Alimentazione http://www.coscienzeinrete.net Fri, 23 Aug 2019 22:41:04 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it Ceta, l’accordo Canada Ue autorizza le farine animali negli allevamenti http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3572-ceta-l-accordo-canada-ue-autorizza-le-farine-animali-negli-allevamenti http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3572-ceta-l-accordo-canada-ue-autorizza-le-farine-animali-negli-allevamenti

Un buco normativo nel Ceta, l’accordo di libero scambio tra Canada e Unione europa, consente agli agricoltori canadesi di alimentare i loro bovini con farina di animali, vietate in Europa dopo lo scandalo della mucca pazza.

di Enrico Cinotti

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Lo denuncia Le Monde che scrive: “Spulciando le normative veterinarie in Canada e in Europa, siamo arrivati a una conclusione: il governo francese ha sbagliato a giurare che il divieto di farine animali era assoluto. Un buco nella legislazione in realtà consente agli allevatori canadesi di nutrire i loro buoi con farine ricavate da ciò che rimane dei loro ‘compagni’ macellati – il sangue e il grasso – e di esportare in europa carne bovina così nutrita senza che il consumatore sia informato”.

Questo tipo mangime è proibito in Europa da circa 20 anni quando un’epidemia proprio la farina di animali come pasto per i ruminanti scatenò un’epidemia di encefalopatia spongiforme bovina, BSE, comunemente conosciuta come morbo della mucca pazza. In questi anni la Ue ha sempre ribadito il divieto per evitare il rischio di contaminazione incrociata, rassicurare i consumatori ed evitare cannibalismo intra-specie dei bovini.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2019/08/02/ceta-laccordo-canada-ue-autorizza-le-farine-animali-negli-allevamenti/?utm_content=bufferc55d8&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer&fbclid=IwAR2tA0zS9Im-w2LONBQRsnRnbSRGPFldq_IWMmSCIjaOTiyTf6U6-VCpxog

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Alimentazione Tue, 06 Aug 2019 09:53:55 +0000
Austria vieta glifosato: primo paese UE che lo vieta per principio di precauzione http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3552-austria-vieta-glifosato-primo-paese-ue-che-lo-vieta-per-principio-di-precauzione http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3552-austria-vieta-glifosato-primo-paese-ue-che-lo-vieta-per-principio-di-precauzione

L’Austria vieta glifosato: diventa il primo paese dell’Unione europea (UE) a vietare l’erbicida controverso nel nome del “principio di precauzione”.

di Agnese Tondelli

Glifosato 7 19

Il Parlamento austriaco ha approvato Martedì 2 luglio, un divieto totale sull’utilizzo del glifosato nel paese, la maggioranza dei deputati ha votato a favore della proposta di modifica da parte del Partito socialdemocratico SPÖ e il testo è stato supportato dal partito di estrema destra FPÖ.

L’Austria vieta il glifosato, il controverso erbicida è stato portato in votazione nell’agenda, dal parlamento austriaco in seguito alla caduta del governo guidato dal cancelliere conservatore Sebastian Kurz a maggio . Approfittando della mancanza di una coalizione formata in Parlamento fino alle prime elezioni legislative di settembre, i partiti socialdemocratici SPÖ, l’FPÖ di estrema destra, l’ambientalista Jetzt ei Neos Liberals si sono riuniti martedì per la maggior parte delle circostanze e hanno approvato questo divieto.

Parlamento austriaco: Austria vieta glifosato

Il partito conservatore dell’ÖVP, il favorito per il ritorno al potere dopo le elezioni legislative, ha votato contro un divieto totale che penalizza i professionisti agricoli. La formazione di Sebastian Kurz ha proposto che l’uso del glifosato sia formalmente proibito per gli individui, vicino alle scuole e ai campi sportivi.

Classificato come “probabile cancerogeno” dal 2015 dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), il glifosato è stato utilizzato con vari marchi da quando il brevetto detenuto dal gruppo statunitense Monsanto è diventato di dominio pubblico nel 2000. Il più famoso rimane Roundup prodotto dalla Monsanto, che ora appartiene al gigante chimico tedesco Bayer.

Situazione italiana: Glifosato cancerogeno il decreto del governo

90 giorni, circa 3 mesi. È questa la proroga concessa dal Governo italiano, attraverso un decreto del 21 novembre che interviene ancora una volta su uno dei prodotti più controversi degli ultimi anni. La formula, come sempre accade nel burocratese delle nostre istituzioni, è astrusa.

La news sul sito del Ministero della Salute recita, infatti:

La Direzione generale per  l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione, dopo aver sentito la Sezione Consultiva per i Fitosanitari del Comitato tecnico per la nutrizione e la sanità’ animale in merito alle richieste ricevute, ha emanato un decreto per concedere una proroga di 90 giorni sia  per la commercializzazione che per l’utilizzo dei prodotti revocati contenenti la sostanza attiva glifosate in associazione con il coformulante ammina di sego polietossilata (n. Cas 61791-26-2)”.

Ricostruiamo tutti i passaggi della vicenda glifosato, così da capire bene di cosa stiamo parlando.

