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Social: cresce la censura del pensiero non allineato?

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«I social network? Sono un sistema che prevede una delega totale ad aziende private in quanto a informazioni e loro condivisione. E i rischi di censura, sì, ci sono eccome». Così Michele Bottari, esperto di social media e di dispositivi digitali, spiega cosa sta accadendo e cosa potrà accadere su Facebook e non solo.

Michele Bottari è anche autore dell’utile manuale “Come sopravvivere all’era digitale” e non usa giri di parole per dare un’idea della situazione.

Michele, non sono pochi gli utenti di Facebook che hanno l’impressione che questo social stia intensificando la censura delle notizie privilegiando posizioni che “aderiscono” alla convenzione o ai poteri forti. Hai informazioni in proposito?

«I social network sono un sistema recente, non sperimentato, non regolamentato, non compreso dalla politica, non compreso dagli utenti, e pieno di gigantesche falle. Direi che, per quanto riguarda il controllo delle informazioni, le impressioni degli utenti sono pienamente giustificate. Il problema sta nel manico, ovvero nel fatto che una parte dell’umanità ha deciso, per motivi vari di dare una delega a un’azienda privata sull’informazione. È lo stesso meccanismo che si attua quando compriamo un giornale (operazione che facciamo peraltro sempre meno). Nel momento in cui decidiamo di leggerne uno o un altro, facciamo una precisa scelta su come e da chi le notizie siano filtrate, sia nella selezione, sia nel risalto, sia nel contenuto delle notizie stesse. Nel momento in cui ci colleghiamo a Facebook, abbiamo dato una delega a un’azienda di ospitare i nostri post, di inviarli ai nostri amici, di scegliere le notizie o i post dei nostri contatti da mettere nella nostra pagina, e in che posizione.  Ora, per quanto l’azienda si sforzi di essere neutra (sforzo di cui ci permettiamo comunque di dubitare), essa dovrà operare delle scelte. L’esito di queste scelte è il condizionamento, che a molti appare una sorta di censura. Dico ‘appare’ perché tecnicamente non si tratta di censura. Ai tempi del MinCulPop, l’ufficio stampa del governo fascista, le informazioni disponibili erano poche, e l’unico modo per far passare la linea del partito era far sparire le voci dissenzienti, tramite la censura. Oggi, le informazioni sono ridondanti, ed è molto più efficace seppellire le notizie scomode sotto una valanga di notizie frivole o accomodanti.  In questo modo il colosso informatico si protegge anche dall’accusa di censura, che è una questione politicamente molto delicata, come ha dimostrato il recente caso degli account di Casa Pound e Forza Nuova chiusi da Facebook».

Come avviene tutto ciò? Spiegaci i meccanismi

«Le forme di manipolazione delle informazioni sono molteplici. Alcune sono affidate a software, e avvengono preventivamente, sottotraccia e senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Altre sono manuali, ovvero affidate a persone fisiche, veri e propri censori come quelli della STASI nella DDR, che abbiamo conosciuto attraverso il film “Le vite degli altri”. Il software è il cosiddetto ‘algoritmo’, di cui tanto si parla, e di cui nessuno conosce le caratteristiche, forse nemmeno i suoi creatori. È questo che si sobbarca il 90% del lavoro di censura, bloccando i post con parole o immagini potenzialmente offensive, come le foto di nudo (sono numerosi i casi ridicoli di opere d’arte censurate da Facebook). Ma l’algoritmo fa un’altra cosa, ben più importante: seleziona, tra le montagne di informazioni a disposizione, quelle che ritiene potrebbero interessarci, secondo criteri stabiliti dalla nostra storia, dai like che abbiamo disseminato,  In altre parole, una macchina sceglie e ordina, nel marasma disordinato della Rete, quello che ci può interessare. E lo fa in maniera personalizzata per ciascuno di noi. È una caratteristica che a molti, come il sottoscritto, provoca indignazione e inquietudine, ma che la maggior parte dell’umanità considera una comodità, tanto che, fuori da Facebook, molti si sentono spaesati. L’altra categoria di strumenti di controllo delle informazioni è quella a base umana, ovvero l’esercito di moderatori e fact-checker di cui si avvale Facebook. Sono le persone invisibili, che intervengono dopo che un utente ha segnalato la presenza di contenuti o immagini non regolari. Non si tratta, come si può pensare, di lavoratori residenti nella Silycon Valley, ben pagati e integrati nella community degli eletti, ma di oscuri lavoratori sottopagati, collegati online da ogni parte del mondo, che filtrano, come i reni del corpo umano, tutta l’immondizia che miliardi di utenti, poco avvezzi alla cultura di internet, inevitabilmente producono. L’intervento umano è appena percepibile perché avviene sempre con un piccolo ritardo, in genere in seguito a una segnalazione, rispetto al filtro meccanico, che agisce in maniera preventiva. Solo quando poi è conveniente dal punto di vista politico, e quindi molto raramente, si arriva alla chiusura di account. È una forma di censura eclatante, per cui è usata con estrema parsimonia. È probabile che decisioni di questo tipo siano prese dalle parti del vertice dell’azienda».

