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Oltre la definizione “Classico-Moderno” – per un’Arte Massimale, libera dal tempo

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La nostra è un’èra unica nella storia dell’arte perché è sincronica: in essa la fantasia non raffigura solo gli eventi passati, come in antico, ma anche quelli futuri. Ciò permette di far coesistere tutti passati, i presenti e i futuri in una sorta di a-temporalità del figurativo tesa a far esprimere tutto.

E’ un’era quindi dove antico e moderno possono perdere l’apparente veste della temporalità per essere riscoperti in una loro complementarità a-temporale che li rende equipollenti.

Consideriamo attentamente gli stili classici e quelli moderni e scopriremo che entrambi non sono legati a un’epoca storica, bensì sono a-temporali.

Consideriamo per ora solo il classico: pensiamo agli indumenti femminili in stile “classico”, ricalcanti lo stile greco antico, o quello cinese antico, o anche quelli simil-celtici: a millenni di distanza dalla loro ideazione essi continuano a emanare con forza il loro senso di bellezza, il che indica che non appartengono a un’era, bensì allo spirito umano di ogni tempo.

Oltre la definizione3L’Arte Classica vive ancora oggi nel gusto delle persone: se fosse “antica”, se fosse veramente legata al tempo, nessuno potrebbe ricevere un influsso da lei all’infuori del segmento temporale che le si attribuisce. Ma essa agisce ancora oggi con influsso di potenza immutata rispetto a ieri: quindi non appartiene al tempo, è a-temporale, eterna.

Lo stesso dicasi delle architetture classiche: apparterebbero al passato se nessuno le adottasse più, e invece il mondo è pieno di ville con colonnati ionici e corinzi, greche marmoree, architravi e mètope. Quindi non appartengono al passato, bensì all’a-temporalità, o eternità, di cui il presente è l’attimo vivente in cui essa di continuo riproduce se stessa.

Consideriamo ora il moderno. Questo infatti non è un discorso anti-moderno: l’Arte moderna è insostituibile perché come vedremo anch’essa non è legata a un’era, bensì è eterna come quella Classica.

Il merito intramontabile dell’Arte moderna è quello di aver dato all’arte la forza della libertà, onde la libertà prende piede nel creare umano. L’Arte moderna ha permesso allo spirito umano di svincolarsi dalle forme del rigido esistere immutabile percepibile ai sensi, per trasvolare pindaricamente nell’espressione dell’invisibile: i panorami interiori della psiche, i moti d’anima, gli stati d’animo interiori di qualunque tipo vissuti nell’istante da chi li esprime. Tale invisibile è stato raffigurato con lingue di colori, o schizzi, o graffi o con geometrie e curve, e tutto questo richiama la realtà dell’anima. Tutto questo sarebbe stato impossibile senza l’Arte moderna.

Ora però domandiamoci: ha veramente senso dire che l’Arte Moderna è “moderna”?

Pensiamo alle ultime Pietà di Michelangelo, quelle dette “incompiute”, ma non secondo il loro Autore che le riteneva ancora più riuscite della versione raffinata: non sono forse inequivocabilmente “moderne” nel loro modo di proporsi allo spettatore?

Oppure, pensiamo alla tavola posteriore di una piccola S.Caterina di Alessandria di Raffaello Sanzio: non è forse squisitamente “moderna” nel suo gusto astrattistico?

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Oppure, consideriamo la Veduta di Ancona di Andrea Lilli (1597): vista da vicino, non sembra forse stata dipinta da un Van Gogh o da un Picasso dell’età giovanile?

Infine, che dire del gusto modernissimo delle pitture rupestri preistoriche?