Il glifosato, sostanza contenuta in diversi fitofarmaci come il famigerato RoundUp, è stato dichiarato ‘probabile cancerogeno’ dallo Iarc, organismo scientifico collegato all’OMS.

L’EFSA, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, ha inoltre concluso che, rispetto al glifosato, sono stati “osservati effetti tossici significativi dell’ammina di sego polietossilata”. La sostanza, conclude l’Agenzia “ha il potenziale di incidere negativamente sulla salute umana se impiegata nei prodotti fitosanitari contenenti glifosato”. In sostanza sarebbe proprio l’ammina di sego a conferire tossicità al glifosato e questo spiegherebbe i dati medici rilevati sugli esseri umani.

In seguito alla dichiarazione dello Iarc, diverse associazioni ambientaliste si sono mosse per bloccare l’utilizzo dell’erbicida in Europa. La pressione della società civile ha cotretto la Commissione europea a rimandare l’autorizzazione del glifosato, almeno in un primo momento. Pochi mesi dopo, infatti, l’autorizzazione è stata prorogata a tutto il 2017, in attesa del parere definitivo dell’Agenzia chimica europea.

 

Anche l’Italia si era mossa con due decreti sulla commercializzazione del principio attivo. Il primo emanato il 9 agosto e il secondo il 6 settembre. Qualche giorno fa c’è stata una mezza marcia indietro, ma solo temporanea (si spera).

Il decreto del 21 novembre, infatti, proroga di 90 giorni  l’autorizzazione all’immissione in commercio di prodotti contenenti glifosate. Rispettivamente, i due decreti dell’estate scorsa vengono rinviati al 22 febbraio e al 22 maggio 2017.

La ragione? Dal Ministero scrivono che la proroga è stata resa necessaria “dall’impossibilità di smaltire le scorte degli stessi entro i termini precedentemente stabiliti in relazione al periodo stagionale di diserbo”.

Insomma, finché non finiscono le scorte, poco importa se il prodotto fa male o meno.

Glifosato cancerogeno: lo ‘scontro’ di pareri

Come vi abbiamo raccontato in diverse occasioni, sulla possibile cancerogenicità del glifosato ci sono pareri discordanti. Lo Iarc è stato il più chiaro nell’attribuire tale livello di pericolosità alla sostanza. L’EFSA, al contrario, pur sottolineando i pericoli dell’ammina di sego, ha dichiarato la non cancerogenicità del principio attivo. E così hanno fatto anche OMS e FAO.

Anche se i pareri sono discordanti, però, il principio di precauzione vorrebbe che finché non viene chiarita completamente la non-pericolosità di un determinato prodotto, questo dovrebbe essere immediatamente bandito.

Glifosato cancerogeno anche in pasta e cereali

Intanto, la sostanza è stata individuata in molti prodotti di uso comune: in alcune marche di birra, per esempio. Così come nei tamponi. Test Salvagente ha condotto, poi, un’analisi su alcuni alimenti, individuando il glifosato in alcune partite di pasta, cereali, farine, biscotti e fette biscottate.

Fonte: https://www.ambientebio.it/salute/austria-vieta-glifosato-primo-paese-ue-che-lo-vieta/?fbclid=IwAR3nSqZHbIky_ej4z7RM6aVLM3TnPnrX7SZdaVRP1beAywNyx-y7ZviMglU

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Alimentazione Fri, 05 Jul 2019 09:18:42 +0000
Le analisi dell’Ewg: i cereali Cheerios contengono i livelli più alti di glifosato http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3539-le-analisi-dell-ewg-i-cereali-cheerios-contengono-i-livelli-piu-alti-di-glifosato http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3539-le-analisi-dell-ewg-i-cereali-cheerios-contengono-i-livelli-piu-alti-di-glifosato

“Importanti aziende alimentari come General Mills continuano a vendere cereali per la colazione per bambini e altri alimenti contaminati da livelli preoccupanti di glifosato, il principio attivo del RoudUp accusato di provocare il cancro. L’Environmental working group. l’ong americana, ha portato per la terza volta in laboratorio 94 campioni cereali: in 92 le analisi hanno evidenziato tracce di glifosato ma – ed è questo il dato più preoccupante – in 74 cereali i livelli dell’erbicida sono stati superiori a quelli che l’Ewg indica come sicuri per i bambini. I cereali con la più alta dose di glifosato sono stati gli Honey Nut Cheerios Medley Crunch di General Mills a 833 parti per miliardo, o ppb e Cheerios Toasted Whole Grain Oat Cereal con 729 ppb. La quantità di glifosato che l’Ewg ritiene sicura per i bambini è 160 ppb.

di Valentina Corvino

Cheerios Glifosato

I produttori affermano che i loro prodotti sono sicuri: “Prima di eliminare i carboidrati dalla dieta dei bambini, vale la pena notare che nessun caso di cancro è mai stato collegato al consumo di cereali per la colazione“. Tuttavia, è bene ricordare che già tre giudici hanno ritenuto l’ridica responsabile di almeno 4 casi di linfoma non Hodgkin: dall’agosto scorso, tre giurie californiane hanno assegnato più di $ 2,2 miliardi in tre verdetti separati contro Bayer-Monsanto per le accuse che Roundup ha causato il cancro e che la Monsanto era a conoscenza dei rischi per decenni e ha fatto di tutto per coprirlo.

