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Il Ministero dell’Amore

You hate him. Good. Then the time has come for you to take the last step. You must love Big Brother. It is not enough to obey him: you must love him.

(George Orwell, 1984)

di Il Pedante

Sta destando scalpore la decisione dei gestori di Facebook e Instagram di cancellare centinaia di account riconducibili ai partiti di Casapound e Forza Nuova. Si tratta, in effetti, di una mossa senza precedenti che ridisegna il ruolo sociale dei colossi di internet, perché non sembra motivata dalle condotte dei singoli utenti ma li colpirebbe collettivamente in forza delle loro idee e della loro affiliazione a formazioni politiche riconosciute dallo Stato.

Mentre fervono i dibattiti (in cui non entro) sulla liceità o almeno sull’opportunità del provvedimento, e più a monte sui pericoli di avere lasciato che il dibattito politico nazionale si concentrasse nei server di pochi monopolisti privati d’oltreoceano, fa riflettere il plauso che incontra in una parte della popolazione e dei rappresentanti delle istituzioni. Questa ovazione alla censura mi sembra un ulteriore segnale d’allarme sullo stato di grave sofferenza in cui versa la nostra idea democratica. Da un lato perché tradisce la credenza – corollario della «credenza in un mondo giusto» di Lerner – che le grandi industrie multinazionali possano e vogliano porre rimedio alla eventuale inerzia degli Stati, con la mano invisibile e taumaturgica del mercato che si estenderebbe dall’economia al diritto, fino alla morale. Dall’altro, perché della democrazia mette in forse l’assunto forse più fondamentale: che la tutela della libertà propria esige che sia tutelata la libertà di tutti, anche dei propri avversari. Se la democrazia è un metodo e non un merito, il problema della censura è la censura, non a chi si rivolge.

In quanto ai motivi dichiarati di questa mattanza virtuale, secondo i gestori del social network quelle espulse sarebbero «organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono». Nello stesso giorno, la stessa accusa di «odiare» investiva i manifestanti radunati in piazza Montecitorio per chiedere di tornare al voto, mentre dall’interno del Palazzo un’esponente della costituenda maggioranza dichiarava «chiusa la stagione dell’odio».

L’ossessività di questa litania con cui si vorrebbe attaccare non già le ragioni di un sentimento, ma il sentimento in sé e quindi l’umanità che lo esprime, e insieme l’esclusività con cui la si indirizza a chi professa un ben identificato pensiero politico, ha fatto sorgere in qualcuno il sospetto che l’odio in questione non sia che il sostituto dialettico di quello stesso pensiero. E che in questa ridenominazione ci sia il tentativo di trasformarlo in un «peccato» per liquidare il confronto democratico e necessariamente polemico di visioni, opinioni e interessi divergenti per sostituirlo con il solipsismo teocratico di un «bene» che non si accontenta di più trionfare senza eccezioni, ma vuole essere amato.

Nel sottoscrivere a due mani questo sospetto, e nel leggervi in più l’ennesima sciagura di avere laicizzato le categorie morali, aggiungo che è invece proprio qui, in questa censura prerazionalizzata dell’odio-pensiero che finisce per incarnarsi l’odio sensu stricto, quello più autentico e cieco perché insubordinabile alla mediazione dialettica. Sul tema ripropongo una mia riflessione già apparsa ne La crisi narrata, con un’appendice letteraria per i più pedanti.

L’odio (dell’odio)

L’hate speech è un’istigazione all’hate crime, quest’ultimo definito dall’OSCE come «un atto criminale commesso sulla base di un pregiudizio» per identificare il quale «non è necessario stabilire se esso sia causato dall’odio, ma va accertato che il crimine sia stato commesso e che il suo movente sia una qualche forma di pregiudizio». Lascio i problemi giuridici sollevati dalla definizione ai più preparati e mi chiedo: se il movente è il pregiudizio e non l’odio, perché il reato è intitolato all’odio? E se nel caso dell’hate speech si pretende di censurare il pregiudizio anche quando non consegue un reato, come si applica la norma? E soprattutto, chi la applica?

