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Charles Eisenstein: L’Incoronazione

L’incoronazione.

Aprile 2020
Traduzione cooperativa a cura di Paola Calogero, Riccardo Colifani, David Margiotta, Mark Meer, Marco Pianalto, Debora T. Stenta, Anthony Trahair, e David Hauser. Esiste una versione inglese di questo saggio di Charles Eisenstein.

Per anni, la normalità è stata tirata quasi fino al punto di rottura, una corda sempre più tesa, in attesa della beccata del cigno nero[1] che la spezzasse in due. Ora che la fune si è spezzata, cosa facciamo: leghiamo di nuovo le estremità insieme, o sciogliamo le sue frange penzolanti per vedere che cosa potremmo tessere con esse?

Il Covid-19 ci sta mostrando che quando l’umanità è unita in una causa comune, è possibile un cambiamento straordinariamente rapido. Nessuno dei problemi del mondo è tecnicamente difficile da risolvere; essi hanno origine in un disaccordo umano. Quando c’è coerenza, i poteri creativi dell’umanità sono illimitati. Qualche mese fa, la proposta di fermare i viaggi aerei commerciali sarebbe sembrata insensata. Lo stesso vale per i cambiamenti radicali che stiamo facendo nel nostro comportamento sociale, nell’economia e nel ruolo che il governo ha nella nostra vita. Il Covid dimostra il potere della nostra volontà collettiva quando siamo d’accordo su ciò che è importante. Cos’altro potremmo ottenere agendo in coerenza? Cosa vogliamo raggiungere e quale mondo creeremo? Questa è sempre la domanda che segue quando qualcuno si risveglia al proprio potere.

Il Covid-19 è come un intervento di riabilitazione che rompe la presa della normalità, quella presa che crea dipendenza. Interrompere un’abitudine significa renderla visibile; significa trasformarla da una compulsione a una scelta. Quando la crisi si placherà, potremmo avere occasione di chiederci se vogliamo tornare alla normalità, o se potrebbe esserci qualcosa che abbiamo visto, durante questa pausa nelle routine, che vogliamo portare nel futuro. Potremmo chiederci, dopo che così tanti hanno perso il lavoro, se tutti quei mestieri sono quelli di cui il mondo ha più bisogno, e se il nostro lavoro e la nostra creatività potrebbero essere meglio applicati altrove. Potremmo chiederci, dopo averne fatto a meno per un po’, se abbiamo davvero bisogno di così tanti viaggi aerei, vacanze a Disneyworld o fiere campionarie. Quali parti dell’economia vorremmo ripristinare e quali parti potremmo scegliere di lasciare andare? E ancora, spostandoci in un ambito più oscuro, su quali delle cose che ci vengono adesso sottratte (libertà civili, libertà di aggregazione, sovranità sui nostri corpi, raduni di persona, abbracci, strette di mano e vita pubblica) avremo bisogno di esercitare intenzionalmente la nostra volontà, personale e politica, affinché ci vengano restituite?

Per gran parte della mia vita ho avuto la sensazione che l’umanità si stesse avvicinando a un bivio. La crisi, il crollo, la rottura erano sempre imminenti, proprio dietro l’angolo, ma non arrivavano mai. Immagina di percorrere una strada, e più avanti lo vedi, vedi il bivio. È appena sopra la collina, dietro la curva, oltre i boschi. Quando arrivi sulla cima della collina vedi che ti sbagliavi, era un miraggio, era più lontano di quanto pensassi. Continui a camminare. A volte lo vedi, a volte scompare dalla vista e sembra che la strada continui per sempre. Forse non c’è un bivio. No, eccolo di nuovo! Sembra sempre quasi qui. Non è mai qui.

Ora, all’improvviso, facciamo una curva ed eccolo di fronte a noi. Ci fermiamo, stentiamo a credere che stia succedendo ora, dopo anni in cui siamo stati obbligati a stare sulla strada dei nostri predecessori, stentiamo a credere di avere finalmente una scelta. Abbiamo ragione a fermarci, sbalorditi dalla novità della nostra situazione. Ci sono centinaia di percorsi che si irradiano davanti a noi. Alcuni conducono nella stessa direzione in cui siamo già stati diretti. Alcuni portano all’inferno sulla terra. E alcuni portano a un mondo più sano e più bello di quanto abbiamo mai osato credere che fosse possibile.