La tossicità del glifosato è al centro di una querelle iniziata nel 2015 quando l’Organizzazione mondiale della sanità lo ha classificato come cancerogeno: qualche mese più tardi l’Efsa lo ha parzialmente assolto mentre di recente l’Epa, l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente, ha concluso la sua revisione sostenendo che “il glifosato non è cancerogeno”.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2019/06/14/le-analisi-dellewg-i-cereali-cheerios-contengono-i-livelli-piu-alti-di-glifosato/60015/?utm_content=buffer2487e&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer&fbclid=IwAR3NL2iVR8y_v0fm08OE9eJi9v-z4HrhYDnaBVRKoza_agZTbsZcIX3-a3E

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Alimentazione Fri, 14 Jun 2019 10:48:14 +0000
E171, il nemico invisibile. Dove si nascondono le nanoparticelle http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3537-e171-il-nemico-invisibile-dove-si-nascondono-le-nanoparticelle http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3537-e171-il-nemico-invisibile-dove-si-nascondono-le-nanoparticelle

Non ci facciamo caso, perché sono parte della nostra quotidianità, ma salse fluide e cremose, formaggi candidi come la neve, dolci soffici per settimane sono tutti cibi più che elaborati. Iper-tecnologici. Oggi l’industria alimentare aggiunge alla maggior parte dei prodotti una serie di coloranti, addensanti e additivi. In alcuni casi si tratta di particelle ingegnerizzate, di dimensioni minime.

di Valentina Corvino

E 171

 

Un caso-simbolo è il biossido di titanio: noto e contestato additivo utilizzato nelle creme solari ma anche nelle protesi dentarie e perfino in molti cibi, è prodotto spesso in forma nanometrica. Un rischio nel rischio. Partendo da questa consapevolezza, nel numero di Salvagente in edicola dal 23 maggio (acquista qui la versione digitale)abbiamo pubblicato l’inchiesta di copertina dedicata proprio al biossido di titanio. Abbiamo acquistato 12 prodotti – tra snack, confetti al cioccolato, alle mandorle, gomme da masticare e farmaci – e li abbiamo portati in laboratorio per verificare se la presenza di questo additivo si limitava alla forma standard, così come dichiarata in etichetta, oppure se erano presenti cristalli di E171 in forma nano e micro.

Il pericolo nascosto

Ebbene, in tutti i prodotti in cui le analisi hanno confermato la presenza dell’additivo, questo era presente anche in dimensione nano e micro in forma di anatasio, la più pericolosa tra le morfologie che può assumere il cristallo di biossido di titanio. Cosa significa tutto questo? Il risultato delle analisi solleva – a nostro giudizio – almeno quattro quesiti a cui è necessario trovare una risposta per il bene di chi consuma questi prodotti, nella maggior parte bambini. Partendo da un presupposto: la sicurezza del biossido di titanio è ancora controversa. O meglio, se non ci sono dubbi sulla sua pericolosità quando è respirato – nel 2006 la Iarc ha definito il biossido di titanio “possibile cancerogeno per l’uomo” quando inalato – la questione è ancora del tutto aperta sui rischi per l’uomo quando questo additivo viene ingerito. Nel 2017 una ricerca firmata dall’Istituto nazionale francese per la ricerca agronomica (Inra), ha mostrato – per la prima volta – che l’esposizione cronica al biossido di titanio, tramite la sua ingestione, “provoca stadi precoci di cancerogenesi”. Una conclusione che ha portato il governo francese, dopo una serie di ripensamenti, a sospendere l’immissione nel mercato di prodotti che contengono tra gli additivi il biossido di titanio a partire da gennaio 2020. L’Europa, invece, è rimasta a guardare ignorando i pericoli ventilati dall’Inra. Rischi amplificati quando parliamo di particelle di dimensioni nanometriche: che proprio per le dimensioni ridotte possono penetrare nel nostro organismo danneggiandolo e arrivando a raggiungere perfino il Dna. Evitarlo è impossibile, visto che il consumatore non è in grado di riconoscerle. Se l’articolo 18 del Regolamento Ue 1169/2011 è chiaro nel prevedere che tutti gli ingredienti presenti sottoforma di nanomateriali devono essere indicati in etichetta, è anche vero che il 1363/2013 esclude l’obbligo per i nanoingredienti di additivi autorizzati. E ancora oggi l’E171 è autorizzato.

Perché nessuno dichiara le nanoparticelle?

In tanta ambiguità, le nostre analisi hanno dimostrato che il biossido di titanio è presente anche in dimensioni al sotto dei 50 nanometri  (50 miliardesimi di metri) senza che in etichetta se ne faccia menzione. Possibile che il produttore ometta queste informazioni così importanti perché ignora la presenza di particelle di E171?

Andrea Cavallo, responsabile del laboratorio di Microscopia elettronica e microanalisi ad ultra risoluzione – Certema, ha più di un dubbio: “Non credo si tratti di una contaminazione accidentale dal momento che in alcuni prodotti la quantità di queste piccolissime particelle è molto elevata. Credo, piuttosto, che il produttore abbia inserito nel ciclo il biossido di titanio non preoccupandosi di verificare le dimensioni dei cristalli ma fidandosi delle dichiarazioni di chi gli ha venduto l’additivo”.

