa un più rapido movimento delle masse idriche, non più sottoposte a filtraggio naturale.  LINK, LINK.

Di fronte al peggioramento delle sue risorse idriche e alla proliferazione delle alghe, la risposta della Florida è stata quella di tagliare il suo programma di monitoraggio delle acque. LINK.

Se prendiamo in considerazione gli enormi costi esterni dell’agricoltura industriale, è evidente che le cifre che nel calcolo del PIL vengono attribuite allo zucchero e agli altri prodotti agricoli sono esagerate. I prezzi pagati dai consumatori sono troppo bassi e i profitti garantiti all’agricoltura industriale sono troppo alti, perché non comprendono i costi della scomparsa della fauna marina, della perdita degli introiti del turismo e i danni alla salute umana dovuti alla proliferazione delle alghe, causata a sua volta dal dilavamento dei fertilizzanti.

In questo articolo ho appena grattato la superficie del problema dei costi esterni. Il Michigan ha scoperto che la sua acqua potabile non è sicura. I prodotti chimici usati da decenni nelle basi militari [presenti sul territorio] e nella produzione di migliaia di beni di consumo si trovano ormai nelle falde idriche. LINK.

Come esercizio, scegliete una qualsiasi attività e pensate ai suoi costi esterni. Prendete, per esempio, le multinazionali statunitensi che hanno esternalizzato in Asia i posti di lavoro americani. I loro profitti sono aumentati, ma la base imponibile, a livello federale, statale e locale, è diminuita. Le imposte sui salari destinate alla previdenza sociale (Social Security) e al sistema sanitario (Medicaid) sono calate, mettendo in pericolo questi importanti pilastri della stabilità politica e sociale degli Stati Uniti. Si è abbassata anche la base imponibile dei fondi pensione degli insegnanti e degli altri impiegati statali. Se le multinazionali che hanno delocalizzato i posti di lavoro all’estero dovessero farsi carico di questi costi non avrebbero più profitti. In altre parole, poche persone ne hanno tratto un vantaggio, scaricandone gli enormi costi sulla collettività

O prendete in considerazione qualcosa di semplice come un negozio di animali. I proprietari che vendono e i clienti che acquistano coloratissimi pitoni da 30/40 cm., boa constrictor e anaconda non pensano affatto alle considerevoli dimensioni che raggiungeranno questi rettili e neanche lo fanno gli organi di controllo che ne permettono l’importazione. Queste creature, in grado di divorare gli animali domestici, i bambini e capaci di soffocare degli adulti grandi e grossi, vengono alla fine scaricate nelle Everglades, dove hanno devastato la fauna naturale e sono diventate troppo numerose per essere tenute sotto controllo. I costi esterni hanno ormai superato di molti ordini di grandezza il prezzo totale di tutti i serpenti venduti nei negozi di animali.

Gli economisti ad indirizzo ecologista sottolineano come il capitalismo possa funzionare in una “economia vuota”, dove la pressione umana sulle risorse naturali è blanda. Ma il capitalismo non può funzionare in una “economia totale,” dove le risorse naturali sono al punto di esaurimento. I costi esterni correlati alla crescita economica, così come viene calcolata dal PIL, possono superare il valore del prodotto stesso.

Possiamo essere praticamente certi che questa è la situazione che ci troviamo attualmente a dover affrontare. La scomparsa di intere specie, la scoperta di tossine nel cibo, nelle bevande, nell’acqua, nel latte materno, nell’aria, nella terra, il tentativo disperato di ottenere energia con il fracking (che distrugge le falde freatiche e causa  terremoti) sono tutti segnali di un pianeta ormai in difficoltà. Quando si arriva al dunque, si vede come tutti i profitti che il capitalismo ha generato nel corso dei secoli sono probabilmente dovuti al fatto che i capitalisti non hanno mai coperto i costi totali dei loro prodotti. Li hanno trasferiti all’ambiente e alle terze parti e si sono intascati i risparmi, come se fossero guadagni.

Aggiornamento: Herman Daly nota che, secondo un articolo apparso l’anno scorso sulla rivista medica inglese The Lancet, il costo stimato annuale dell’inquinamento è valutabile al 6% del PIL mondiale, mentre il tasso di crescita annuale [del PIL mondiale] è solo del 2%, con una diminuzione effettiva del 4% del benessere globale, non un aumento del 2% [come sembrerebbe]. In altre parole, potremmo già trovarci nella situazione in cui la crescita economica è antieconomica. LINK.

Paul Craig Roberts

Fonte: paulcraigroberts.org

via: https://comedonchisciotte.org/il-capitalismo-ci-sta-uccidendo/

Link: https://www.paulcraigroberts.org/2018/08/17/is-capitalism-killing-us/

Tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

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enricocarotenuto@gmail.com (Enrico Carotenuto) Economia Tue, 21 Aug 2018 15:48:15 +0000
PERCHÉ GENOVA SIA L’INIZIO DI UNA SVOLTA http://coscienzeinrete.net/economia/item/3254-perche-genova-sia-l-inizio-di-una-svolta http://coscienzeinrete.net/economia/item/3254-perche-genova-sia-l-inizio-di-una-svolta
nino galloni GenovaPoco meno di quarant’anni fa, il Paese iniziò un percorso nuovo che l’avrebbe portato in un vicolo cieco, l’attuale vicolo cieco.
Nel gennaio del 1981, infatti, facendo seguito a pressioni americane e mitteleuropee, il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrisse una semplice lettera all’ allora Governatore C. A. Ciampi per informarlo che da quel momento la Banca d’Italia non era più obbligata ad acquistare i titoli del debito pubblico a bassissimi tassi di interesse che lo Stato non riusciva a vendere direttamente al mercato.
Si voleva così sottrarre, senza passare per un voto parlamentare, alla classe politica corrotta e clientelare, lo strumento più importante, quello degli investimenti e della spesa pubblica produttiva.
 
di Nino Galloni
Da quel momento, con un colpo solo lo Stato si vide equiparato a qualsiasi disgraziato che debba implorare soldi dalle banche, alle condizioni decise dal mercato cioè dalle banche stesse; il Tesoro non poté più decidere il tasso di interesse e, infatti, da allora il debito pubblico cominciò a schizzare dal 60% del pil (1980) al 120% (1989).
La spesa pubblica produttiva e per investimenti si contrasse, ma quella ordinaria e vincolata no, sicche’ si ottenne esattamente l’opposto di quello che si auspicava: la qualità della spesa peggiorò; il Paese si trovò in difficoltà; la classe politica sollevata dal compito di decidere le grandi strategie, si concentrò solo su clientelismo, corruzione e poltrone.
 