Scrivo queste parole con l’obiettivo di stare qui insieme a te – frastornato, forse spaventato, ma anche con un senso di nuova possibilità – in questo punto in cui i sentieri divergono. Osserviamo alcuni di essi e vediamo dove conducono.

* * *

La scorsa settimana ho sentito questa storia da un’amica. Era in un alimentari e ha visto una donna singhiozzare nel corridoio. Trasgredendo le regole di distanziamento sociale, è andata dalla donna e l’ha abbracciata. “Grazie”, ha detto la donna, “è la prima volta che qualcuno mi abbraccia negli ultimi dieci giorni”.

Stare senza abbracci per alcune settimane sembra un piccolo prezzo da pagare se questa misura riuscirà ad arginare un’epidemia che potrebbe costare milioni di vite. Vi è una motivazione importante per il distanziamento sociale nel breve termine: prevenire un’improvvisa ondata di casi di Covid che travolga il sistema medico. Vorrei porre tale motivazione in un contesto più ampio, soprattutto se guardiamo in una prospettiva a lungo termine. Per evitare di istituzionalizzare la distanza e di ricostruire la società attorno ad essa, cerchiamo di essere consapevoli di quale scelta stiamo facendo e perché.

Lo stesso vale per gli altri cambiamenti che accadono intorno all’epidemia di coronavirus. Alcuni commentatori hanno osservato come si inseriscano perfettamente in un programma di controllo totalitario. Un pubblico spaventato accetta riduzioni delle libertà civili che altrimenti sarebbero difficili da giustificare, come il monitoraggio costante dei movimenti di ognuno, le cure mediche forzate, la quarantena involontaria, le restrizioni ai viaggi e alla libertà di aggregazione, la censura di ciò che le autorità ritengono essere disinformazione, la sospensione dell’habeas corpus e l’utilizzo di sorveglianza militare per i civili. Molti di questi provvedimenti erano in corso prima del Covid-19; fin dal suo avvento, sono stati irrefrenabili. Lo stesso vale per l’automazione del commercio, il passaggio dalla partecipazione a sport e intrattenimento alla visione su schermo, la migrazione della vita dagli spazi pubblici a quelli privati, il passaggio dalle scuole locali all’istruzione online, il declino dei negozi fisici, e il trasferimento del lavoro umano e del tempo libero sugli schermi. Il Covid-19 sta accelerando tendenze politiche, economiche e sociali preesistenti.

A breve termine, tutto quanto menzionato sopra è giustificato dal fatto di appiattire la curva (la curva di crescita epidemiologica); tuttavia stiamo anche sentendo parlare molto di una “nuova normalità”; vale a dire, le modifiche potrebbero non essere affatto temporanee. Poiché la minaccia di una malattia infettiva, come la minaccia del terrorismo, non scompare mai, le misure di controllo possono facilmente diventare permanenti. Se stessimo andando comunque in questa direzione, significherebbe che l’attuale giustificazione deve far parte di un impulso più profondo. Analizzerò questo impulso in due parti: il riflesso del controllo e la guerra alla morte. Una volta compresi questi aspetti dell’impulso, emerge un’opportunità iniziatica, che stiamo già vedendo sotto forma della solidarietà, della compassione e della cura che il Covid-19 ha ispirato.

Il riflesso del controllo

Al momento in cui scrivo, le statistiche ufficiali dicono che circa 25 mila persone sono morte per il Covid-19. Quando avrà fatto il suo corso il bilancio delle vittime potrebbe essere dieci o cento volte più grande, o persino mille volte, se le ipotesi più allarmistiche si avverassero. Ognuna di queste persone ha dei cari, ha famiglia e degli amici. La compassione e la coscienza ci chiamano a fare il possibile per evitare inutili tragedie. Questo mi tocca da vicino: la mia carissima ma fragile madre è tra i più vulnerabili a una malattia che uccide soprattutto gli anziani e gli infermi.