Le uniche certezze sono che il biossido di titanio in nanoparticelle c’è e che è impossibile quantificare il rischio perché il biossido di titanio non si distribuisce in maniera uniforme in tutti i prodotti con la conseguenza che in uno stesso lotto, o addirittura in una stessa confezione, ci possono essere prodotti dove è più concentrato, altri meno e altri dove non è nemmeno presente.

Una vera e propria “roulette russa” che andrebbe risolta a livello legislativo con la messa la bando della sostanza, tanto più che è utilizzata solo a fini estetici non ha alcun valore nutrizionale, né svolge alcuna funzione tecnologica benefica.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2019/05/23/e171-il-nemico-invisibile-dove-si-nascondono-le-nanoparticelle/58913/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Alimentazione Wed, 12 Jun 2019 12:41:15 +0000
Il British Medical Journal bandisce le pubblicità del latte artificiale http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3512-il-british-medical-journal-bandisce-le-pubblicita-del-latte-artificiale http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3512-il-british-medical-journal-bandisce-le-pubblicita-del-latte-artificiale

Latta in plvere BMJLa rivista scientifica British Medical Journal ha deciso di bandire sulle proprie pagine, e sulle riviste associate, la pubblicità del latte artificiali per i neonati e i bambini piccoli. Ecco l'intervento del dottor Adriano Cattaneo, dell'associazione "No Grazie Pago Io".

Il BMJ e le riviste associate (Gut e Archives of Disease in Childhhod) non accetteranno più di pubblicare pubblicità di sostituti del latte materno(1).

Quasi 40 anni dopo l’introduzione del Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno, che proibisce la pubblicità e altre forme di marketing di questi prodotti, sono riemerse preoccupazioni sulla promozione aggressiva di formule per l’infanzia e sui suoi effetti nocivi sui tassi globali di allattamento. Dopo decenni di pubblicità per i sostituti del latte materno ai suoi lettori, il BMJ ha deciso che è ora di smettere.

Chi la fa franca

Secondo il Codice Internazionale, i sostituti del latte materno includono tutti i prodotti che possono sostituire il latte materno nei primi 3 anni d’età, tra cui formula infantile, formula di proseguimento, formule speciali e formule commercializzate per i bambini da 1 a 3 anni (i cosiddetti latti di crescita), così come gli alimenti complementari commercializzati per bambini sotto i 6 mesi. I paesi dovevano adottare il Codice Internazionale nella legislazione nazionale, ma queste speranze non sono mai state pienamente realizzate. Nei paesi dell’Unione Europea, per esempio, si limita il marketing della formula infantile diretto al pubblico generale, ma si consente la pubblicità degli altri prodotti. Tutte le formule possono essere promosse ai professionisti della salute purché siano fornite informazioni “scientifiche e fattuali”.

Regole violate

Ma l’industria continua a stiracchiare e a violare le regole. Il monitoraggio del rispetto della legge è debole e raramente le ditte sono perseguite per infrazioni. Ciò consente a un’industria con un fatturato di 44 miliardi di euro l’anno di perseguire i clienti senza timore di sanzioni. Non esiste un meccanismo ufficiale per ratificare se gli standard del Codice Internazionale siano realmente rispettati. Il monitoraggio è in gran parte svolto dall’International Baby Food Action Network (IBFAN), una rete internazionale autofinanziata di quasi 300 gruppi di interesse pubblico che rifiutano ogni tipo di sostegno commerciale(2). Le pratiche dell’industria hanno creato confusione su quale parte del Codice Internazionale, o anche su quale Codice Internazionale, le ditte rispettino.

Per esempio, la federazione che rappresenta i produttori di formula nel Regno Unito, la British Specialist Nutrition Association, ha lanciato recentemente un proprio codice di comportamento che, affermano, riflette la legge, mostra un impegno nei confronti del Codice Internazionale, e usa addirittura un simile colore blu(3). Ma L’UNICEF dice che contiene scappatoie per consentire una maggiore promozione dei prodotti ai genitori.

L'allattamento incontra tanti ostacoli

I numerosi benefici dell’allattamento materno per madre e bambino sono ampiamente dimostrati, eppure, a livello internazionale, i tassi di allattamento restano bassi. Le ragioni che stanno alla base di questi tassi insoddisfacenti sono molte, come, ad esempio, sostegno inadeguato alle madri che allattano, scarsa formazione del personale e mancanza di appoggio per le madri che tornano al lavoro; ma il monitoraggio inefficace della promozione da parte dell’industria indebolisce qualsiasi sforzo per aumentarli. Il Codice Internazionale dice che i sostituti del latte materno non possono essere pubblicizzati ai genitori o al grande pubblico. Ma pochi produttori rispettano questa regola, nonostante le affermazioni di conformità sui siti internet di molti marchi leader del settore.

Essenzialmente, le ditte affermano che il Codice Internazionale si applica solo alla formula infantile, un prodotto adatto ai neonati per tutto il primo anno di vita, ma che esse descrivono comunemente come adatto per “i primi 6 mesi”, in modo da poter legalmente promuovere un prodotto alternativo del tutto inutile noto come “formula di proseguimento”. Si tratta di pubblicità, diretta al consumatore, di formula infantile in tutto tranne che nel nome, visto che questi prodotti sono a marchio incrociato e quasi indistinguibili tra loro.