Dopo il 1981 è stato un crescendo di misure volte a contenere la spesa pubblica e i disavanzi, accrescere la pressione fiscale, governare con l’assillo dei conti, legarsi sempre più mani e piedi per accettare quanto chiesto dall’Europa e ottenere un posto nell’euro in prima fila.
Ma in questi quasi quarant’anni il mondo è cambiato radicalmente (sono aumentati esigenze, reti informatiche e telematiche, meccanizzazione delle infrastrutture, cambiamenti nell’edilizia civile e industriale, sensibilità per l’ambiente, la sicurezza e la salute); ma non si sono registrati sufficienti progressi sul fronte della cultura economica e politica.
 
Si è accettata l’idea che le risorse pubbliche siano scarse e che i privati possano gestire tutte le attività meglio dello Stato.
Quindi si è dimenticato che se talune attività è bene che vengano gestite con la logica del profitto, molti altri servizi (sanità, trasporti collettivi, infrastrutture) richiedono standard di sicurezza che per lo Stato sono investimenti e per i privati sono costi (da minimizzare).
Ma se lo strumento delle privatizzazioni e l’obiettivo del profitto non risultano in certi casi adeguati perché gli operatori di borsa guardano al livello del profitto e quest’ultimo è concorrente al costo della sicurezza, rimangono solo 4 strade.
 
L’aumento delle tasse; ma nessuno lo vuole.
L’aumento dei disavanzi pubblici, ma essi sono stati – a torto – demonizzati (invece si doveva continuare a finanziarli a bassi tassi di interesse).
La moneta pubblica sovrana non a debito, ma quasi nessuno sa cos’è.
Le partecipazioni statali che hanno vincolo di bilancio, ma non devono necessariamente massimizzare il profitto.
 
Se non si accetta almeno uno dei 4 strumenti appena accennati è inutile ed ipocrita piangere i morti di Genova. Bisogna accettarli come le vittime di una guerra; una guerra che gli Italiani stanno perdendo, come altri popoli, ma che  – ora – debbono dimostrare di non volere.
Non volete pagare troppe tasse o veder aumentare il debito pubblico?
Benissimo, allora delle due l’una: o accettate le vittime derivanti da insufficiente manutenzione del territorio e delle infrastrutture o vi decidete a pensare in termini di sovranità monetaria e di ritorno alla spesa pubblica produttiva.
Ogni Stato dell’eurozona può emettere mezzi monetari a sola circolazione nazionale con cui pagare gli investimenti necessari: gli Stati e le banche centrali diversi dalla BCE non possono emettere banconote e moneta a corso legale in tutta l’eurozona (articolo 128 del Trattato di Lisbona), ma nulla vieta la emissione di statonote, monete di pezzatura non standard o biglietti di Stato a sola circolazione nazionale…
Pensiamoci!
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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Mon, 20 Aug 2018 17:09:40 +0000
Un'autostrada pubblica http://coscienzeinrete.net/economia/item/3250-un-autostrada-pubblica http://coscienzeinrete.net/economia/item/3250-un-autostrada-pubblica

Autostrada Pubblica(Ri)nazionalizzare?

La tragedia del crollo del ponte Morandi ha riaperto il dibattito sull'opportunità tecnica, politica ed economica di avere affidato, a partire dagli anni Novanta, la gestione di buona parte della nostra rete autostradale a concessionari privati. Secondo alcuni, le ben note criticità di quel processo di «privatizzazione» (trattandosi di una cessione ai privati della sola gestione, non delle infrastrutture) assumono rilievo anche per la sicurezza degli utenti, sempre più minacciata da manufatti bisognosi di manutenzioni straordinarie e rimpiazzi. Si parla dunque in questi giorni di rinazionalizzare la gestione della rete per sottrarre un servizio così delicato e centrale alla sola logica del profitto.

di Il Pedante

In punto politico, chi scrive si associa pienamente a questo auspicio, anche presumendo il massimo scrupolo e la massima integrità dei concessionari. Come ho argomentato illustrando il caso della distribuzione del gas naturale, il regime di concorrenza va applicato ai mercati di beni e servizi contendibili che non necessitano di regolazione e il cui malfunzionamento non metterebbe in pericolo l'intera collettività, non a quelli assoggettabili al solo monopolio, detti appunto monopoli naturali. Forzare il mercato in questi ultimi settori equivale in tutto a forzare lo Stato nei settori naturalmente vocati alla concorrenza: è una stalinizzazione al contrario dove, nei fatti, uno o pochi operatori economici privati godono delle prerogative dominanti di uno Stato senza sobbarcarsene la missione sociale e il vincolo di rappresentanza politica, distorcendo in maniera grottesca i principi di un mercato «libero» nel solco di ciò che ho descritto altrove come «socialismo dei ricchi».

I modi per rinazionalizzare un monopolio naturale non sono semplici né scontati, e non possono comunque scindersi da più ampie politiche di spesa pubblica e, ancora più a monte, da una definizione condivisa del confine di competenze e ruoli tra Stato e «mercati». Per portare un contributo concreto alla riflessione sugli aspetti operativi di questa ipotesi, illustrerò nel seguito un caso a noi vicino di rete autostradale interamente gestita dal settore pubblico.

 

Il caso austriaco

L'ASFiNAG (Autobahnen- und Schnellstraßen-Finanzierungs-Aktiengesellschaft) è una società per azioni fondata nel 1982 e interamente detenuta dalla Repubblica Austriaca, il cui scopo è quello di finanziare, realizzare e gestire le strade a scorrimento veloce (Schnellstraßen) nel territorio austriaco. L'ASFiNAG si finanzia interamente con i pedaggi degli utenti e non gode di finanziamenti pubblici, né versa canoni di concessione allo Stato. Con 2.826 dipendenti, gestisce una rete di 2.223 km e diciotto autostrade, tra cui le storiche A1 lungo la direttrice est-ovest (Vienna-Walserberg, 292 km, la cui prima pietra fu posata nel 1938 da Adolf Hitler) e A2 lungo la direttrice nord-sud (Vienna-Villach, 377 km, interamente completata solo nei primi anni Duemila).

