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La disobbedienza digitale nel mondo delle techno-corporation

“Manuale di disobbedienza digitale” di Nicola Zamperini (Edizioni Castelvecchi) è un libro che spiega in maniera chiara e semplice la genesi delle techno-corporation, i loro veri obiettivi e il loro modo di agire. Inoltre analizza in maniera puntuale anche le conseguenze che ha il regalare tempo, emozioni e dati a chi non ha altro obiettivo che il profitto.

di Paolo Ermani

Manuale di disobbedienza digitaleManuale di disobbedienza digitale” di Nicola Zamperini (Edizioni Castelvecchi) è un libro che spiega in maniera chiara e semplice la genesi delle techno-corporation, i loro veri obiettivi e il loro modo di agire. Inoltre analizza in maniera puntuale anche le conseguenze che ha il regalare tempo, emozioni e dati a chi non ha altro obiettivo che il profitto. Ma leggiamo direttamente le opinioni dell’autore Nicola Zamperini, giornalista, scrittore e consulente per le strategie digitali di grandi aziende e istituzioni, che abbiamo intervistato.

La realtà che esprime attraverso il libro è abbastanza apocalittica ma certamente reale, come mai siamo arrivati a questo punto? Perché scrivere un manuale di disobbedienza digitale? Siamo messi così male?

«Ho deciso di scrivere questo libro perché la sensazione è che le persone non abbiano consapevolezza del commercio sui loro comportamenti, gusti, preferenze. La questione non è essere messi male o meno, ma capire che molto di ciò che facciamo, mostriamo e diciamo all’interno dello spazio digitale viene utilizzata per fare denaro e per predire e orientare i nostri comportamenti futuri. C’è un commercio che si appropria della nostra esistenza, e trovo intollerabile che non si abbia consapevolezza di tutto questo».

Che differenza c’è in materia di manipolazione delle masse tra la televisione e le techno-corporation?

«Non so se la tv abbia mai manipolato le masse, come lei afferma. Tuttavia la differenza è palpabile: portiamo in tasca uno smartphone per 12 ore al giorno, lo consultiamo come prima cosa la mattina e come ultima la sera prima di andare a dormire. E non è una mia impressione, ma un dato dell’ultimo rapporto Censis, ed è quello che fa – ad esempio – il 59% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni. La televisione stava in salotto, al limite in cucina, era importante ed è importante, ma non era un oggetto uno strumento che ci faceva accedere a un ecosistema com’è per lo smartphone e lo spazio digitale. La prima leva della rivoluzione è stata Internet in mobilità, la televisione non l’abbiamo mai portata in tasca. E le dinamiche di modifica del comportamento – di cui parla con grande precisione Shoshana Zuboff nel suo Il capitalismo della sorveglianza – sono piuttosto precise, documentate, pervasive”.

Ci può descrivere brevemente i dati salienti che contraddistinguono le techno-corporation e il loro monopolio del mercato nei vari settori di cui si occupano?

«Non credo servano tanti dati a illustrare lo strapotere delle techno-corporation, basta considerare il loro valore di mercato, Apple, Google e Amazon valgono in Borsa tutte e tre più di 1000 miliardi di dollari; e ricordare quali sono i campi in cui ci serviamo dei loro servizi o la vastità della loro presenza nel pianeta».

Cosa intende dire quando parla di meta-nazioni digitali?

«Credo che una delle cose che ci ha fatto sottovalutare le conseguenze della rivoluzione digitale sia stato l’uso di categorie interpretative non adeguate alla situazione che stavamo attraversando. E allo stesso modo ritengo che le definizioni oggi scontino una realtà che la rivoluzione digitale ha completamente mutato. Immaginare che Facebook o Google possano essere considerate semplicemente aziende, come tutte le altre, è sbagliato alla radice. Nel senso che sono aziende ma sono anche molto altro. Hanno una soggettività che consente loro di avere un rapporto dialettico con gli Stati e le organizzazioni internazionali, esprimono qualcosa che si avvicina a una politica estera, giudicano dei comportamenti delle persone e delle associazioni all’interno del loro perimetro su questioni come il diritto di espressione, aspirano a battere moneta, ricevono credenziali diplomatiche da alcuni Stati sovrani; ecco – in virtù di tutti questi esempi – penso si debba ricorrere a una nuova definizione. Una definizione che esalti il loro valore politico e istituzionale, che spinga le persone a considerarle con uno sguardo differente».