Quali saranno i numeri finali? È impossibile rispondere a questa domanda nel momento in cui scrivo. I primi rapporti erano allarmanti; per settimane il numero ufficiale di Wuhan, diffuso ininterrottamente dai media, è stato uno scioccante 3,4%. Ciò, unito alla sua natura altamente contagiosa, indicava decine di milioni di morti in tutto il mondo, o addirittura fino a 100 milioni. Più recentemente le stime sono precipitate, in quanto è diventato evidente che la maggior parte dei casi sono lievi o asintomatici. Siccome i test sono stati deviati verso i malati gravi, il tasso di mortalità è apparso artificialmente alto. In Corea del Sud, dove sono state testate centinaia di migliaia di persone con sintomi lievi, il tasso di mortalità riportato è di circa l’1%. In Germania, i cui test si estendono anche a persone con sintomi medi, la fatalità è circa 0,4%. Un articolo recente nella rivista “Science” sostiene che l’86% degli casi delle infezioni non è stato documentato, il che indica un tasso di mortalità molto inferiore rispetto a quello attuale nel mondo.

La storia della nave da crociera Diamond Princess rafforza questo punto di vista. Delle 3711 persone a bordo, circa il 20% è risultato positivo al virus; meno della metà aveva sintomi, e otto sono morti. Una nave da crociera è un ambiente perfetto per il contagio, e c’era tempo sufficiente perché il virus si diffondesse a bordo prima che qualcuno potesse fare qualcosa, eppure soltanto un quinto era infetto. Inoltre, la popolazione era altamente tendente verso l’età anziana (come la maggior parte delle navi da crociera): quasi un terzo dei passeggeri aveva più di 70 anni, e più della metà aveva più di 60. Un gruppo di ricerca, considerando il gran numero di casi asintomatici, ha concluso che il vero tasso di mortalità in Cina si aggira attorno allo 0,5%, che è ancora cinque volte superiore all’influenza. Basandomi su quanto sopra (e calcolando una demografia molto più giovane in Africa e in Asia del Sud e Sud-est) la mia stima è attorno a 200-300mila morti negli Stati Uniti (di più se il sistema sanitario è sopraffatto, di meno se le infezioni sono dilatate nel tempo) e 3 milioni globalmente. Sono cifre serie. Il mondo non viveva qualcosa di simile dalla pandemia dell’influenza di Hong Kong nel 1968/9.

Le mie ipotesi potrebbero facilmente differire dal reale di un ordine di grandezza. Ogni giorno i media riportano il numero totale dei casi di Covid-19, ma nessuno ha idea di quale sia il numero reale, perché soltanto una minima parte della popolazione è stata testata. Se decine di milioni avessero il virus, in modo asintomatico, non lo sapremmo. A complicare ulteriormente la questione è il numero elevato di falsi positivi per i test fatti, forse fino all’80%. (Vedi qui per incertezze ancora più allarmanti sull’accuratezza dei test). Ripeto: nessuno sa cosa sta succedendo veramente, io compreso. Rendiamoci consapevoli di due tendenze contraddittorie nelle vicende umane. La prima è la tendenza dell’isteria a nutrirsi di se stessa, a escludere dati che non fanno il gioco della paura, e a creare un mondo a sua immagine. La seconda è la negazione, il rifiuto irrazionale delle informazioni che potrebbe interrompere la normalità e il comfort. La nota domanda di Daniel Schmactenberger è: “Come fai a sapere che quello che credi è vero?”.

Di fronte all’incertezza, mi piacerebbe fare una previsione: la crisi si svolgerà in un modo che non sapremo mai. Se il tasso finale delle morti, che sarà esso stesso oggetto di discussione, sarà inferiore a quanto temuto, alcuni diranno che è perché i controlli hanno funzionato. Altri diranno che è perché la malattia non era così pericolosa come ci era stato detto.

Per me, l’enigma più sconcertante è perchè al momento in cui scrivo non sembrano esserci nuovi casi in Cina. Il governo ha avviato il blocco ben dopo che il virus si era ben radicato. Avrebbe dovuto diffondersi ampiamente durante il Capodanno Cinese, dove ogni aereo, treno, e bus è pieno di gente che viaggia in tutto il paese. Cosa sta succedendo qui? Di nuovo, non lo so, e neanche tu.