Il sistema dei pedaggi si articola in tre modalità:

  • una tariffa flat (Vignette) per automobili e motocicli che consente la circolazione illimitata sull'intera rete apponendo un bollo anonimo sul veicolo. La Vignette costa 9,00 euro per 10 giorni (5,20 per le moto); 26,20 euro per due mesi (13,10 per le moto); 87,30 euro per un anno (34,70 per le moto);
  • una tariffa chilometrica (Go-Maut) per i mezzi pesanti (più di 3,5 tonnellate) addebitata all'utente mediante un sistema di portali alle uscite che si collegano a una scatola elettronica nel veicolo (Go-Box). La tariffa applicata varia in funzione degli assi del veicolo, dell'orario di transito (di notte costa di più) e della classe di emissioni:Autostrada Pubblica1
  • un pedaggio speciale (Streckenmaut) applicato ad auto e moto che transitano su manufatti stradali alpini i cui costi straordinari di realizzazione o ampliamento non sono stati ancora ammortizzati. Le tratte a pedaggio speciale sono oggi cinque e il loro costo, per un singolo transito, varia dai 7,50 euro del tunnel dei Karawanken (A 11) agli 11,50 euro dell'autostrada alpina dei monti Tauri (A 10), che supera i 1300 metri di altitudine e attraversa 12 chilometri di montagna con due tunnel. Gli utenti abituali possono acquistare carte annuali forfettarie fortemente scontate (41,00 euro/anno per i pendolari).

Confronto con l'Italia

Confrontare la gestione austriaca con quella italiana, fatto salvo il giudizio politico già espresso, non è semplice. Uno dei motivi è che in Italia il panorama delle gestioni e concessioni autostradali è frammentato ai limiti del caos. Alle venticinque gestioni private che coprono 5.887 km di autostrade e superstrade con contratti di concessione a volte diversissimi nei contenuti e nelle normative di riferimento, vanno aggiunte le gestioni dirette ANAS S.p.A. (954 km) e quelle, più recenti, di società compartecipate da ANAS e Regioni (483 km), che a loro volta agiscono da soggetti concedenti. Anche i pedaggi sono i più disparati: vanno dai 23 centesimi al chilometro (Classe A) della A5 Torino-Aosta-Montebianco o ai 21 centesimi al chilometro della Pedemontana (un fallimento annunciato), alla gratuità delle tratte in gestione ANAS nell'Italia Meridionale. Ci sono poi strade che, pur non classificate come autostrade, lo sono a tutti gli effetti, come ad esempio la Strada Statale 36 del Lago di Como e dello Spluga fino a Colico (94,7 km), sulla quale non si paga pedaggio.

In questa «selva oscura» dove il caso particolare è la norma, tenterò un raffronto con la soluzione austriaca considerando la sola gestione di Autostrade per l'Italia S.p.A., sia in quanto principale operatore italiano (gestisce quasi la metà dei chilometri complessivi in concessione privata), sia perché è il soggetto su cui si sono più concentrate le polemiche di questi giorni. Autostrade per l'Italia è interamente detenuta da Atlantia S.p.A., società quotata in borsa che gestisce autostrade a pedaggio anche in Brasile, Cile, India e Polonia. Il suo socio di maggioranza è la famiglia Benetton. In Italia è concessionaria di trenta tratte tra cui l'A1 Milano-Napoli (759,3 km) e l'A14 Bologna-Taranto (744,1 km), per un totale di 2.857,5 km gestiti e 46.127 milioni di veicoli per chilometro/anno.

Segue un'elaborazione grafica di alcuni indicatori registrati negli ultimi anni disponibili (IT 2016; AT 2017):

Autostrada Pubblica2

Dal confronto in grafica si osserva che la rete italiana qui considerata è mediamente più frequentata - e quindi anche soggetta a usura - di quella del gestore austriaco, che deve «sopportare» un traffico inferiore del 30%.

I ricavi di Autostrade per l'Italia, cioè i costi per gli utenti incluso il canone che il gestore deve versare annualmente ad ANAS (431 milioni di euro), superano del 46% quelli di ASFiNAG su base chilometrica (+25% in rapporto al traffico). La rete italiana risulta quindi più cara. Va anche osservato che la politica di pedaggio adottata dal gestore austriaco distribuisce l'onere in modo da premiare in maniera molto decisa l'utenza «leggera» (auto e moto), trasmettendo così agli automobilisti italiani l'impressione, parzialmente distorta, di una forte convenienza complessiva. Per dare un'idea degli effetti che questa politica avrebbe nel nostro Paese, è come se, con il costo odierno di un solo viaggio di andata e ritorno da Milano a Roma (corrispondente a poco meno del prezzo di una Vignette annuale), si potesse viaggiare illimitatamente per un anno sull'intera rete nazionale... Non stupisce perciò che ASFiNAG compensi ricavando quasi il 70% delle sue entrate dal transito dei mezzi pesanti (1,37 su 2 miliardi di euro), pur incidendo questi ultimi sul traffico complessivo per poco più del 10%.

Se l'impegno economico relativo per nuovi investimenti è sostanzialmente identico, colpisce invece la forte differenza nella spesa per manutenzioni, che nel caso austriaco incide sul fatturato in misura tripla rispetto alla gestione italiana (più del doppio su base chilometrica). Se confermato, è probabilmente questo il dato su cui è più urgente riflettere.

Un'ultima considerazione che richiederebbe approfondimenti più qualificati è suggerita dalla densità di ponti e viadotti che insistono sulle due reti osservate. Nelle autostrade di ASFiNAG risultano in servizio 2,34 manufatti per chilometro: più del decuplo di quelli italiani. Viceversa, nella rete italiana ricorrono con maggior frequenza le gallerie (0,11 vs 0,07 per chilometro). Con l'eccezione delle pianure a est di Vienna (Burgenland), l'Austria è in effetti un Paese a forte prevalenza montuosa. Se tre quinti del suo territorio sono occupati dalle Alpi, anche la fascia subalpina è caratterizzata da colline e rilievi più o meno scoscesi. Per contro, solo il 23% della rete di Autostrade per l'Italia è classificata come «montagna» nelle tabelle ministeriali (il tratto più lungo è quello della A26 Genova Voltri-Gravellona Toce: 102,8 km). Da queste osservazioni si può indurre in prima ipotesi che la rete austriaca sia mediamente più costosa da realizzare e manutenere - come suggerirebbe anche il dato sulla spesa per manutenzioni - senza perciò gravare maggiormente, in comparazione, sull'utenza.

Per corroborare e misurare questa ipotesi sarebbe tuttavia necessario esaminare le perizie a valori standard delle due reti e i relativi piani di manutenzione, ammesso che siano reperibili nel pubblico dominio.