Ci definisce come sudditi/cittadini/clienti/utenti, perché?

«Perché ormai siamo tutte queste cose insieme, nella relazione con le meta-nazioni digitali. Siamo sudditi perché non abbiamo alcuna possibilità di modificare gli algoritmi, di conoscere come funzionano, di accedere a tutti i nostri i dati (non solo quelli che vogliono mostrarci) e in che maniera carpiscono questi stessi nostri dati. Siamo sudditi perché lavoriamo inconsapevolmente al perfezionamento delle intelligenze artificiali delle meta-nazioni digitali, affiniamo la loro capacità di analizzarci e di predire i nostri comportamenti, con ogni minima azione compiuta nello spazio digitale che amministrano.  Continuiamo a essere cittadini, che però stanno perdendo un diritto fondamentale come quello alla privacy, i dati non sono di nostra proprietà come è di nostra proprietà una casa o una macchina; i dati rappresentano noi stessi, i dati sono una parte di noi, cederli è come osservare una specie di mutilazione. E siamo ovviamente sia clienti che utenti, perché nello scambio asimmetrico con le techno-corporation consumiamo beni o servizi, e siamo anche utilizzatori dei servizi che ci vengono messi a disposizione. Il problema è che la dimensione primaria è quella di sudditi. Di oggetti di un processo di accumulazione di dati, di cui sappiamo poco e ci preoccupiamo meno».

Non ha una opinione particolarmente positiva dei cosiddetti geni dell’informatica compreso il tanto decantato Steve Jobs e li smitizza dicendo che il loro miscuglio di filosofie orientaleggianti e new age è solo un modo per fare passare meglio il messaggio del profitto. In fondo moltissime aziende ormai utilizzano sistemi cosiddetti “alternativi” o new age per aumentare i profitti.

«Non credo sia importante il mio giudizio su Steve Jobs, dopotutto è un grande innovatore dell’industria informatica, un imprenditore che ha creato prodotti che hanno avuto un enorme impatto sulle nostre vite. Steve Jobs è stato soprattutto un capitalista di rango, e come tale va considerato. Ho invece provato a ragionare e demistificare il suo modo di proporsi come una specie di guru, i suoi riferimenti culturali. Ma non è soltanto lui, Jobs è un pretesto per provare a osservare in maniera differente tutta la cultura della Silicon Valley. Quest’ultima va analizzata, studiata, per provare a toglierle di dosso una patina lucente, e infine arrivare alla sostanza di quanto arriva da laggiù».

Perché praticamente tutte le grandi techno-corporation sono americane?

«Perché Internet nasce, si sviluppa e prospera negli Stati Uniti, e precisamente in California. Quasi tutte le techno-corporation di successo sorgono dal modello americano e californiano. Certo oggi abbiamo TikTok, che è di proprietà cinese, ma che – almeno in apparenza – rappresenta un tipico prodotto della Silicon Valley. Da quelle parti c’è tutto: università, venture capital, ci sono forti legami con l’industria militare, c’è Hollywood che ha quella familiarità con il racconto che è utile per creare un mito. Il mito della Silicon Valley. Le techno-corporation non potevano che nascere lì, perché quel terreno è fecondo per questo genere di iniziative. Nessun altro luogo al mondo è capace di sviluppare una tale mirabile sintesi».

Quale è il rapporto fra le techno corporation e l’apparato militare americano?

«Un rapporto che non nasce oggi. Internet stessa è figlia delle Università e dell’apparato militare. Senza i finanziamenti dei militari non ci sarebbe Internet per come la conosciamo oggi. E nel corso del tempo questo rapporto si è andato solidificando. Basti pensare al racconto di Edward Snowden e a quanto ha rivelato sul rapporto tra le grandi techno-corporation e le varie agenzie preposte alla sicurezza negli Stati Uniti. Credo sia molto utile e istruttivo il suo libro, come pure leggere – con grande attenzione – la parte de Il capitalismo della sorveglianza di Zuboff in cui racconta dei legami più recenti tra il Dipartimento della Difesa USA e le grandi techno-corporation, a partire da Google».

