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Pesce agli antibiotici? No, grazie!

Pesce agli antibiotici: ecco il problema.

Antibiotici ormai nelle carni di pollo, maiale, manzo; ma non solo! Anche ampio uso di antibiotici negli allevamenti ittici, dai quali proviene gran parte del pesce venduto ogni giorno e che arriva sulle nostre tavole. La denuncia di “Essere Animali”.

L’utilizzo eccessivo di farmaci antibiotici nel settore zootecnico non riguarda soltanto gli allevamenti avicoli, suini e bovini: anche quelli ittici ne fanno ampio uso, «con gravi rischi per la salute degli esseri umani» come sottolinea l’associazione Essere Animali, da tempo impegnata in prima linea per contrastare gli allevamenti intensivi.

«Secondo diversi studi, il settore dell’acquacoltura contribuisce diffusamente al fenomeno dell’antibiotico resistenza, soprattutto perché è pratica diffusa somministrare somministrare i farmaci a tutti i pesci allevati e rinchiusi nelle gabbie, sottoponendo quindi al trattamento anche moltissimi animali che non presentano segni clinici di una malattia» spiegano dall’associazione.

«Nel settore dell’acquacoltura, come negli allevamenti intensivi terrestri, l’uso eccessivo di antibiotici è molto frequente, specialmente in Paesi meno sviluppati economicamente e più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Qui, l’insufficiente tracciamento sull’utilizzo di questi farmaci, combinato all’aumento del consumo e delle temperature globali, fanno sì che il rischio di AMR (Antimicrobial Resistance) cresca vertiginosamente, riducendo l’efficacia dei farmaci, compromettendo il sistema immunitario dei pesci e finendo per innescare la selezione dei ceppi più virulenti».

Il consumo crescente di pesci porta all’aumento dell’uso di antibiotici
«Secondo le stime della FAO, nel 2018 la produzione ittica globale ha raggiunto circa 179 milioni di tonnellate, con un valore di prima vendita totale stimato in 401 miliardi di dollari – proseguono da Essere Animali – Il consumo mondiale di pesce ha toccato un nuovo record di 20,5 chilogrammi pro capite all’anno e si prevede che raggiungerà i 21,5 chilogrammi entro il 2030. Nel 2017 il 34,2% delle stock ittici è stato classificato come biologicamente insostenibile (cioè pescato con modalità e ritmi che determinano il declino della diversità biologica di quelle specie) valore che raggiunge l’80% nel Mediterraneo, il mare più sfruttato al mondo.

Data la domanda crescente di prodotti ittici e la pesca eccessiva che sta portando allo svuotamento dei mari, l’allevamento ittico costituisce un settore in forte espansione: i prodotti da acquacoltura rappresentano il 46% della produzione mondiale e il 52% di tutto il pesce destinato al consumo umano.

Secondo uno studio del Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione Europea, i metodi di acquacoltura estensiva hanno lasciato il posto a quelli semi-intensivi e intensivi, i quali sono considerati più produttivi e a differenza dei primi – dove i pesci riescono a procacciarsi da soli il cibo – prevedono l’apporto di mangimi. Ed è proprio attraverso questi mangimi che vengono somministrati i farmaci necessari per la sopravvivenza degli animali».

«L’industrializzazione dell’acquacoltura comporta infatti l’inasprimento delle condizioni di vita degli animali, come la densità troppo elevata e il peggioramento della qualità dell’acqua, e quindi il diffondersi di malattie che potrebbero causare perdita di profitto e di vendite.

Come riporta la giornalista scientifica Agnese Codignola: un impianto di acquacoltura ha bisogno di tonnellate di farmaci, inclusi antibiotici, alghicidi, erbicidi, disinfettanti e insetticidi, perché il sovraffollamento in cui vivono i pesci è tale che sono quasi sempre ricoperti da pidocchi, alghe e parassiti. A questo proposito, proprio in questi giorni lo stato della California ha deciso di uccidere 3,2 milioni di trote per fermare il propagarsi di un’infezione batterica che ha colpito i pesci allevati in diversi impianti della regione».