Conclusioni

Dalla comparazione su accennata la gestione austriaca, affidata a una società interamente pubblica (ASFiNAG), appare caratterizzata da costi inferiori per l'utenza e da una diversa politica di distribuzione dell'onere che penalizza il trasporto merci su gomma. A sostanziale parità di investimenti, il dato più interessante riguarda le manutenzioni, per le quali il gestore austriaco spende il triplo del collega italiano in rapporto al fatturato, nonostante la rete del secondo sia usurata da un traffico più intenso. Ciò potrebbe anche spiegarsi con la maggior presenza di manufatti «critici» e costosi (ponti e viadotti) sulle tratte austriache e, più in generale, con l'orografia del Paese alpino, ma occorre in ogni caso registrare che l'onere aggiuntivo non si ribalta sull'utenza (come è viceversa evidente nelle tratte alpine di altri gestori italiani, ad esempio l'A5 in Piemonte e Valle d'Aosta, o l'A32 in Valle Susa).

Per quel che possono valere stime così semplificate, a parità di variabili una gestione di tipo austriaco sulla rete italiana italiana qui considerata comporterebbe un risparmio da 755 (su base traffico) a 1.108 (su base chilometrica) milioni di euro all'anno per gli utenti e, insieme, un aumento della spesa per manutenzioni di 400 milioni di euro all'anno (su base ricavi, tolto il canone).

Considerando che il risultato operativo ante imposte (EBIT) di Autostrade per l'Italia S.p.A. al lordo del versamento del canone ANAS è stato di 1.641 milioni di euro nel 2016, è facile capire chi sono gli elefanti nella stanza.

A necessaria integrazione dell'analisi occorrerebbe infine raffrontare il valore delle reti e degli appalti e, laddove possibile, la loro qualità secondo indicatori standard che riguardino ad esempio asfaltature, illuminazione, verifiche, incidentalità, tempi di intervento, comunicazione all'utenza, tempi di adeguamento alle norme, responsabilità ambientale e altro.

***

Il modello pubblico austriaco non è l'unico possibile. Ha certo i pregi della semplicità nell'estendere le stesse politiche gestionali, ottimizzandole, all'intera rete, e della trasparenza nel far sì che un soggetto di scopo si finanzi tassando i propri utenti senza interferire, in entrata o in uscita, con i bilanci dello Stato e dei suoi enti. Ciò non toglie che un'autostrada pubblica possa sostenersi in tutto o in parte con la fiscalità generale come accade in Germania, Olanda e Belgio (sui cui dettagli mi appello a chi è più esperto di me), o anche in numerosi esempi italiani di «superstrade» e autostrade a gestione ANAS.

I «ritorni» di un'infrastruttura essenziale si misurano nel medio e lungo termine materiale dello sviluppo e immateriale del benessere, essendone i suoi eventuali ricavi uno strumento. L'esempio qui illustrato suggerisce che una gestione senza lucro comporterebbe vantaggi economici e di servizio per la collettività anche nell'immediato.

E la corruzione? E il magna magna?

Sono un'invariante.

Fonte: http://ilpedante.org/post/un-autostrada-pubblica-il-caso-asfinag


 

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Sat, 18 Aug 2018 13:14:39 +0000
Sergio Marchionne, un essere umano in cammino http://coscienzeinrete.net/economia/item/3232-sergio-marchionne-un-essere-umano-in-cammino http://coscienzeinrete.net/economia/item/3232-sergio-marchionne-un-essere-umano-in-cammino

marchionne nuova 675Oggi è morto Sergio Marchionne.

Un grande uomo d’affari, un grande manager per alcuni, e per altri un mercenario senza scrupoli disposto a tutto pur di far diventare più ricchi i suoi padroni.

Dipende dal punto di vista.

Per noi è morto un essere umano, venuto sulla Terra per continuare il suo faticoso cammino evolutivo. Nato in una cultura materialista, esposto a mille condizionamenti, come ognuno di noi. E che si è trovato ad affrontare un flusso di avvenimenti molto particolare.

Così come è il flusso di avvenimenti di ognuno di noi: una serie di eventi non casuali che viene a stimolare in noi la crescita o l’errore… perché questo prima o poi si tramuti in crescita.

La crescita avviene a seguito di una presa di coscienza, mentre l’errore è sempre frutto in una presa di coscienza ancora non maturata...

A che punto era Sergio? Aveva una coscienza matura o no?

 

E cosa significa matura? Una coscienza in grado di creare il Bene per gli altri, come frutto di pensieri e sentimenti pieni d’amore..

Al di là di quel poco che emerge dalla stampa, di quello che potevano vedere i suoi familiari e collaboratori, nessuno lo sa veramente: la vita interiore di un uomo è e rimane un mistero profondo per tutti. Un mistero sacro da rispettare pienamente.

I suoi frutti, quelli sì che si possono giudicare. Quello che ha fatto si vede. E uno che se ne intendeva lo ha detto chiaramente: “Li riconoscerai dai loro frutti…”

Ma da quei frutti cosa capiamo?

Che non dormendo, viaggiando di continuo, certamente sacrificando la sua vita privata per aumentare le rendite finanziarie di straricchi azionisti ed il proprio benessere economico, ha costruito molto nel mondo della materia. A vantaggio dei beni materiali suoi e di altri. Forse quello è ciò che lui riteneva la cosa migliore da fare nella vita.

Ma ora quel grande mucchio di soldi per lui non c’è più. Anche se ci ha lavorato intensamente con accanimento, con fatica, con durezza, con protervia per tutta la vita… è ormai qualcosa del tutto priva di valore. Ora è il tempo di capire veramente, al di là delle illusioni.

E questa mattina Qualcuno, con amore, mentre Sergio lasciava il mondo della materia, gli ha certamente chiesto:

“Quanto hai amato in questa vita?”

E solo lui poteva dare – e ha dato - la risposta giusta, quella vera. Quella che prepara il successo della prossima vita.

Una risposta che noi certo non conosciamo, come gli altri non conoscono la nostra.

Ma certamente ognuno di noi dovrebbe darsi da fare in questa vita sulla Terra soprattutto per dare una buona risposta a quella domanda.

Buon viaggio Sergio, ne vedrai delle belle e ti faranno capire presto come stanno le cose

e quello che veramente hai combinato, nel male e nel bene..

 

 porta aldilà

 

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carotenutoteam@iol.it (Fausto Carotenuto) Economia Wed, 25 Jul 2018 15:05:25 +0000
L'Estonia sta rendendo gratuiti i trasporti pubblici http://coscienzeinrete.net/economia/item/3222-l-estonia-sta-rendendo-gratuiti-i-trasporti-pubblici http://coscienzeinrete.net/economia/item/3222-l-estonia-sta-rendendo-gratuiti-i-trasporti-pubblici

tallin cardA partire da questo mese, l'Estonia ha istituito trasporti gratuiti per i suoi residenti in gran parte del paese. Cosa può imparare il resto del mondo?