Che i morti mondiali finali siano 50 mila, 500 mila o 5 milioni, guardiamo altri numeri per avere un po’ di prospettiva. Il mio punto NON è che il Covid non è poi così male e non dovremmo fare nulla. Dammi un attimo e ti spiego. L’anno scorso, secondo la FAO, 5 milioni di bambini in tutto il mondo sono morti di fame (tra i 162 milioni che hanno disturbi della crescita e i 51 milioni che sono in stato di degrado). Si tratta di un numero 200 volte maggiore di persone rispetto a quelle che sono morte finora per il Covid-19, eppure nessun governo ha dichiarato uno stato di emergenza o chiesto di modificare radicalmente il nostro stile di vita per salvarle. Né vediamo un livello paragonabile di allarme e azione in relazione al suicidio, la punta dell’iceberg della disperazione e della depressione, che ogni anno uccide oltre un milione di persone nel mondo e 50 mila negli USA. Oppure le overdosi di droga, che uccidono 70 mila persone negli USA, l’epidemia autoimmune, che colpisce da 23,5 milioni (cifra dell’Istituto Nazionale della Sanità) a 50 milioni (Associazione Americana Malattie Autoimmuni) di persone, oppure l’obesità, che affligge oltre 100 milioni di persone. Perché non abbiamo la stessa frenesia per evitare la catastrofe nucleare o il collasso ecologico ma, al contrario, perseguiamo scelte che ingigantiscono questi pericoli?

Per favore, il punto qui non è che non avendo cambiato nulla per impedire ai bambini di morire di fame, allora non dovremmo cambiare nulla nemmeno per il Covid. È il contrario: se possiamo cambiare così radicalmente per il Covid-19, possiamo farlo anche per queste altre condizioni. Chiediamoci perché siamo riusciti a unificare la nostra volontà collettiva per arginare questo virus, ma non per affrontare altre gravi minacce all’umanità. Perché, fino ad ora, la società è stata così congelata nella sua traiettoria esistente?

La risposta è rivelatrice. Semplicemente, di fronte alla fame nel mondo, alla dipendenza, all’autoimmunità, al suicidio, o al collasso ecologico, noi come società non sappiamo cosa fare. Le nostre risposte automatiche alla crisi, che sono tutte versioni del controllo, non sono molto efficaci per affrontare queste condizioni. Ora arriva un’epidemia contagiosa, e finalmente ci attiviamo di slancio. È una crisi per la quale il controllo funziona: quarantene, blocchi, isolamento, lavaggio delle mani, controllo del movimento, controllo dell’informazione, controllo dei nostri corpi. Ciò rende il Covid un comodo ricettacolo per le nostre paure indefinite, un luogo dove incanalare il nostro crescente senso di impotenza di fronte ai cambiamenti che prendono il sopravvento nel mondo. Il Covid-19 è una minaccia che sappiamo come affrontare. A differenza di altre nostre paure, il Covid-19 offre un piano.

Le istituzioni assodate della nostra civiltà sono sempre più impotenti a incontrare le sfide dei nostri tempi. Come accolgono una sfida che finalmente riescono ad affrontare. Quanto sono entusiaste nell’abbracciarla come una crisi di primaria importanza. Quanto sia naturale che i loro sistemi di gestione dell’informazione scelgono le immagini più allarmanti. Con quanta facilità il pubblico si unisce al panico, abbracciando una minaccia che le autorità riescono a gestire come delega delle varie minacce indicibili che loro non riescono a gestire.

Oggi, la maggior parte delle nostre sfide non soccombe più alla forza. I nostri antibiotici e la nostra chirurgia non riescono a far fronte alle crescenti crisi di autoimmunità, dipendenza e obesità. Le nostre armi e bombe, costruite per conquistare eserciti, sono inutili per sradicare l’odio all’estero o tenere la violenza domestica fuori delle nostre case. La nostra polizia e le nostre prigioni non riescono a curare le condizioni in cui prospera il crimine. I nostri pesticidi non riescono a ripristinare il suolo rovinato. Il Covid-19 ricorda i bei vecchi tempi in cui le malattie infettive si arresero alla medicina moderna e all’igiene, i Nazisti si arresero alla macchina della guerra, e la natura stessa si arrese, o così sembrò, alla conquista e al miglioramento tecnologico. Ricorda i giorni in cui le nostre armi funzionavano e il mondo sembrava davvero migliorare con ogni tecnologia di controllo.