«Un ostacolo significativo a una gestione più avveduta degli antibiotici in questo settore è la mancanza di dati provenienti dai Paesi asiatici, la regione con il maggior numero di pescatori e piscicoltori (85% del totale) – prosegue l’associazione – Ciò che tuttavia è risaputo è che se ne fa un uso molto maggiore rispetto agli allevamenti intensivi terrestri.

Uno studio del 2015 ha stimato che la produzione di pollo utilizza 148 mg/PCU (population correction unit) di antibiotici, mentre quella di carne suina ha una media di 172 mg/PCU. Se consideriamo invece quella di salmone cileno, vedremo che la stima arriva a toccare i 1,400 mg/PCU.

Oltre a quella di salmone cileno, le produzioni ittiche che utilizzano le quantità maggiori di farmaci includono anche i gamberetti asiatici. Secondo quanto riporta il Coller FAIRR Protein Producer Index 2019, uno studio condotto nel 2017 sulla produzione di gamberetti dalla Cina ha rilevato che il 52% dei campioni analizzati contengono residui di antimicrobici e nel 10% dei casi i residui eccedono i limiti legali».

 

Pesce all'antibiotico

 

«Non è un caso che gli Stati Uniti siano molto attenti sul tema. Gli U.S.A. importano il 70% del loro pesce dall’Asia e la metà proviene da allevamenti ittici. Accade sempre più spesso però che la US Food and Drug Administration (FDA) – l’Agenzia statunitense per gli alimenti e i medicinali – rifiuti di importare gamberetti asiatici a causa di contaminazioni con antibiotici messi al bando, come accaduto ad esempio nel gennaio del 2019 quando la FDA ha vietato l’ingresso a 26 carichi di gamberetti indiani. L’India è il primo esportatore di gamberetti negli Stati Uniti e rappresenta il 32,5% delle importazioni totali».

Effetti sull’ambiente circostante 
«Secondo uno studio pubblicato su Nature, circa l’80% degli antibiotici contenuti nei mangimi somministrati ai pesci negli allevamenti si diffondono nell’ambiente circostante, dove rimangono per mesi in concentrazioni sufficienti a esercitare pressione selettiva sui batteri presenti e favorendo il processo di antibiotico-resistenza. -prosegue Essere Animali – È inoltre più probabile che gli antibiotici si introducano nell’ambiente attorno agli allevamenti ittici che non in quelli intensivi terrestri.

Oltre alla pratica già citata di somministrare gli antibiotici a un’intera popolazione di pesci anche nel caso in cui solo una piccola parte sia malata, un altro degli aspetti che facilitano il fenomeno è il fatto che quando infermi, gli animali tendono a non avere appetito e quindi a non mangiare il cibo contenente i farmaci. Questi residui inutilizzati e dispersi possono quindi infiltrarsi in diversi modi nell’ambiente promuovendo lo sviluppo di resistenza agli antibiotici».

Un circolo vizioso
«Vari studi dimostrano che quando si trovano in ambienti più caldi, gli esemplari di pesce malati presentano un tasso di mortalità più alto rispetto a quelli che vivono in mari più freddi.

Questo è un fattore chiave, perché sono proprio i Paesi più esposti al cambiamento climatico – come quelli del sud-est asiatico – ad allevare la maggiore quantità di pesci. Con il surriscaldarsi degli oceani, si prevede che tali Paesi consumeranno una quantità maggiore di antibiotici per continuare a far fronte alla domanda crescente di prodotti ittici. Ciò comporterà a sua volta un aggravarsi del fenomeno dell’antibiotico resistenza, con un impatto grave sulla salute umana».

Non solo un problema per la salute umana

A gennaio 2020, Essere Animali ha realizzato una nuova indagine sotto copertura in alcuni allevamenti ittici in Grecia, Paese da cui proviene più della metà delle orate e dei branzini venduti in Italia. Le immagini sono state diffuse anche dalla trasmissione Report e documentano pesci che vivono in gabbie sovraffollate e vengono gettati ancora coscienti in contenitori di acqua e ghiaccio dove muoiono dopo interminabili minuti di agonia.

«L’allevamento intensivo dei pesci racchiude una serie di problematiche che sono fonte di stress e immensa sofferenza per questi animali, oltre ad essere un rischio per la salute umana e la tutela dell’ambiente» spiegano dall’associazione

QUI per partecipare alla campagna #AncheiPesci.

 

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