Non vede molto positivamente l’esposizione costante di sentimenti, del corpo e della privacy delle persone in rete a cominciare dai neonati. Molti dicono che non c’è nulla di male e in fondo così si possono condividere a tutti le gioie e le tristezze della vita.

«Quando un neonato, o un bambino ha espresso il suo consenso a essere esibito di fronte a centinaia di sconosciuti? Quando ha dato consapevolmente il suo assenso a comparire nelle foto che i genitori mostrano a centinaia di persone? Ci siamo mai fermati a riflettere sul valore della cosiddetta condivisione? Prima dell’invenzione dei social network una persona avrebbe mostrato le foto delle proprie vacanze a centinaia di sconosciuti sull’autobus o per strada? Siamo sicuri che corrisponda al vero significato di questo sostantivo? Non potrà essere che invece di condividere – esattamente come richiesto dalla progettazione degli smartphone – pubblichiamo le foto per ricevere apprezzamenti? Quando una persona dice che non c’è nulla di male a condividere un contenuto, sarà sufficiente porre queste domande per vederla vacillare almeno in una risposta».

Lei lavora nel campo del digitale per aziende e istituzioni, come si conciliano le sue idee fortemente critiche sul digitale e il suo lavoro?

«Non credo ci sia una relazione tra queste due cose. Io non critico il “digitale”, non critico l’esistenza stessa di Internet, che anzi considero una delle più importanti rivoluzioni che l’umanità abbia mai espresso, al pari dell’invenzione della ruota. La mia critica si rivolge a come alcune aziende abbiano piegato, stravolto e sfruttato questa grande rivoluzione per i loro obiettivi commerciali e di dominio nell’ambito dell’intelligenza artificiale. La storia di come Internet è evoluta negli ultimi vent’anni è quindi il più grande tradimento rispetto alle motivazioni originarie di quella straordinaria rivoluzione della conoscenza e della comunicazione».

Sembra che la povertà spirituale delle persone sia accentuata dalla sempre maggior invasione delle techno-corporation nella nostra vita, ma perché secondo lei permettiamo che avvenga tutto ciò?

«Onestamente non so dare una risposta a questa domanda, è una delle ragioni per cui continuo a occuparmi di questi temi. Mi preoccupa molto vedere l’inconsapevolezza di molti, la leggerezza di quasi tutti».

Afferma che la rete non è un mezzo di comunicazione. Affermazione forte quasi blasfema che va contro l’opinione comune, come mai questa opinione?

«Non è un’affermazione blasfema, considerare la rete un mezzo di comunicazione è semplicemente un errore. Non si trova lavoro, non si fa politica, non si conoscono persone, non si commettono reati, non si fa la guerra, dentro un mezzo di comunicazione. Tutte queste azioni si compiono in uno spazio, quello spazio è la rete».

Abbiamo praticamente regalato tutta la nostra vita, la nostra privacy e i nostri dati a persone che invece alla loro privacy ci tengono molto e che magari non fanno usare internet ai propri figli fino a una certa età, gli proibiscono lo smartphone, etc.  Sanno esattamente i rischi di quello che vendono ma sono bravissimi a venderlo. Come spiega questa loro dualità?

«C’è un problema etico enorme. Quello che lei dice è vero. Jobs non faceva utilizzare i device alla figlia, e molti grandi manager della Silicon Valley fanno lo stesso. Credo ci sia un enorme deficit etico da parte di un gruppo di persone che ha costruito nel tempo un colossale potere e quindi una colossale responsabilità, e che tuttavia si disinteressa completamente degli effetti di questo potere».

Le techno-corporation hanno raggiunto ricchezze stellari e un controllo pressochè totale della rete, è possibile una inversione di tendenza?