Il Paese sta creando la più grande rete di trasporti pubblici al mondo, consentendo a residenti e visitatori di attraversarlo senza pagare un centesimo.

"Il nostro obiettivo è garantire che, in tutta l'Estonia, le persone abbiano migliori collegamenti e opzioni di viaggio, sia nelle aree rurali che in quelle urbane", ha affermato il ministro degli affari economici e delle infrastrutture, Kadri Simson.

La nazione è stata in prima linea in una crescente spinta globale per il trasporto pubblico gratuito: cinque anni fa, la capitale estone di Tallinn ha introdotto il trasporto pubblico gratuito dopo che i funzionari hanno chiesto ai residenti di votare la proposta in un referendum - il 75% ha risposto di sì. Tutto quello che le persone dovevano fare era registrarsi come residenti della città e pagare € 2 per una "carta verde". Tuttavia, i visitatori, compresi quelli provenienti da altre parti dell'Estonia, e i turisti devono pagare per utilizzare la rete di autobus, tram, treni e filobus di Tallinn.

lo schema si è dimostrato così popolare che il governo estone sta organizzando viaggi gratuiti in autobus in tutto il paese.

I sostenitori affermano che il trasporto gratuito riduce la congestione e l'inquinamento, aiuta i residenti meno abbienti a spostarsi per trovare lavoro e si ripaga riducendo i costi di manutenzione delle strade, aumentando le entrate fiscali e stimolando l'attività economica.

"Prima di introdurre i trasporti pubblici gratuiti, il centro della città era pieno di macchine. Questa situazione è migliorata", ha dichiarato Allan Alaküla, portavoce del progetto di trasporto di Tallinn, in un'intervista a maggio. "Alla fine questo fa prosperare le imprese locali, ridando vita alla città. "

A Tallinn, il nuovo programma ha comportato un aumento del 14% nell'utilizzo dei trasporti pubblici e una riduzione dei viaggi in auto di un decimo, secondo un recente studio. Tuttavia, alcuni esperti mettono in discussione la redditività a lungo termine del trasporto gratuito, avvertendo che potrebbe portare al sovraffollamento delle città. Anche nell'Estonia rurale, che potrebbe beneficiare maggiormente dell'iniziativa, non tutte le circoscrizioni hanno ancora aderito all'offerta.

I leader globali stanno comunque seguendo da vicino l'esperimento. A maggio, i funzionari di varie nazioni come Francia, Cina, Brasile, Francia e Germania si sono riuniti a Tallinn per discutere del progetto. Ci sono attualmente circa 100 esperimenti di trasporto gratuito in corso in tutto il mondo. Parigi sta considerando un piano ambizioso per fornire il trasporto gratuito ai suoi 11 milioni di residenti - una mossa che alcuni ritengono possa scatenare un'ondata globale di iniziative simili.

"Una volta che una città delle dimensioni di Parigi avrà fatto il passo, inevitabilmente seguiranno altre città. Non c'è dubbio su questo ", ha detto Alaküla.

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Wed, 18 Jul 2018 07:34:10 +0000
Canada: apre Il primo negozio di alimentari al mondo che permette di pagare ciò che vuoi! http://coscienzeinrete.net/economia/item/3200-canada-apre-il-primo-negozio-alimentare-al-mondo-che-permette-di-pagare-cio-che-vuoi http://coscienzeinrete.net/economia/item/3200-canada-apre-il-primo-negozio-alimentare-al-mondo-che-permette-di-pagare-cio-che-vuoi

feeditforwardApre a Toronto il primo negozio di alimentari al mondo che ti permette di pagare ciò che vuoi. Gli scaffali sono interamente riforniti di cibo ancora buono che verrebbe altrimenti buttato.

Il negozio Feed It Forward "vende" alimenti ed ingredienti donati da grandi catene di approvvigionamento alimentare che non sono autorizzate a venderli - di solito, molti prodotti vengono buttati perché deformi o in qualche modo ammaccati, nonostante siano perfettamente commestibili, oppure perché i negozi di alimentari non sono autorizzati a venderli se sono troppo vicini alla loro data di scadenza, anche se in realtà possono durare anche diversi mesi a venire.
Alcuni alimenti vengono buttati semplicemente perché non c'è abbastanza spazio in magazzino...

Grazie a questo sistema di donazione, I clienti di Feed It Forward sono liberi di riempire i loro cesti e pagare la somma che preferiscono. Se non hanno soldi, sono comunque liberi di prendere ciò che vogliono.
Alle famiglie è permesso portare a casa solo un giorno di cibo, questo per garantire che il negozio rimanga ben fornito. I clienti che possono permettersi di pagare il proprio cibo hanno anche la possibilità di pagare in anticipo e coprire il costo della spesa di qualcun altro.

jagger gordonL'innovativo negozio di alimentari nasce dal cervello dello chef Jagger Gordon, un noto avvocato canadese che da sempre si occupa della riduzione degli sprechi alimentari e l'alimentazione degli affamati.

Gordon diede vita all'iniziativa senza scopo di lucro nel 2014, quando gestiva la propria società di catering. Stordito dalla quantità di cibo che finiva nei bidoni della spazzatura, iniziò mettendo dei food truck in giro per Toronto che offrivano esclusivamente pasti nutrienti fatti con ingredienti recuperati.

Nel 2016, fece scalpore dopo aver servito, alla vigilia di Natale, oltre 600 pasti caldi per i residenti affamati della città. A maggio 2017, aprì la prima zupperia che permetteva ai clienti di pagare ciò che volevano.

Oltre a questa nuova attività, lo chef sta ha ora avviato una campagna di raccolta firme per una petizione che chiederà ai legislatori canadesi di cambiare le loro leggi alimentari.

"Il concetto alla base del negozio è la dimostrazione di come i canadesi possano utilizzare il cibo destinato alle discariche...", ha detto Gordon, "cibo perfettamente commestibile che non deve essere gettato e che può riempire le pance vuote dei nostri cittadini".

Se siete curiosi, potete visitare qui il sito Feed It Forward.