Il Codice Internazionale consente di fornire informazioni “scientifiche e fattuali” ai professionisti della salute, ma è molto chiaro sul fatto che ciò non debba servire a promuovere i prodotti. La pubblicità è per sua natura promozionale, con un’alta prevalenza di claim non provati sui benefici e senza una completa rivelazione dei rischi. Molti claim dei produttori non sono accettati da organismi scientifici, perché le prove sono deboli o assenti, o perché riguardano un prodotto diverso da quello pubblicizzato(4).

La linea di Ibfan

L’IBFAN ha una linea dura: nessuna pubblicità può essere conforme al Codice Internazionale. Per molti decenni questo modo di intendere la pubblicità è rimasto in una zona grigia, mentre le ditte promuovevano i loro prodotti ai professionisti della salute attraverso carta stampata, congressi, riviste scientifiche come il BMJ, e associazioni professionali come il Royal College of Paediatrics and Child Health (RCPCH). Al BMJ sono stati recentemente ricordati i gravi danni causati dal marketing dei sostituti del latte materno e dalle distorsioni introdotte nella ricerca e nella pratica clinica dall’influenza dell’industria(5).

Ciò è servito a migliorare la comprensione del Codice Internazionale per cercare di ridurre i danni e rivedere la politica, consultando gli inserzionisti e sondando l’opinione dei lettori. Di conseguenza, il BMJ ha deciso di smettere il prima possibile di accettare pubblicità. Ha scelto un divieto assoluto perché precedenti tentativi di attuare una due diligence erano falliti. La decisione avrà un effetto sostanziale sulle entrate: una perdita di circa 350.000 euro nel 2020. Il divieto di pubblicità non è un boicottaggio delle ditte. contratti esistenti saranno onorati, ma l’ultima pubblicità apparirà entro il 2019. Anche il RCPCH ha annunciato, a febbraio, che non accetterà più finanziamenti da ditte di formula, con una perdita di 40.000 sterline all’anno in sponsorizzazione di eventi e pubblicità(6).

L’obiettivo non è capeggiare una campagna anti-formula, visto che il BMJ riconosce che si tratta di prodotti essenziali per bambini con bisogni medici o nutrizionali complessi e per quelle donne per cui l’allattamento non è possibile. Ma le decisioni su quando e come usare la formula devono derivare da informazioni da fonti imparziali, non da pubblicità commerciali. Il BMJ crede che questa sia la cosa giusta da fare in base al desiderio di sostenere il Codice Internazionale, di promuovere attivamente l’allattamento e di fare campagna contro l’influenza dell’industria in questo settore. Invece di essere parte del problema, il BMJ vuole essere parte della soluzione.

1 Godlee F, Cook S, Coombes R, El-Omar E, Brown N. Calling time on formula milk adverts. BMJ 2019;364:l1200

2 ahref="http://www.ibfanitalia.org/" target="_blank" title="Link a http://www.ibfanitalia.org/

3 British Specialist Nutrition Agency. Infant nutrition industry code of practice .

4 Unicef UK Baby Friendly Initiative. Statement on the infant nutrition industry (INI) code of practice . 2018.

5 First Steps Nutrition Trust. Scientific and factual? A review of breastmilk substitute advertising to healthcare

Fonte: https://www.terranuova.it/News/Genitori-e-figli/Il-British-Medical-Journal-bandisce-le-pubblicita-del-latte-artificiale

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Alimentazione Mon, 06 May 2019 09:28:25 +0000
Merendine e bevande, ‘senza zucchero’ non significa senza problemi http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3496-merendine-e-bevande-senza-zucchero-non-significa-senza-problemi http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3496-merendine-e-bevande-senza-zucchero-non-significa-senza-problemi

bevande senza zucchero 1300x867Fanno sempre più capolino sui banconi del supermercato prodotti dolciari “senza zucchero” o “senza zuccheri aggiunti”. Forse anche in virtù degli allarmi e delle raccomandazioni dell’Oms che invitano a ridurre al 10%, meglio ancora al 5%, la quota di calorie provenienti dagli zuccheri semplici per ridurre l’obesità e quindi patologie collegate come diabete e alcuni tumori. Troviamo biscotti, prodotti dolciari vari con diciture messe in bella evidenza per attirare il consumatore – con quel “senza” – verso un prodotto che sembra avere tutta l’aria di apparire più sano rispetto al tradizionale.

Franco BerrinoIl problema è se l’alternativa allo zucchero saccarosio non sia uguale o peggiore della sostanza “incriminata”. Se per esempio in un pacco di gallette leggiamo la presenza di fruttosio al posto del più comune saccarosio abbiamo un valido sostituto? “Il fruttosio è dannoso non tanto perché fa alzare la glicemia, ma perché ostacola il buon funzionamento dell’insulina, l’ormone che regola i livelli di glucosio nel sangue, permettendogli di entrare all’interno delle cellule, dove viene bruciato per produrre energia”, risponde Franco Berrino, già direttore del Dipartimento di medicina preventiva dell’Istituto tumori di Milano ed epidemiologo di fama mondiale.