Come si è già osservato scrivendo di meritocrazia, quando ai criteri si sostituiscono i giudizi, il diritto si fa strumento di chi ha la facoltà di imporre i propri giudizi: cioè del più forte. Che in questo caso è chi decide quali siano i gruppi meritevoli di tutela e se i giudizi ad essi riferiti siano potenzialmente criminali. La casistica che ne risulta restituisce una fotografia fedele dei particolarissimi obiettivi politici del momento, che però nella retorica dell’odio si fingono fondamenti giuridici e principi senza tempo. Prevedere quali siano i pregiudizi da censurare è quindi facile: sono quelli che confliggono con i giudizi di chi li censura. Seguono esempi:

Così non è hate speech Così sarebbe hate speech
Gli italiani non sono mai stati capaci di una normalità nobile, elevata, produttiva. (fonte) I Rom non sono mai stati capaci di una normalità nobile,elevata, produttiva.
[Anche senza euro] saremmo la merda che siamo sempre stati. (fonte) [Anche senza franco CFA] l’Africa Occidentale sarebbe la merda che è sempre stata.
La necessità di allentare il vincolo che impone che il voto di ottantenne valga come quello di un ventenne su temi che condizionano soprattutto il futuro di quest’ultimo. (fonte) La necessità di allentare il vincolo che impone che il voto di una donna valga come quello di un uomo su temi che condizionano soprattutto il futuro di quest’ultimo.
Se [gli abitanti di Gorino] non vogliono vivere nello stesso posto dove diamo accoglienza ai profughi, andassero a vivere in Ungheria. (fonte) Se [gli abitanti di Gorino] non vogliono vivere nello stesso posto dove diamo accoglienza ai profughi, andassero a vivere in Israele
La Russia di Putin sempre più simile all’Urss di Brežnev. (fonte) La Germania della Merkel sempre più simile al Terzo Reich.

In quanto all’odio associato al pregiudizio, è una mera nota di colore mancandole accuratamente una caratterizzazione. Nulla orienta infatti a distinguerlo, a parità di fenomeni, da frustrazione, esasperazione, rabbia, (più o meno giusta) indignazione ecc. se non appunto l’interpretazione dell’osservatore. Sicché menzionarlo serve a procurare un allarme, a produrre nei destinatari una percezione di pericolo. Serve a «fare presto» in deroga alle cautele del diritto e assicurarsi così una serie di comfort dialettici. Perché l’attribuzione dell’odio:

  1. squalifica il presunto odiatore al rango di persona irrazionale, e quindi
  2. rende superflua la comprensione dei suoi moventi (che in ogni caso sarebbero inesistenti, pretestuosi, patologici o dettati dall’ignoranza), e quindi
  3. lo esclude giustificatamente dal diritto di manifestare il proprio pensiero.

La censura nel nome dell’odio è la più facile, massimizza il risultato con il minimo sforzo, giustifica se stessa ed è alla portata di tutti, anche e soprattutto dei più ingenui, perché nel dispensarli dalla faticosa indagine delle cause regala loro l’ebbrezza di lottare contro le tenebre della cattiveria. Così la censura, da soppressione di un diritto qual è, diventa un atto meritorio, una violenza filantropa. Un esito che è per certi versi già tracciato nella formulazione originaria: quel «pregiudizio» escogitato per liquidare d’autorità i giudizi altrui. Con il pregiudizio non si dialoga, gli si può solo fare la guerra. Lo si deve, appunto, odiare. Ecco allora la proprietà più strabiliante della lotta all’odio: quella di produrre, in deroga a sé, un odio ancora più grande e finalmente libero da censure. Nel perseguire i messaggi dei presunti odiatori fa di questi ultimi il bersaglio di un odio sicuro e impunito, li dà in pasto alla ferocia dei giusti.

L’odio per gli odiatori è un liberi-tutti, la promessa di una violenza socialmente utile, un passpartout per distrarre da frustrazione e disagio. E la lotta istituzionale all’odio produce odio, più pericoloso del suo bersaglio perché:

a) non è indirizzato a categorie collettive e impersonali, ma colpisce singolarmente gli individui e

b) si fa forte dell’approvazione dell’autorità.

Sbaglierebbe però chi pensasse a una malaugurata eterogenesi dei fini. Che la guerra all’odio non stia producendo società più benevole è sotto gli occhi di tutti e si spiega facilmente osservando che per avere meno odio bisognerebbe prima avere meno cose odiose – in primis diseguaglianze e ingiustizie. Ma siccome nulla di ciò avviene, e anzi avviene il contrario, la selettiva retorica dell’odio è solo un modo per patologizzare il dissenso prendendone di mira le manifestazioni più grottesche e rivolgere lo scontento delle vittime contro altre vittime. Con un vantaggio aggiunto: che nel moltiplicare deliberatamente il livore trasforma le mappe dell’odio – cioè gli indesiderata di chi ha il potere di imporle – in liste di proscrizione da dare in pasto alle masse. Saranno poi quest’ultime a fare il lavoro sporco, a cercare casa per casa gli oppositori/odiatori, a creare quel clima di paura tanto caro ai censori.

E lo faranno non solo volentieri, perché in ciò si glorieranno di lottare per il bene e non per il padrone, ma anche gratis et (appunto) amore Dei.