Quale tipo di problema soccombe al dominio e al controllo? Il tipo di problema causato da qualcosa dall’esterno, qualcosa di “Altro”. Quando la causa del problema è qualcosa di intimo in noi stessi, come i senzatetto o la disuguaglianza, la dipendenza o l’obesità, non c’è nulla contro cui combattere. Potremmo tentare di creare un nemico, dando la colpa, per esempio, ai miliardari, a Vladimir Putin, o al diavolo, ma poi perdiamo l’informazione chiave, come, tanto per cominciare, le condizioni di base che permettono ai miliardari (o al virus) di moltiplicarsi.

Se c’è una cosa in cui la nostra civiltà è brava, è la lotta contro un nemico. Diamo il benvenuto alle opportunità che ci consentono di fare ciò in cui siamo bravi, che dimostrano la validità delle nostre tecnologie, sistemi e visione del mondo. E allora, fabbrichiamo nemici, e poniamo problemi come il crimine, il terrorismo e la malattia in termini di “noi-contro-loro”, mobilitando le nostre energie collettive verso quegli sforzi che possono essere visti in quel modo. Quindi, individuiamo il Covid-19 come un appello alle armi, riorganizzando la società come se fosse uno sforzo bellico, trattando come normale la possibilità di una catastrofe nucleare, di un collasso ecologico e di 5 milioni di bambini che muoiono di fame.

Le teorie del complotto

Dato che il Covid-19 sembra giustificare molti punti della “lista dei desideri” del totalitarismo, alcuni pensano si tratti di un deliberato gioco di potere. Non è mio obiettivo avanzare né rigettare tale ipotesi, tuttavia offrirò alcuni commenti. Innanzitutto una breve visione generale.

Le teorie (ve ne sono tante varianti) parlano di “Event 201” (promosso da Gates Foundation, CIA, etc. lo scorso Settembre), e di un Libro Bianco (documento ufficiale) della Rockefeller Foundation del 2010, che descrive uno scenario chiamato “Lockstep” (che più o meno significa “rispetto ferreo delle procedure”), i quali definiscono la risposta autoritaria ad un’ipotetica pandemia. Osservano che le infrastrutture, la tecnologia e la struttura legislativa di legge marziale sono state preparate per molti anni. Tutto ciò che serviva, sostengono, era un modo per farlo accettare al pubblico, ed è arrivato. Che i controlli attuali siano o no permanenti, è stato creato un precedente per:

  • Il monitoraggio permanente degli spostamenti delle persone (a causa del coronavirus)
  • La sospensione della libertà di assembramento (a causa del coronavirus)
  • La sorveglianza militare dei civili (a causa del coronavirus)
  • Detenzione indefinita, extragiudiziaria (a causa del coronavirus)
  • La messa al bando del denaro liquido (a causa del coronavirus)
  • La censura della Rete (per combattere la disinformazione, a causa del coronavirus)
  • L’obbligo di vaccinazione e altri trattamenti medici, stabilendo la sovranità dello stato sui nostri corpi (a causa del coronavirus)
  • La classificazione di attività e destinazioni in espressamente permesse ed espressamente proibite (puoi uscire di casa per questo, ma non per quello), eliminando la zona grigia di non-sorveglianza e non-giurisdizione. Questa totalità, è la vera essenza del totalitarismo. Pur necessaria ora, a causa di… beh, del coronavirus.

Questo è oro colato per le teorie complottiste. Per quanto ne so, una di queste teorie potrebbe essere vera; ad ogni modo, la stessa successione di eventi potrebbe derivare da una tendenza inconscia del sistema verso un controllo sempre crescente. Da dove viene questa tendenza? È intessuta nel DNA della civilizzazione. Per millenni, la civilizzazione (al contrario delle culture tradizionali su piccola scala) ha concepito il progresso come estensione del controllo sul mondo: addomesticare il selvatico, conquistare i barbari, governare le forze della natura e strutturare la società secondo legge e ragione. L’ascesa del controllo è accelerata con la Rivoluzione Scientifica, che ha portato il “progresso” a nuove vette: la strutturazione della realtà in categorie e quantità oggettive, la dominazione della materia con la tecnologia. Infine, le scienze sociali hanno promesso di usare gli stessi mezzi e metodi per realizzare l’ambizione (che riporta a Platone e Confucio) di architettare una società perfetta.