“Inoltre il fruttosio”, continua l’esperto, “contrasta la leptina, l’ormone che toglie il senso di fame e ci avverte di non mangiare più se non ne abbiamo più bisogno”. Bene, allora proviamo a orientarci su un’altra scelta, magari su un prodotto in cui abbiano aggiunto il maltitolo. Si tratta di un polialcol, derivato dal maltosio. Ha il 75% della dolcezza e circa metà calorie (2,1 per grammo) del saccarosio, ma a parità di potere dolcificante non è meno calorico. Può inoltre provocare diarrea se consumato in eccesso ed è sconsigliato ai diabetici. Che dire allora dello sciroppo di fruttosio-glucosio? Deriva dal mais, ma “è il peggio del peggio”, risponde sempre Berrino, non lasciando alcuna speranza: “È fra le principali cause di obesità negli Stati Uniti. Le industrie alimentari lo usano perché costa meno dello zucchero, si amalgama più facilmente agli altri ingredienti e rende più facile ottenere prodotti soffici. Se trovate scritto in etichetta ‘sciroppo di glucosio-fruttosio’, non comprate quel prodotto”.

Non cambia il discorso se al posto del “senza zucchero” troviamo edulcoranti artificiali, aggiunti spesso nelle bibite. Un recente studio getta un’ombra sul loro uso: farebbero aumentare il rischio di ictus in chi consuma regolarmente due o più lattine al giorno. Sono incriminati anche perché fanno venire il diabete. Uno studio su 100mila insegnanti francesi ha dimostrato che il consumo di bevande “Zero”, con edulcoranti artificiali, fa ammalare di più di diabete. “Questi dolcificanti non fanno ‘sballare’ la glicemia”, sottolinea Berrino, “ma aumentano l’assorbimento del glucosio. Lo stesso probabilmente vale per la stevia, sempre più diffusa. La questione cruciale è proprio l’intensità del gusto dolce: nell’intestino abbiamo sensori per il gusto che quando arrivano sostanze centinaia di volte più dolci dello zucchero fanno aprire le porte per l’assorbimento del glucosio. Paradossalmente la glicemia potrebbe salire di più se dolcifichiamo con la stevia – 200 volte più dolce – che con lo zucchero”.

Ci sarebbe poi da considerare un altro importante elemento. Spesso i prodotti da forno, dolci, biscotti, anche se senza zucchero, sono composti da farine 0 e 00. Si tratta sempre di carboidrati assorbiti velocemente, aumentando i livelli di glicemia. Di contro, i carboidrati complessi, integrali, per poter essere assimilati, devono essere scomposti: sono quindi assorbiti più lentamente, senza determinare i pericolosi picchi glicemici. La conclusione? Per non cadere nella “depressione” (in realtà gli zuccheri semplici, se consumati abitualmente non favoriscono il buonumore…) vista la carenza di valide alternative, sarebbe meglio abituarsi gradualmente ai gusti meno dolci.

L’industria alimentare potrebbe almeno dimezzare l’intensità di dolce dei prodotti (vedi nostra iniziativa Zucchero Giù); o ancora meglio: imparare a fare, ogni tanto, un dolce a basso indice glicemico. Come? Con uvetta sultanina, albicocche secche; oppure, sempre saltuariamente, utilizzando malti di riso o d’orzo che hanno un indice glicemico elevato, ma il vantaggio di non contenere il fruttosio. “L’importante è che siano accompagnate da un grasso, come un buon olio di oliva o un po’ di crema di mandorle, noci o pistacchi che rallentano la velocità di assorbimento del glucosio nell’intestino”, raccomanda Franco Berrino.

Fonte: https://www.vitaesalute.net/la-rivista/ Via: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/22/merendine-e-bevande-senza-zucchero-non-significa-senza-problemi/5122823/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Alimentazione Wed, 24 Apr 2019 10:36:37 +0000
Bisfenolo e cartoni per la pizza: esposto del Codacons a 104 Procure e Nas http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3470-bisfenolo-e-cartoni-per-la-pizza-esposto-del-codacons-a-104-procure-e-nas http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3470-bisfenolo-e-cartoni-per-la-pizza-esposto-del-codacons-a-104-procure-e-nas

Pizza BisfenoloL'associazione dei consumatori Codacons ha presentato un esposto a 104 Procure italiane per chiedere che vengano accertati gli eventuali rischi per la salute umana connessi all'utilizzo dei cartoni per consegnare le pizze che sono risultati contaminati con bisfenolo.

 

Sulla vicenda dei cartoni per trasportare la pizza contaminati da bisfenolo il Codacons annuncia oggi un esposto a 104 Procure della Repubblica di tutta Italia affinché siano accertati i rischi per la salute umana.

«L’indagine condotta da un settimanale italiano ha evidenziato infatti tracce di sostanze nocive per l’uomo in due imballaggi della pizza su tre – spiega il Codacons – Il bisfenolo , stando ai risultati dell’inchiesta, si trasferisce dall’imballaggio all’alimento, finendo poi per essere consumato e ingerito dagli utenti. Non solo. Le analisi di laboratorio sui cartoni della pizza hanno accertato una concentrazione elevata di bisfenolo, superiore a quella consentita per i contenitori in plastica, e la “traccia” che i cartoni esaminati sono stati prodotti con carta riciclata, vietata dalla legge per la pizza».