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Thu, 21 Jun 2018 10:10:36 +0000
Il business delle acque minerali: ogni euro di canone le aziende ne incassano 191 http://coscienzeinrete.net/economia/item/3173-il-business-delle-acque-minerali-ogni-euro-di-canone-le-aziende-ne-incassano-191 http://coscienzeinrete.net/economia/item/3173-il-business-delle-acque-minerali-ogni-euro-di-canone-le-aziende-ne-incassano-191
Minerali business“Per ogni euro speso in canoni di concessione” le società proprietarie delle acque minerali realizzano “191,35 euro in ricavi dalle vendite”. Insomma un grande affare ma non per le casse pubbliche bensì per quelle private.
Ad accertare l’evidente sproporzione non è una Ong né un’associazione ambientalista ma il Mef, il ministero dell’Economia e Finanze che per la prima volta pubblica un report (dati 2015) “dedicato allo sfruttamento delle acque minerali e termali”. In soldoni l’incasso totale per le amministrazioni locali (18,4 milioni) corrisponde allo 0,68% del fatturato del settore dell’imbottigliamento delle acque minerali, pari a 2,7 miliardi nel 2015.
 
di Enrico Cinotti

Di seguito riportiamo la tabella con i ricavi realizzati dai principali marchi:

Minerali business1
 
Come si evince in testa alla classifica c’è acqua Lete che per ogni euro pagato in concessione ne ricava 312, seguita dalla Ferrarelle (280 euro) e dalla San Pellegrino (gruppo Nestlé) con 268 euro. Chi “incassa” di meno invece la Società italiana acque minerali (marchi: Misia, Lieve, Rugiada, Viva), seguita da Norda-Gaudianello-Sangemini con 78 euro e da Rocchetta-Uliveto con 81 euro.

Il canone? Un millesimo di euro ogni litro imbottigliato

Ma quanto si paga in media di concessione? Il Salvagente se ne era occupato nel numero di agosto 2017 scoprendo che in media (dati riferiti al 2013) le aziende imbottigliatrici pagano 1 euro ogni 1.000 litri emunti, ovvero appena un millesimo di euro per ogni litro imbottigliato. Un vero e proprio regalo fatto dalle amministrazioni pubbliche alle aziende private.

L’acqua da bene comune si è ormai trasformata in business privato.

Secondo Legambiente e Altraeconomia se si istituisse un canone minimo nazionale pari ad almeno 20 euro a metro cubo imbottigliato (oggi il canone più alto lo chiede il Veneto con 3 euro per metro cubo, tutti gli altri sono intorno a un euro), ai tassi attuali di prelievo si ricaverebbero circa 250 milioni di euro, rispetto a un giro di affari per le imprese, che si è attestato, nel 2015, a 2,7 miliardi di euro.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2018/04/27/il-business-delle-acque-minerali-ogni-euro-di-canone-le-aziende-ne-incassano-191/35332/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Sat, 28 Apr 2018 09:56:57 +0000
Tav, non c’erano ragioni per sostenere anni di lavori. Ma allora perché li abbiamo iniziati? http://coscienzeinrete.net/economia/item/3146-tav-non-c-erano-ragioni-per-sostenere-anni-di-lavori-ma-allora-perche-li-abbiamo-iniziati http://coscienzeinrete.net/economia/item/3146-tav-non-c-erano-ragioni-per-sostenere-anni-di-lavori-ma-allora-perche-li-abbiamo-iniziati

Della vicenda della Tav in Val di Susa ciò che colpisce è la sua capacità di far perdere ad analisti, giornalisti e politici il filo di un pensare razionale. In una società – e in un tempo – che del calcolo razionale ha fatto il suo ancoraggio, la Tav in Val di Susa è una decisione collettiva che i suoi promotori hanno collocato in uno spazio nel quale la logica e l’evidenza empirica non trovano posto. Chi si oppone alla realizzazione dell’opera ha le sue ragioni e le ha rappresentate con un movimento che ha assunto un rilievo politico forte. Da quando nel 2006 scrissi un piccolo libro sul tema (Dove sono le ragioni del sì? La Tav in Val di Susa nella società della conoscenza, Torino, Seb 27, 2006) il mio interesse maggiore è però andato alle “ragioni del sì”: come argomentano la loro posizione coloro che sono favorevoli all’opera?

di Antonio Calafati

Notav2018

Ciò che mi affascina di questa vicenda è come sia possibile che la realizzazione dell’opera sia giustificata con argomentazioni contraddittorie e senza alcun fondamento empirico, con un pensiero che viola ogni elementare principio di razionalità collettiva. Come sia possibile che l’opinione pubblica non si accorga che chi sostiene l’opera non ha ragioni razionali per farlo. Un incantesimo che dura da oltre un decennio, un mistero.

Il crescendo di stupore con il quale ho seguito questa vicenda leggendo nell’autunno del 2005 leggevo i tre maggiori quotidiani italiani (Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa) è diventato a un certo punto rassegnazione. Avevo letto incredulo che gli ingenti costi sociali che l’opera, per consenso unanime, avrebbe comportato nella fase di realizzazione e di attività erano banali “servitù”. Avevo letto sgomento che l’opera bisognava farla perché era “cosa buona e giusta”, perché ci permetteva di non perdere “i mercati dei Balcani”, perché era la “Modernità”, perché non farla “era una fiammeggiante rappresentazione del nostro fermarci ai confini”. Avevo letto che la Valutazione di impatto ambientale era una richiesta di isterici che si interessavano alla sorte degli “scorfani maculati”.

Avevo letto – e riportato nel libro – molte altre affermazioni prive di senso logico e valore empirico, affermazioni di commentatori autorevoli che sulla Tav in Val  di Susa si esprimevano come confusi sciamani. E non ho mai capito perché lo hanno fatto. Poi il suggello finale: in un dibattito radiofonico quella che allora era una persona chiave dell’Osservatorio sulla Tav mi contesta dicendo che gli antichi romani tutti questi studi di impatto non li facevano quando decidevano di costruire una strada…

Sono trascorsi molti anni e l’incantesimo non si scioglie. Ora il governo italiano ammette che le previsioni di traffico addotte a sostegno dell’opera – già più volte ri-progettata – sono assurdamente sovrastimate: l’opera sulla  base di queste previsioni non si giustifica. Però, poi aggiunge che l’opera si farà ugualmente. Si inizia un’opera che richiede ingenti risorse economiche, che richiederà anni e anni per essere completata ed entrare in uso sapendo prima di iniziare che nessun calcolo razionale la giustifica? Ma che storia!
Per quanto tempo ancora continuerà l’incantesimo? Che cosa ha questa opera perché l’intenzione di realizzarla sopravviva all’assenza di ragioni per realizzarla? Non è nel potere delle lobby che va cercata la risposta, bensì nei caratteri del dibattito pubblico italiano. Non riusciamo più a mettere a fuoco collettivamente neanche l’assurdità di affermazioni palesemente irragionevoli. Qualche pilastro della nostra democrazia deve aver ceduto.

