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Tutti gli abitanti di questo villaggio parlano la lingua dei segni

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Questo villaggio di 3.000 persone non è proprio come la maggior parte delle comunità.

Quasi tutti nel piccolo villaggio di Bengkala a Bali possono parlare la lingua dei segni in modo da poter accogliere, rispettare e comunicare con i loro 40 residenti non udenti.

Normalmente, una città di 3.000 persone avrebbe una media di 4 residenti non udenti, ma la comunità sperimenta un alto tasso di sordità (circa 10 volte tanto) a causa di un gene recessivo che è stato tramandato per le ultime sette generazioni.

Invece di ostracizzare i loro vicini sordi, tuttavia, la città ha inventato la propria lingua dei segni chiamata Kata Kolok….

katakolok242 dei circa 3000 paesani di Bengkala sono sordi sin dalla nascita. Per anni, gli abitanti del villaggio credevano che la sordità fosse il risultato di una maledizione:

“La famosa storia è che due persone con poteri magici si sono combattute e poi si sono maledette a vicenda, rendendosi sordi”, ha detto Ida Mardana, sindaco del villaggio di Bengkala, che parla balinese, indonesiano e inglese, oltre a al kata kolok. 

Piuttosto che ostracizzare i residenti sordi, gli abitanti dei villaggi di Bengkala si sono adattati a uno stile di vita sordo. In tutto il villaggio, le persone parlano con le loro mani. Gli udenti del villaggio insegnano ai loro figli il kata kolok in casa come seconda o terza lingua, piantando semi di uguaglianza che crescono con l’età.

“Nelle nostre scuole, gli studenti sordi imparano insieme agli studenti udenti “, ha detto Mardana. “L’insegnante usa la lingua parlata e la lingua dei segni contemporaneamente”. Di conseguenza, quasi tutti conoscono il kata kolok; la popolazione sorda e muta può comunicare con facilità. Come ha scritto uno scrittore, in un libro intitolato Invisible People, “Essere sordi [a Bengkala] non è qualcosa che viene portato dal solo kolok. È qualcosa che appartiene all’intera comunità”.

Le differenze tra un udente e un non udente sono più piccole qui che in qualsiasi altra parte del mondo. “Mi sento uguale a tutti gli altri”, spiega l’anziano del villaggio di 72 anni, Wayan Sandi, stringendo insieme gli indici per sottolineare la parola uguale. “Qui siamo un tutt’uno con la comunità”.

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