Appendice letteraria (per i più pedanti)

La metafora del Ministero dell’Amore, dal cui palazzo «terrificante» e senza finestre, in un labirinto di «grovigli di filo spinato, porte d’acciaio e ammassi di mitragliatrici ben occultate» si interrogano e si torturano i detenuti politici di Oceania, è l’ultimo sigillo delle profezie orwelliane. Se il Ministero della Verità, dove il protagonista Winston si dedica a riscrivere le notizie sgradite al Partito, anticipa la moderna lotta di regime alle «fake news», se quello della Pace allude alla ridenominazione delle guerre imperiali in missioni di «peace keeping» e quello dell’Abbondanza fa il verso ai ministeri dello «sviluppo» economico che impongono austerità e recessioni promettendo «riprese» a ogni giro di giostra, il dicastero dell’Amore appare il più enigmatico, a prima vista un mero prolungamento di queste inversioni.

Ma non è così. Odio e amore sono in realtà l’alfa e l’omega del capolavoro di Orwell. Nelle prime pagine del romanzo si descrive il rito quotidiano dei «due minuti d’odio» dove i membri del Partito sfogano il loro rancore contro l’effige del dissidente Emmanuel Goldstein, che da un teleschermo parla loro di pace, «libertà di parola, libertà di stampa, libertà di assemblea, libertà di pensiero». La lezione, ovvia e assai chiara a governanti, giornalisti e cinematografi del mondo reale, è che per preservare un potere odioso dall’odio che suscita in chi ne è oppresso, occorre incanalare quell’odio nell’icona di un avversario che sia più prontamente identificabile di un articolato e generico «sistema».

1984 può essere letto come una sorta di educazione antisentimentale del protagonista che, grazie a Julia, scopre l’amore erotico e riscopre quello archetipale materno, attingendo a confuse reminiscenze della sua infanzia e osservando furtivamente la vita famigliare dei «prolet». Perché autentici e prepolitici, quegli amori mettono però a rischio la stabilità di un regime incardinato sul controllo anche mentale dei cittadini. La dissidenza che porterà Winston all’arresto non è politica, ma umana. Come recitava il primo titolo del libro, egli ha la colpa di essere l’«ultimo uomo», di avere cioè coltivato la sua umanità in sfregio allo svuotamento emotivo, intellettuale e morale perseguito dal Partito.

La tessera enigmatica del Ministero dell’Amore si colloca più saldamente nel mosaico della nostra società con il nuovo diffondersi della retorica martellante contro l’«odio», i «discorsi d’odio» e i «crimini d’odio». Quella di Winston – e la nostra – è una rieducazione all’amore del sistema: «tu lo odi [il Grande Fratello], va bene» dice O’Brien prima di sottoporlo all’ultima tortura. «Quindi è giunto il momento di fare l’ultimo passo. Tu devi amare il Grande Fratello. Non è sufficiente che tu gli obbedisca: lo devi amare». Ma quell’amore morto da automi, sicut ac cadaver, non tollera l’amore vivo degli uomini. La tortura dei topi diventa così un rito palingenetico e la Stanza 101 l’altare su cui il potere reclama il sacrificio degli affetti, ultimo baluardo insoggiogabile di umanità. Non può che sostituirsi ad essi per assicurarsi la fedeltà cieca dei sudditi. Winston cede e tradisce Julia implorando di torturarla al suo posto. Julia confesserà in seguito di avere fatto lo stesso con lui.

Una volta libero, nella mente dell’eroe sconfitto balena l’ultimo ricordo di sua madre, il più struggente e lirico di tutto il libro, dove la giovane vedova affronta il freddo e la carestia per regalare un pomeriggio di gioia ai suoi bimbi, sapendo che le saranno presto portati via. A quel flashback l’autore affida il suo testamento spirituale più alto e una rappresentazione nitida, quasi un’immagine sacra, dell’amore irriducibile e incondizionato da opporre agli attacchi demoniaci del potere organizzato. Ma per Winston è solo un attimo. Respinta quell’ultima tentazione, si abbandona all’amore invertito del tiranno e, finalmente sconfitto, sarà raggiunto dalla pallottola di un sicario.

L’intensificarsi delle moderne crociate contro l’«odio» sembra suggerire che anche la nostra società si sta avvicinando all’«ultimo passo», quello in cui non potrà più limitarsi a subire i diktat globali – con il rischio di covare la ribellione – ma dovrà amarli. Ciò non escluderà naturalmente la possibilità, anzi il dovere, di odiare, con ogni forza e per almeno due minuti al giorno, chi si rifiuta di amare la propria oppressione.

Fonte: http://ilpedante.org/post/il-ministero-dell-amore

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