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/27/tav-non-cerano-ragioni-per-sostenere-anni-di-lavori-ma-allora-perche-li-abbiamo-iniziati/4191544/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Thu, 01 Mar 2018 06:30:51 +0000
Disoccupazione in Europa: una misura più completa http://coscienzeinrete.net/economia/item/3145-disoccupazione-in-europa-una-misura-piu-completa http://coscienzeinrete.net/economia/item/3145-disoccupazione-in-europa-una-misura-piu-completa

Disoccupazione Europa

1. Non vi è dubbio che il fenomeno della disoccupazione eserciti un ruolo determinante nella dinamica sociale e nella percezione che di questa si ha. In Italia, il dato pubblicato da ISTAT, relativo allo scorso mese di settembre, segnala un tasso di disoccupazione pari all’11,1% delle forze di lavoro. Un miglioramento rispetto a dodici mesi prima, quando tale parametro si attestava all’11,8%. In valori assoluti, si è passati da 3.045.000 persone in cerca di lavoro alla fine del terzo trimestre del 2016, a 2.891.000 disoccupati nella stessa data del 2017.

di Antonino Iero

Tuttavia, se inquadriamo la questione nel contesto più generale e confrontiamo la posizione dell’Italia con la media dell’area euro e con le altre tre grandi economie dell’Unione Monetaria, emerge come il nostro Paese resti pur sempre, subito dopo la Spagna, quello con il più elevato tasso di disoccupazione.

Disoccupazione Europa1

Come già argomentato su Economia e Politica, occorre anche considerare la metodologia di rilevazione dei numeri esposti nel grafico precedente. Sono classificate come occupate le persone, di età superiore ai 15 anni, le quali, nel corso della settimana di riferimento, abbiano lavorato almeno un’ora. Può sembrare curioso, ma tale è la definizione assunta a livello internazionale. Di conseguenza, per essere classificati tra i disoccupati, occorre rispettare tutte le seguenti quattro condizioni:

  1. avere un’età compresa tra i 15 e i 74 anni;
  2. non essere occupati secondo la definizione prima specificata;
  3. essere disponibili ad accettare un’offerta di lavoro nell’arco delle prossime due settimane;
  4. aver attivamente cercato un’occupazione nelle quattro settimane precedenti quella di riferimento.

Sorge il dubbio che la struttura della rilevazione, soprattutto nel nuovo ambiente creatosi dopo la doppia recessione cui sono state soggette le economi europee, tenda a sottostimare l’effettiva diffusione della disoccupazione. D’altra parte, la condizione di sofferenza in cui si trovano le classi disagiate in Italia appare confermata da diversi indicatori, non ultimo dei quali la ripresa di apprezzabili flussi migratori verso l’estero: le iscrizioni all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, registrate nel 2016 per solo espatrio, sono aumentate del 15,4% rispetto all’anno precedente, un incremento che ha interessato tutte le regioni ad esclusione del Friuli Venezia Giulia (nel 2016 si sono iscritte all’Aire per espatrio oltre 124 mila persone, ossia, in rapporto alla popolazione italiana, 2 ogni mille abitanti).

Che vi sia qualcosa di non convincente nei dati sulla disoccupazione è ormai così evidente che la stessa Banca Centrale Europea ha ritenuto opportuno affrontare la questione con un’analisi ad hoc[1] condotta sui dati del quarto trimestre del 2016. Nel ricalcolare una misura più efficace per rilevare la stagnazione del mercato del lavoro nei Paesi europei, la BCE ha preso in considerazione, oltre ai disoccupati normalmente rilevati dalle indagini, anche altre due categorie di persone: chi è senza lavoro, anche se non rispetta i requisiti 3 e 4 della definizione di disoccupato (disoccupati scoraggiati[2], in precedenza classificati tra la popolazione inattiva), e chi è occupato part time, ma desidererebbe lavorare più ore di quelle attualmente assegnategli[3] (part time sottoccupati, persone incluse tra gli occupati). Le conclusioni cui è giunto l’istituto di Francoforte sono piuttosto significative: all’interno dell’area euro, l’incidenza della disoccupazione e della sottoccupazione si attesta al 18% della forza lavoro, ossia circa il doppio di quanto rilevato sulla base degli indicatori ordinari. Nello stesso studio si afferma che tuttora il mercato del lavoro europeo offre, con l’importante eccezione della Germania, poche opportunità ai lavoratori.

2. Come è noto, da diversi mesi sulla stampa si sottolinea il miglioramento della congiuntura economica sia in Europa, che in Italia. Pertanto può essere opportuno verificare se tale miglioramento abbia manifestato effetti significativi anche nel mercato del lavoro. Ho deciso di seguire la metodologia applicata dalla BCE sui dati più recenti disponibili (secondo trimestre del 2017) per alcuni tra i principali Paesi europei, indipendentemente dalla loro appartenenza all’Unione Europea o dal fatto che abbiano adottato l’euro o che utilizzino ancora la loro moneta nazionale. E quindi ho aggiunto al numero dei disoccupati ordinari i lavoratori part time sottoccupati, le persone inattive che hanno cercato lavoro anche se non sono immediatamente disponibili a cominciare l’attività e le persone prive di lavoro disponibili ad accettare un’occupazione ma che non hanno svolto attività di ricerca di un’occupazione[4]. Le ultime due categorie sono definite “forza di lavoro potenziale addizionale” poiché, pur ricadendo, secondo i criteri dell’ILO[5], all’interno della definizione di popolazione inattiva, evidenziano una certa disponibilità a partecipare al mercato del lavoro che non si concretizza per ragioni in buona parte indipendenti dalla loro volontà. Naturalmente, ho provveduto a modificare il denominatore del rapporto, aggiungendo alle forze di lavoro (secondo la definizione ILO) anche la forza lavoro potenziale addizionale.

I risultati, relativi al secondo trimestre del 2017, sono rappresentati nel grafico che segue.