Veramente nei secoli e nei millenni precedenti non ci sono mai state condizioni sociali che permettessero, come quella attuale, il libero esprimersi delle pulsioni creative, anche secondo mera venalità commerciale? In tempi di relativa stabilità globale, come nella Pax Romana o nell’Era Alessandrina, le condizioni di vita non erano forse sociologicamente simili a quelle attuali, con specializzazione dei ruoli, ecc.? E quindi, chiunque a quei tempi avesse potuto, non avrebbe forse preso una tela o una pietra per esprimervi le proprie pulsioni creative senza imposizioni stilistiche, magari anche vendendo il prodotto del suo creare? Tali creazioni non sarebbero forse state simili a quelle dei nostri astrattisti, espressionisti, cubisti, ecc.? Possiamo veramente credere che i Sumeri, gli Egizi, i Babilonesi, i Greci, i Romani, i Cinesi non abbiano avuto i loro Picasso, i loro Magritte, i loro Matisse, i loro Munch e i loro Pollock, non solo in campo pittorico, bensì anche scultorio, musicale, teatrale, ecc.?

Possiamo veramente pensare che in tutta l’immensità della Storia umana nessuno si sia mai detto prima del XX secolo: “altro che canoni e proporzioni, io dipingo, scolpisco e compongo come più mi piace”? La presenza di canoni severi non avrà forse suscitato da sempre la naturalissima contro-reazione della ribellione, della ricerca di ciò che non è imposto, dando vita a opere “moderne” non pervenuteci perché destinate a un uso commerciale e quindi non salvate dai saccheggi, i sismi, ecc.?

Oltre la definizione2E dunque l’Arte Moderna è veramente esclusiva dei tempi successivi al XX secolo? O non sarà piuttosto un modo d’essere archetipico, e quindi eterno, a-temporale, della creatività umana, insieme a quella Classica, questa tendente al Concreto, quella all’Astratto?

Quindi non ha senso che Arte Classica e Moderna si considerino l’una superiore all’altra: non si sono succedute nella Storia, sono sempre co-esistite, l’una per esprimere il Concreto spirituale e materiale, l’altra l’Astratto materiale e spirituale.

Perciò per essere al massimo devono convivere insieme in rapporto paritario, in convivenza non in concorrenza, senza ridursi l’una all’altra perché in realtà sono irriducibili e complementari come acqua e fuoco, organico e inorganico.

Fare diversamente significa non realizzare l’ideale della massimità estetica a cui l’uomo tende come essere estetico.

Perciò non ha più senso classificare l’Arte secondo concetti di temporalità recanti con sé gli spettri del “vecchio” e del “nuovo” da contrapporgli. Piuttosto, bisogna ricercare il modo in cui la realtà sin-cronica (o acronica) dell’Arte possa manifestarsi al massimo delle sue possibilità.

L’Arte come ricerca del Massimo più che del nuovo, il nuovo essendo già incluso come parte della massimità, che in sé è a-temporale perché comprende tutto: eternamente giovane, aperta al Nuovo come arricchimento di sé, non come impoverimento. Il Massimo è qui inteso come una condizione in cui tutti i gusti estetici possibili immaginabili vengono soddisfatti contemporaneamente (Massimale Estetico).

La via al Massimo è percorsa da ciò che è Organismo. Esso racchiude in sé anche l’Inorganico, come il corpo vivente ha in sé lo scheletro, ma non solo quello. Così l’Arte Massimale nasce dalla convivenza tra Moderno e Classico, come la completezza estetica di un ambiente nasce dal connubio tra Inorganico ed Organico.

Più che di Classico e Moderno quindi, parole legate al senso della temporalità, bisognerebbe parlare a-temporalmente di un’Arte Sincronica con due ali: l’Arte “concretocentrica” (quella “classica”) e l’Arte “astrattocentrica” (quella “moderna”).

Ne consegue un corollario in particolare, questo: in un’Arte Massimale quale la si è qui indicata, non ha senso il concetto di “originalità”. Ciò che è eterno, senza tempo, archetipo fondante della creatività, non può essere “originale”: può solo “esprimersi”.

E’ un’Arte quindi che non è più tesa all'”originale” inteso come fine a sé stesso, bensì come parte di un “massimale” che lo include e lo supera.

Ora, il concetto di Unicità supera e include quello di Originalità. L’Unicità è infatti prerogativa innata di ognuno, donata a ognuno interiormente dall’Arte dell’Amore cosmico. L’Unicità è dunque la pietra d’angolo dell’edificio estetico di un’Arte sincronica.