Facebook pare abbia siglato accordi in diversi paesi proprio per “selezionare” ciò che può “sopravvivere” e circolare sul social network. Ti risulta? Se sì, in che termini e con che finalità (rivelate e/o meno esplicite)?

«Partiamo da una considerazione: i governi autoritari hanno naturalmente la volontà di limitare il flusso di informazioni, per cui è normale che, nel passato, i colossi del web siano stati più che propensi, direi obbligati, a scendere a patti col potere. Questo fatto è stato vero in particolare per Google, ma anche Facebook non è stato esente da queste pratiche. Oggi però la situazione è molto diversa, e i rapporti di potere si sono completamente ribaltati: nei Paesi in via di sviluppo, Facebook “è” Internet. I newsfeed (le notizie che appaiono nella pagina personalizzata di ciascun utente) sono spesso l’unica fonte di informazione sulla rete, e spesso i messaggi di odio portano a pericolose azioni collettive, come è avvenuto spesso in Myanmar. In questa situazione, è Facebook a dettare le condizioni. I governi allora vedono il colosso del web come una minaccia, ovvero un’alternativa alla narrazione ufficiale. La Cina ha bloccato ogni servizio dell’azienda di Zuckerberg sul nascere. Oggi WeChat, piattaforma locale, è diventata il vero titano digitale del Paese. Il Vietnam, invece, sta tentando la strada della competizione, attraverso Lotus, un social medium statale alternativo a Facebook. L’impressione è che la “guerra in Vietnam”, per Facebook, sia solo all’inizio, e che gli sviluppi siano incerti».

Facebook ha ormai una posizione dominante nel mondo dei social, quindi certe operazioni possono seriamente incidere sulla circolazione delle informazioni. Alternative o antidoti possibili?

«Lotus, Wechat, Twitter, Reddit, Odnoklassniki, Qzone, sono tutti nomi di social media alternativi a Facebook. Molti di loro sono servizi di stato o poco ci manca (Lotus in Vietnam, Wechat e Qzone in Cina) altri sono colossi USA del tutto assimilabili a Facebook, altri ancora, come Odnoklassniki in Russia, sono realtà locali, non esportabili.  Il problema è che la potenza e la complessità di questi strumenti sono arrivate così in alto, che non bastano più il genio e l’inventiva di un paio di studenti in un garage per sconvolgere lo status-quo, ma servono investimenti miliardari, che solo nazioni con intenti di controllo politico si possono permettere. La velocità di risposta è l’elemento tecnico di successo, per cui ogni organizzazione che vuole ottenere risultati in questo campo ha bisogno di solide trasmissioni di rete e di server potenti ed efficaci. Non è più business per startup o piccole aziende. Ma la Rete non nasce come patrimonio privato di pochi. La sua struttura è orizzontale, non gerarchizzata. La gerarchia sta solo nelle menti degli utenti. La logica del Peer-to-peer, o rete paritaria, potrebbe mettere in crisi i colossi del web: si tratta di un’architettura informatica in cui i nodi non sono gerarchizzati ma sono nodi equivalenti (peer) che possono fungere contemporaneamente da client e da server verso altri nodi terminali della rete. Grazie a questo sistema è possibile che una piccola parte del nostro PC o smartphone diventi parte di un immenso server virtuale, che gestisce servizi simili ai social. In pratica, non è difficile per comunità orizzontali, con mezzi finanziari praticamente nulli, sovrapporsi completamente alle aziende del web coprendo totalmente i loro servizi, che tutto sommato non sono un granchè. Al posto di potenti e ricche server farm, dove far transitare tutti i dati, è sufficiente che ciascuno di noi metta un po’ di banda, di memoria di stoccaggio e di potenza di calcolo. Si possono dunque sostenere queste comunità distribuite in tutto il mondo. Gli esempi si sprecano: dalle reti per la condivisione di file (File sharing, come e-mule, bit-torrent) che hanno messo sotto scacco in maniera pesante le major discografiche e cinematografiche, alla rete TOR, che fornisce navigazione crittografata gratuitamente agli utenti di tutto il mondo. Alcune organizzazioni, come Holochain , per esempio, forniscono una rete orizzontale a supporto di app indipendenti, che quindi non hanno bisogno delle server farm. L’organizzazione prevede anche la remunerazione di chi mette risorse proprie (parte del proprio PC o smartphone), attraverso Holo, la criptovaluta di Holochain. Per cui è possibile guadagnare del denaro mettendo a disposizione il nostro PC mentre lo si usa.  Credo che da queste idee collettive e ‘dal basso’ possa scaturire la rinascita della rete dei primordi, quella libera, indipendente, di tutti».

Fonte: https://www.terranuova.it/News/Attualita/Bottari-Social-network-cresce-la-censura-del-pensiero-non-allineato

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