Disoccupazione Europa2

È opportuna qualche veloce (e superficiale) osservazione. Non stupisce trovare ai vertici di tale poco edificante graduatoria la Grecia e la Spagna, Paesi direttamente colpiti dalla crisi debitoria. La terza posizione dell’Italia rende bene il quadro drammatico in cui vivono gli italiani e dovrebbe fare piazza pulita di tante chiacchiere dei nostri governanti. La sorpresa (relativa) è trovare al quarto e quinto posto rispettivamente Finlandia e Francia: anche i ricchi piangono? In realtà, la Finlandia, in coincidenza con l’entrata in vigore della moneta unica europea, è progressivamente scivolata verso una posizione netta verso l’estero negativa (ossia ha cominciato ad esportare meno di quanto importi) e questo freno alla sua dinamica economica si è riflesso in un aumento della disoccupazione; anche la Francia da tempo soffre problemi di competitività delle sue industrie (con l’eccezione di quella degli armamenti). La presenza della Germania tra i Paesi con minore disoccupazione non stupisce. Vale la pena, però, di notare come anche Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca mostrino, nel complesso, tassi di disoccupazione totale non dissimili da quelli tedeschi: assieme alla Slovacchia, appartengono al cosiddetto gruppo di Visegrad, i cui governi, sostenuti per lo più da maggioranze di destra con orientamento nazionalista, esprimono politiche di relativo protezionismo del proprio mercato interno, in aperto contrasto con l’apertura totale ai flussi economici, finanziari e migratori sostenuta dalle istituzioni dell’Unione Europea.

Un ulteriore aspetto da considerare è la composizione della disoccupazione totale in funzione delle quattro categorie specificate in precedenza. Per semplificare la lettura (e anche per renderla più significativa), si sono raffrontate le dinamiche delle quattro principali economie della cosiddetta Eurozona: Germania, Francia, Italia e Spagna. A queste si è affiancato il valore medio calcolato per l’Eurozona. Con riferimento al secondo trimestre del 2017, fatto 100 i disoccupati totali, si hanno le articolazioni presentate nei grafici che seguono:

Disoccupazione Europa3

Come si vede, la situazione è diversa da Paese a Paese, sicché la media dell’Eurozona appare poco rappresentativa, anche se emerge qualche somiglianza con la composizione della Francia. Colpisce immediatamente, con riferimento all’Italia, il rilevante peso delle persone disponibili a lavorare ma che non cercano attivamente occupazione e che, caso unico tra quelli esaminati, sopravanza anche quello dei disoccupati (propriamente detti) e fornisce l’immagine di un mercato del lavoro pietrificato dalla modesta prospettiva di trovare effettivamente un’occupazione. Non vi è alcun riscontro di tale drammatica condizione negli altri Paesi, dove il peso di questa categoria non supera il 13% dei disoccupati totali. La Germania evidenzia una forte incidenza dei part time sottoccupati, probabilmente un riflesso della diffusione dei cosiddetti mini-job. Più vicine appaiono le posizioni di Francia e Spagna, con quest’ultima più colpita dalla vera e propria disoccupazione, mentre la Francia presenta un maggior peso dei part time sottoccupati.

3. Infine, pare opportuno delineare l’evoluzione registrata negli ultimi anni dalle quattro componenti della disoccupazione totale. I dati messi a disposizione da Eurostat partono dal primo trimestre del 2008, quindi permettono di cogliere l’evoluzione avvenuta nel mercato del lavoro in coincidenza con lo scoppio della crisi dei mutui subprime negli USA e la conseguente recessione del 2009. Appare non trascurabile anche l’impatto della cosiddetta crisi del debito sovrano europeo, manifestatasi a partire dal 2010 con la scoperta del buco di bilancio della Grecia.

Disoccupazione Europa4

La Germania si presenta come l’unico Paese in cui l’attuale tasso di disoccupazione è minore di quello antecedente la crisi. L’economia tedesca, al contrario delle altre, è stata in grado di riassorbire tutte le quattro componenti della disoccupazione totale. Nel primo trimestre del 2008 il tasso di disoccupazione totale tedesco era pari al 17,2%. Alla fine del periodo esaminato (secondo trimestre del 2017) tale parametro è sceso al 9,2%.

La Francia[6] ha sperimentato, nell’arco di tempo esaminato, un incremento del tasso di disoccupazione totale dal 14,0% al 17,3%. La maggior parte della crescita è avvenuta a livello di disoccupazione ordinaria (passata dal 7,0% al 9,8%).

In Italia, il tasso di disoccupazione totale è salito dal 17,9% del primo trimestre del 2008 al 23,1% del secondo trimestre del 2017. È aumentata la disoccupazione (da 6,4% a 9,8%), ma rimane preminente il peso delle persone disponibili a lavorare ma non attive nella ricerca di un’occupazione (da 9,4% a 10,3%).

Anche la Spagna ha registrato un peggioramento del tasso di disoccupazione totale, passato da 16,6% a 26,8%. Qui è stata la disoccupazione ad aumentare di oltre sette punti percentuali (da 9,2% a 16,5%) dopo aver toccato il massimo di 25,5% nel primo trimestre del 2013. Sono cresciuti anche i part time sottoccupati (da 3,3% a 5,9%), mentre per le altre categorie si sono rilevati incrementi marginali.

In conclusione, da questa breve analisi preliminare si ricava l’impressione di un mercato del lavoro europeo che, pur con le sue specificità nazionali, appare ancora in sofferenza. Sembra difficilmente contestabile la necessità di avviare politiche pubbliche volte a sostenere l’occupazione. Tra queste, non è di secondaria importanza il ripristino di normative destinate a limitare i perversi effetti della legge della domanda e dell’offerta all’interno del mercato del lavoro, in considerazione della particolare natura della merce “forza-lavoro”. Tra le maggiori economie, fa eccezione a questo quadro negativo la Germania, con indici che lasciano intendere come tale Paese sia prossimo alla piena occupazione, ma ci sono anche altri Paesi di dimensioni minori (Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria) che evidenziano condizioni occupazionali migliori degli altri Stati appartenenti all’Unione Europea. Come che sia, la difformità delle situazioni nazionali è un’ulteriore conferma del mancato processo di convergenza economica, tanto più grave laddove riguardi nazioni che hanno adottato la stessa moneta.

[1] BCE, Assessing labour market slack, Economic Bulletin 3/2017.

[2] Il termine “disoccupato scoraggiato” si applica più propriamente alle persone che, essendo privi di un lavoro, non rispettano il punto 4 dell’elenco sopra. Qui, per comodità di lettura, si estende tale appellativo anche a coloro che non rispettano il punto 3.

[3] Si tratta di informazioni rilevate nelle indagini trimestrali condotte per misurare l’occupazione e la disoccupazione.

[4] Tale informazioni sono contenute nelle tavole [lfsq_pganws] e [lfsq_sup_age] pubblicate sul sito di Eurostat (http://ec.europa.eu/eurostat ).

[5] International Labour Organization.

[6] I dati francesi relativi ai quattro trimestri del 2013 non sono disponibili negli archivi di Eurostat.

 

Fonte: http://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/lavoro-e-sindacato/disoccupazione-in-europa-una-misura-piu-completa/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Economia Wed, 28 Feb 2018 12:35:29 +0000