«Non credo ci sia una possibile inversione di tendenza. Non volontaria, quantomeno. Dobbiamo aspettare che le tante inchieste nate negli Stati Uniti chiudano le loro istruttorie per capire se il potere giudiziario deciderà di porre un freno allo strapotere delle techno-corporation».

A differenza di molti altri libri scritti sull’argomento, lei si sofferma su di un aspetto molto importante e cioè di tutta la naturalità, spontaneità, memoria e altri elementi che ci contraddistinguono come esseri umani che stiamo perdendo nell’uso ormai totalizzante dei dispositivi digitali. Perché fa queste riflessioni?

«Ho scritto questo libro per scrivere il capitolo sulla memoria. La memoria mi sembra una funzione essenziale del nostro esseri umani e proprio la memoria mi sembra una delle funzioni più a rischio. Non perché dimenticheremo tutto, ma perché stiamo già smettendo di esercitarla. Google rappresenta un outsourcing delle nostre funzioni di memoria e quando non ricordiamo qualcosa il motore di ricerca sta lì ad aiutarci. Credo sia doveroso riflettere su tutto questo».

Ci sono molti fan  di Big Data, Internet delle cose, intelligenza artificiale, Blockchain che vogliono cablare l’intero mondo in una sorta di realtà orwelliana amplificata alla massima potenza, come vede questo fenomeno?

«Ormai abitiamo uno spazio digitale in cui non solo noi dialoghiamo con i dispositivi, ma i dispositivi dialogano tra di loro. Abitiamo l’infosfera per usare il titolo di un saggio importante del filosofo italiano Luciano Floridi. Il problema è come progettata e utilizzata questa tecnologia che ci avvolgerà. Non è vero che la tecnologia è neutra, non esiste alcuna tecnologia neutra. È una sciocchezza. Utilizziamo le tecnologie in considerazione di come sono state pensate, progettate e realizzate. Il loro design influenza il nostro modo di servircene, oppure – ecco il rischio – il modo in cui le tecnologie utilizzeranno l’uomo per altri scopi».

Parla dei cellulari e dispositivi digitali che ci levano tempo e ci fanno vivere praticamente come zombies, ma quali alternative propone visto che sembra che il digitale sia qualcosa da cui non si può prescindere.

«Non propongo alternative, perché non ci sono alternative all’utilizzo della rete e al suo sfruttamento per molte e positive attività dell’uomo. Ma Internet non è Google, non è Facebook, non è Microsoft. Questo è un errore comune, si scambia la rete per alcune aziende. Non è così, e loro godono di questa confusione. Ma la rete è – ancora – una infrastruttura, uno spazio, in cui ci sono diversi soggetti. Alcuni di questi soggetti hanno conquistato troppo potere. Possiamo tranquillamente vivere senza lo strapotere di Google. Non possiamo vivere senza immaginare effetti drammatici se dovessimo pensare alla scomparsa di Internet dal pianeta».

I social network sono stati spesso citati come esempio positivo per agevolare la presa di coscienza delle persone, si citano le primavere arabe, occupy wall street, rivolte varie e anche il movimento dei giovani Fridays for Future. Nella realtà però la situazione non solo non è migliorata ma semmai peggiorata. Non sarà che i social sono un bluff e non emancipano o liberano proprio nessuno, avendo come unico obiettivo il profitto non certo la liberazione dei popoli?

«L’alternativa non è tra i social come bluff o come strumento per la liberazione dei popoli. I social sono come le strade, ma strade private, di proprietà di qualcuno. In un momento preciso della storia dei social network qualcuno è riuscito a utilizzare queste strade per diffondere il proprio messaggio politico. Molti ci riescono ancora oggi. Gli esempi di Fridays for future, delle Sardine in Italia vanno in questa direzione. Saper stare e saper usare una comunicazione efficace nei social rappresenta una condizione essenziale per la politica odierna. D’altronde sarebbe illogico ignorare un social network come Facebook che in Italia ha oltre 31 milioni di utenti, più di metà della popolazione. La politica ambisce a parlare alle persone, le persone stanno nei social network come stanno nelle strade».

Fonte: Il Cambiamento

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