A tutela della salute pubblica il Codacons ha deciso dunque di presentare un esposto a 104 Procure della Repubbliche e ai Nas di tutta Italia, affinché avviino accertamenti sui cartoni per la pizza commercializzati nel nostro paese allo scopo di verificare i rischi sanitari per i consumatori, disponendo inoltre il sequestro urgente di tutti i contenitori ed imballaggi che presentano sostanze potenzialmente pericolose.

Fonte: https://www.terranuova.it/News/Attualita/Bisfenolo-e-cartoni-per-la-pizza-esposto-del-Codacons-a-104-Procure-e-Nas

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Alimentazione Sat, 23 Mar 2019 10:32:22 +0000
Manchester, un nuovo studio conferma: una dieta sana può aiutare contro la depressione http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3427-manchester-un-nuovo-studio-conferma-una-dieta-sana-puo-aiutare-con-la-depressione http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3427-manchester-un-nuovo-studio-conferma-una-dieta-sana-puo-aiutare-con-la-depressione

veggiesMedici e scienziati sapevano già che una dieta di cibo spazzatura può danneggiare la salute mentale. Ma a quanto pare non c'era stata alcuna prova del fatto che mangiare bene potesse, al contrario, aiutare...fino ad ora.

Il dott. Joseph Firth, dell'Università di Manchester , ha scoperto assieme ai suoi colleghi che "fino ad ora la ricerca non era stata in grado di stabilire definitivamente se il miglioramento della dieta potesse giovare alla salute mentale". Così hanno deciso di condurre una meta-analisi sull'ipotesi che una dieta sana influenzi i sintomi di depressione e ansia...

Una meta-analisi prende i dati da studi che sono già stati completati al fine di accumulare una grande quantità di prove che possono essere analizzate per rispondere a nuove domande. Il dott. Firth e il suo team hanno trovato 16 studi adatti ("studi randomizzati controllati (RCT) di interventi dietetici che segnalano cambiamenti nei sintomi di depressione e / o ansia") che coinvolgono oltre 45.000 partecipanti.
Lo studio hamesso alla luce come diversi tipi di dieta mostravano benefici per ridurre i sintomi della depressione. Il dott. Firth spiega:

"Questa è in realtà una buona notizia: gli effetti simili di qualsiasi tipo di miglioramento dietetico suggeriscono che le diete altamente specifiche o specializzate non sono necessarie per l'individuo medio, ma solo apportare semplici cambiamenti è ugualmente vantaggioso per la salute mentale. - pasti densi ad alto contenuto di fibre e verdure, mentre ridurre i fast-food e gli zuccheri raffinati sembra essere sufficiente per evitare gli effetti psicologici potenzialmente negativi di una dieta a base di "cibo spazzatura".

Lo studio ha mostrato una riduzione dei sintomi dell'ansia e della depressione sopratutto nella popolazione femminile, ma in generale dimostra come tutti dovremmo meglio considerare l'uso di questi approcci sani e naturali per il benessere mentale, sia per sostituire, sia supportare interventi farmaceutici e altri interventi terapeutici.

Lo studio completo, "Gli effetti del miglioramento della dieta sui sintomi della depressione e dell'ansia: una meta-analisi di studi randomizzati controllati" , è stato pubblicato sulla rivista Psychosomatic Medicine.

 

Fonte: https://www.treehugger.com/health/depressed-healthy-diet-can-help.html

 

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Alimentazione Thu, 07 Feb 2019 07:20:38 +0000
Il formaggio crea dipendenza allo stesso modo delle droghe pesanti http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3407-il-formaggio-crea-dipendenza-allo-stesso-modo-delle-droghe-pesanti http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3407-il-formaggio-crea-dipendenza-allo-stesso-modo-delle-droghe-pesanti

Alcuni scienziati hanno scopert che il formaggio contiene una sostanza chimica che si trova anche nelle droghe che danno assuefazione.

CIR Casomorfina 1 19Il team che ha eseguito lo studio si è proposto di individuare il motivo per cui determinati alimenti creano più dipendenza di altri.

Utilizzando la scala Yale Food Addiction, progettata per misurare la dipendenza di una persona al cibo, gli scienziati hanno scoperto che il formaggio è particolarmente "potente" perché contiene caseina.

La sostanza, che è presente in tutti i prodotti caseari, può innescare i recettori oppioidi del cervello che sono legati alla dipendenza.

Gli autori hanno anche scoperto che gli alimenti trasformati sono più associati al comportamento dipendente, con i cibi grassi che risultano i più difficili da abbandonare.

Inoltre, hanno scoperto che i cibi in cima alla scala della dipendenza sono quelli contenenti formaggio.

Per fare la loro scoperta, i ricercatori hanno chiesto a 120 studenti universitari di sottoporsi al test della "Scala della dipendenza da cibo" di Yale, e gli è stato chiesto di scegliere tra 35 alimenti di diverso valore nutrizionale.