Considerando lo sviluppo degli stili nella Storia sono sorti tre modi del creare artistico: il Classico, il Moderno e il Misto in cui il Moderno usa elementi classici. E’ impossibile che uno stile sfugga dall’essere riferito a uno di questi tre Modi, come è impossibile che un triangolo non abbia tre lati. Si tratta di un processo che può dirsi ormai conchiuso e insuperabile, completo, eterno, avente in sé i due poli del creare artistico, l’Astratto e il Concreto, oltre i quali non può esserci nulla di non riconducibile all’uno, all’altro o una loro mistione. L’Arte è dunque triangolare, tridimensionale: forse bidimensionale, considerando che il Terzo Polo è comunque una proiezione del Secondo sul Primo.

Tutto questo è sorto da un processo storico in cui alla Tesi dell’imperterrita e ostinata riproduzione dell’immutabile fino a non ricordarne più le ragioni, è succeduta l’Antitesi della ricerca del continuamente Diverso dal precedente. E’ facile notare come il secondo processo sia al pari del primo, una fase e non la mèta del divenire storico artistico: una contro-reazione instabile come la reazione, non il punto di equilibrio. Ma appunto per questo, un mezzo indispensabile a risvegliare la Coscienza del vero valore, senza tempo, di entrambe le forme espressive.

Entrambe le due fasi storiche del creare umano possono trovare la loro mèta nell’essere accolte e sintetizzate metastoricamente da una ricerca dell’Organicità stilistica che non escluda nulla per essere il Massimo: olistica negli stili, olostilistica quindi, tale che permetta al creare umano di esprimere una realtà totale, immutabile, sincronica, che non può “cambiare” ma solo arricchirsi perché tende già a raffigurare tutto l’esprimibile e l’inesprimibile, al di là di qualsiasi limite culturale e temporale.

Le forme del creare come sintesi-organi dell’Organismo-Arte: la sintesi che tutto racchiude.

Questo chiude il cerchio storico dell’Originalità, e apre il nuovo ciclo, quello dell’Unicità.

La gioia dell’Artista quindi, per essere massimale, dovrebbe farsi ispirare non tanto dalla ricerca di “originalità”, che comunque rimane perché già inclusa nell’unicità del suo esprimersi artistico di ognuno, quanto quella di esprimere l’impulso artistico da cui si lascia liberamente possedere (in un certo senso eroticamente, come ogni Artista sa nel suo cuore).

Non tanto il Nuovo va cercato come fine, quanto il Massimo, perché include il Nuovo: ognuno arricchisce il Massimo con il contributo del proprio stile libero.

Perciò vero Orgoglio dell’Artista dovrebbe essere quello di contribuire ad arricchire il Massimale Estetico nel suo crescere inarrestabile lungo il viatico della Storia.

Ogni artista è il detentore della Vera Arte, se crea non per eccellere solo singolarmente, ma per far eccellere il Massimale Estetico con il suo proprio contributo in sé eccellente, anzi, unico. Ben vengano nuovi stili: ma superiore a tutti può essere solo la Sintesi aperta a tutti, il Massimale Estetico, mèta immutabile del creare artistico.

Perciò nessuno è originale ma ognuno è Unico, e come tale da conoscere e amare pienamente, se si vuole dar vita a una concezione massimale, sincronica, dell’Arte. Ognuno è libero di esprimersi in tutti gli stili che vuole e di crearne di nuovi senza dover ridurre il valore dei precedenti perché tutto è unico, frutto di Coscienze in sé necessarie ed insostituibili perché immagini dell’Amore cosmico.

Questo può realizzare la Sintesi tra Vecchio e Giovane: l’Eterna Giovinezza.

Per un’èra di eterna giovinezza dell’Arte, dove la felicità estetica è completa e non viene mai meno perché non manca nulla, né ha senso che vi manchi alcunché perché ogni privazione renderebbe il tutto meno massimale: contraddicendo con l’aspirazione interiore alla Massimità, a cui sempre si anèla dalle profondità cosmiche del cuore.

Flavio D’Agate

 

 

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