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Corte Costituzionale: si a risarcimento per danni causati da vaccinazioni non obbligatorie

Si al risarcimento.

Con una sentenza di estrema rilevanza, la Corte Costituzionale ha emendato un’evidente ingiustizia del sistema estendendo l’indennizzo per i danni alla salute causati – purché ovviamente sia provato il nesso di causa – anche da vaccinazioni non obbligatorie ma comunque fortemente raccomandate, in quanto utili alla collettività.

di Nicola De Rossi

La legge n. 210/1992 prevede infatti un indennizzo per le persone che subiscano danni da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati.

L’articolo 1 di questa legge, al comma 1, prevede che, testuali parole, “chiunque abbia riportato, a causa di vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psico-fisica, ha diritto ad un indennizzo da parte dello Stato, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla presente legge”.

Indice

Una donna contrae una grave patologia in seguito alla vaccinazione contro l’epatite A

Il caso in questione – e non è l’unico sul genere ad aver originato contenziosi -, riguardava una donna che in passato si era sottoposta alla vaccinazione contro l’epatite A responsabile dell’insorgenza del lupus eritematoso sistemico.

Il Ministero, condannato a risarcire, ricorre per Cassazione perché il vaccino non è obbligatorio

I giudici della Corte d’appello di Lecce avevano considerato provata la sussistenza del nesso causale tra somministrazione del vaccino e la grave patologia ritenendo che il diritto all’indennizzo previsto dalla legge sussistesse anche con riferimento al vaccino somministrato nel caso di specie.

Il Ministero della Salute però aveva proposto ricorso per cassazione contro la sentenza sulla base del fatto che non si trattava, per l’appunto, di vaccinazione obbligatoria. La sezione Lavoro della Suprema Corte, chiamata a valutare il ricorso, ha quindi sollevato la questione di illegittimità costituzionale dell’art. 1. comma 1 della legge n. 210/1992.

 

La Suprema Corte pone la questione di illegittimità della norma

La Cassazione nel sollevare la questione ha evidenziato non solo che il nesso di causa tra vaccinazione e malattia era stato accertato, ma anche e soprattutto che la campagna per far vaccinare la popolazione pugliese era stata, all’epoca dei fatti, fortemente raccomandata. La Giunta della Regione Puglia, nel 2003, aveva infatti preso atto di come le vaccinazioni raccomandate, al pari di quelle obbligatorie, fossero comprese nei livelli essenziali di assistenza, garantiti gratuitamente da Servizio sanitario nazionale e recepiti con precedente delibera della medesima Giunta, hanno fatto notare gli Ermellini.

Non solo, la Suprema Corte ha rilevato come la convocazione della donna negli ambulatori della Asl fosse avvenuta con modalità formali, tanto che la vaccinazione non sembrava neppure “raccomandata” ma di fatto obbligatoria, facendo infine presente come la Consulta, in diverse occasioni, avesse già dichiarato la norma censurata come costituzionalmente illegittima nel punto in cui non prevede l’indennizzo in caso di danni derivanti da vaccinazioni non obbligatorie, proprio per la comune finalità delle stesse.

L’utilità pubblica della vaccinazione contro l’epatite A, nel caso di specie, era infatti indubbia, tanto che, come detto, era stata fortemente incentivata.

 

La Consulta conviene con la Cassazione e dichiara illegittima la norma

Ebbene, la Corte Costituzionale ha condiviso il ragionamento della Cassazione rilevando a sua volta come, con diverse e successive delibere, il Consiglio della Regione Puglia e la Giunta regionale, alla luce di alcuni studi condotti dall’Osservatorio epidemiologico, a partire dal 1996 avessero promosso programmi e campagne di vaccinazione contro l’epatite A.

Benché la tecnica della raccomandazione esprima maggiore attenzione all’autodeterminazione individuale (…) – spiega la Consulta – essa è pur sempre indirizzata allo scopo di ottenere la migliore salvaguardia della salute come interesse (anche) collettivo”.

La Consulta aggiunge che la campagna vaccinale della Regione Puglia aveva trovato risconto anche in piani vaccinali nazionali e nella raccomandazione del Ministero della Salute del 26 luglio 2017, e come non rilevasse il fatto che la campagna fosse indirizzata in particolare a soggetti più a rischio per età, abitudini o collocazione geografica, così come che la somministrazione del vaccino sia avvenuta gratuitamente, aspetti che “non comportano alcuna limitazione soggettiva ai destinatari dell’indennizzo”.

 

Indennizzo dovuto perché anche con la vaccinazione non obbligatoria si ottempera a un dovere di solidarietà

La ragione che fonda il diritto all’indennizzo del singolo – prosegue la sentenza – non risiede quindi nel fatto che questi si sia sottoposto a un trattamento obbligatorio: riposa, piuttosto, sul necessario adempimento, che si impone alla collettività, di un dovere di solidarietà, laddove le conseguenze negative per l’integrità psico-fisica derivino da un trattamento sanitario (obbligatorio o raccomandato che sia) effettuato nell’interesse della collettività stessa, oltre che in quello individuale”.

Per questo, “la mancata previsione del diritto all’indennizzo in caso di patologie irreversibili derivanti da determinate vaccinazioni raccomandate si risolve in una lesione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione: perché sono le esigenze di solidarietà costituzionalmente previste, oltre che la tutela del diritto alla salute del singolo, a richiedere che sia la collettività ad accollarsi l’onere del pregiudizio da questi subìto, mentre sarebbe ingiusto consentire che l’individuo danneggiato sopporti il costo del beneficio anche collettivo”.

La Corte conclude quindi per la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art 1, comma 1 della legge n. 210/1992.

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