Una seconda parte dello studio ha coinvolto 384 persone che sono state messe di fronte agli stessi prodotti alimentari, ma in ordine lineare gerarchico. I ricercatori dietro lo studio, pubblicato sulla rivista Public Library of Science One Journal, hanno scoperto che i grassi sono legati al consumo problematico indipendentemente dal fatto che i partecipanti fossero dipendenti dal cibo.

Erica Schulte, uno degli autori dello studio: "I grassi sembrano essere un fattore ugualmente predittivo di disturbi dell'alimentazione per tutti, indipendentemente dal fatto che si soffra sintomi di" dipendenza da cibo".

"Le casomorfine interagiscono davvero con i recettori della dopamina e innescano quell'elemento di dipendenza", conferma il dietologo Cameron Wells, a Tech Time.

Fonte:https://www.independent.co.uk/life-style/food-and-drink/cheese-triggers-the-same-part-of-brain-as-hard-drugs-study-finds-a6707011.html?fbclid=IwAR1FVW47XSCq-mrVdvIgxfL_vsKwGqJLblKwoeX4ove2VvPiv8BiOozc-f0

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Alimentazione Wed, 23 Jan 2019 11:27:52 +0000
Pane, da oggi quello congelato non potrà essere venduto come fresco http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3380-pane-da-oggi-quello-congelato-non-potra-essere-venduto-come-fresco http://www.coscienzeinrete.net/alimentazione/item/3380-pane-da-oggi-quello-congelato-non-potra-essere-venduto-come-fresco

Stop al pane congelato spacciato per fresco: da oggi in etichetta si chiamerà “Conservato”. Entra in vigore infatti il decreto 131 del 1° ottobre 2018 – “Regolamento recante disciplina della denominazione di «panificio», di «pane fresco» e dell’adozione della dicitura «pane conservato» – con il quale vengono specificate le denominazioni a tutela del consumatore. Resta invece escluso l’obbligo di indicare l’indicazione di origine per la materia prima come chiedevano i panificatori.

di Enrico Cinotti

pane etichettura

Quante volte ci è successo di mettere gli occhi sulla baguette fragrante, appena sfornata al supermercato avendo tutto l’aspetto di un pane fresco anche se è, molto spesso, non lo è essendo un prodotto “congelato e finito di cuocere in negozio”. Da oggi, per effetto della nuova etichetta, il pane confezionato che ha subito un “processo congelamento o surgelazione” o contiene “additivi conservantinon potrà essere venduto come fresco e in etichetta dovrà essere riportato l’indicazione “Conservato” oppure “A durabilità prolungata”.

Quando il pane può essere “Fresco”

Può essere etichettato come “fresco” “il pane preparato secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento o surgelazione, ad eccezione del rallentamento del processo di lievitazione, privo di additivi conservanti e di altri trattamenti aventi effetto conservante”.

È considerato “continuo” il processo di produzione quando “non intercorre un intervallo di tempo superiore alle 72 ore dall’inizio della lavorazione fino al momento della messa in vendita del prodotto”.

La baguette congelata? Sarà “Conservata”

L’articolo 3 del decreto stabilisce che “Il pane non preimballato”, ovvero confezionato in negozio e non al di fuori come il pane sottovuoto ad esempio, “per il quale viene utilizzato, durante la sua preparazione o nell’arco del processo produttivo, un metodo di conservazione ulteriore a quello stabilito dalla legge (ad esempio “Congelato”), è posto in vendita con una dicitura aggiuntiva che ne evidenzi il metodo di conservazione utilizzato, nonche’ le eventuali modalità di conservazione e di consumo”. La dicitura aggiuntiva può essere “Conservato” o “A durabilità prolungata”.

I conservanti che possono essere impiegati negli impasti sono l’acido propionico (E280) e i propionati (E281-E289) anche se in genere le classiche baguette da supermercato sono ottenute da impasti congelati piuttosto che additivati.

Il pane conservato, come disciplina il decreto, dovrà “essere esposto in scomparti appositamente riservati” quindi diversi da quello del pane fresco.

Cosa si intende per panificio

Infine il decreto introduce per la denominazione di “Panificio” ovvero “l’impresa che dispone di impianti di produzione di pane ed eventualmente altri prodotti da forno e assimilati o affini e svolge l’intero ciclo di produzione dalla lavorazione delle materie prime alla cottura finale“.

Consumi in calo

I consumi di pane degli italiani, spiega la Coldiretti, si sono praticamente dimezzati negli ultimi 10 anni ed hanno raggiunto il minimo storico con appena 80 grammi a testa al giorno per persona, un valore molto lontano da quello dell’Unità d’Italia nel 1861 in cui  si mangiavano ben 1,1 chili di pane a persona al giorno. Con il taglio dei consumi, sottolinea la Coldiretti, si è verificata “una svolta qualitativa con la crescita dell’interesse per il pane biologico e di grani antichi e per quello con contenuti salutistici e ad alto valore nutrizionale” come quello a lunga lievitazione.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2018/12/19/pane-da-oggi-quello-congelato-non-potra-essere-venduto-come-fresco/45161/?utm_content=bufferb8270&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Alimentazione Wed, 19 Dec 2018 10:00:48 +0000