Coloro che amministrano la civiltà accoglieranno dunque ogni opportunità di rafforzare il loro controllo perché, dopotutto, è al servizio di una grandiosa visione del destino umano: un mondo perfettamente in ordine, dove malattie, crimini, povertà, e magari la sofferenza stessa possano essere, da progetto, eliminate dall’esistenza. Non servono motivazioni formali. Certamente vorrebbero tenere traccia di ognuno: fare del loro meglio per assicurare il bene comune. Per loro, il Covid-19 dimostra quanto ciò sia necessario. “Possiamo permetterci libertà democratiche alla luce del coronavirus?”, chiedono. “Dobbiamo, ora, necessariamente, sacrificarle per la nostra stessa sicurezza?”. Suona familiare, dato che ha accompagnato altre crisi nel passato, come l’11 Settembre.

Per fare una metafora, immagina un uomo con un martello che va in giro in cerca di una ragione per usarlo. Improvvisamente vede un chiodo che spunta. Da molto tempo era in cerca di un chiodo, e colpiva viti e bulloni senza ottenere molto. Vive in un’idea del mondo in cui i martelli sono gli attrezzi migliori, e il mondo potrebbe essere reso migliore martellando sui chiodi. Ed ecco qui un chiodo! Potremmo sospettare che in questo ardore, abbia egli stesso messo lì il chiodo, ma poco importa. Forse non è neanche un chiodo quello che spunta, ma ci assomiglia abbastanza per iniziare a martellare. Quando l’attrezzo è a portata, arriverà un occasione per usarlo.

E aggiungerò, per coloro che sono inclini a dubitare delle autorità, che magari questa volta è davvero un chiodo. In quel caso, il martello è lo strumento giusto, e il principio del martello si dimostrerà il più forte, pronto ad essere utilizzato anche per la vite, il bottone, la molletta, e lo strappo.

Comunque sia, il problema qui va ben oltre il rovesciare una cricca malvagia di massoni. Anche se esistessero, date le inclinazioni della civiltà, la stessa tendenza persisterebbe senza di loro, o dei nuovi massoni nascerebbero per prendere le funzioni dei vecchi.

Vera o falsa, l’idea che l’epidemia sia un mostruoso piano perpetrato da malfattori ai danni del pubblico non è molto lontana dalla mentalità “trova-il-patogeno”. È una mentalità combattiva, una mentalità di guerra. Colloca la fonte di una malattia socio-politica in un patogeno contro il quale potremmo allora combattere, un capro espiatorio al di fuori di noi. Rischia di ignorare le condizioni che fanno della società un terreno fertile dove questo piano può attecchire. Che questo terreno sia stato seminato deliberatamente o dal vento, per me, è una domanda secondaria.

Quello che dirò ora è rilevante, sia che il Covid-19 sia un’arma batteriologica creata geneticamente, collegata alla diffusione del 5G, usata per prevenire “il risveglio”, un cavallo di Troia per il governo mondiale totalitarista, più mortale di quanto ci venga detto, meno mortale di quanto ci venga detto, originato in un laboratorio biologico a Wuhan, originato a Fort Detrick, o sia esattamente come i “Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie” e l’OMS ci hanno detto. Vale anche se si sbagliassero tutti sul ruolo del virus SARS-CoV-2 nell’attuale epidemia. Ho le mie opinioni, ma se c’è una cosa che ho imparato nel corso di questa emergenza, è che in verità non so cosa sta accadendo. Non vedo come qualcuno possa farlo, in mezzo alla furiosa confusione di notiziari, notizie false, voci di corridoio, informazioni soppresse, teorie del complotto, propaganda, storie politicizzate che riempiono la Rete. Vorrei che molta più gente accettasse il non sapere. Lo dico a entrambi, a quelli che accettano la narrativa dominante, e a coloro che si attengono a quelle che dissentono. Quali informazioni potremmo tralasciare, per mantenere integri i nostri punti di vista? Restiamo umili nelle nostre credenze: è una questione di vita o di morte.

La guerra alla morte

Mio figlio di 7 anni non vede o non gioca con un altro bambino da due settimane. Milioni di altre persone sono nella stessa barca. La maggioranza concorderebbe sul fatto che un mese senza interazione sociale per tutti quei bambini rappresenti un ragionevole sacrificio per salvare un milione di vite. Ma se invece fossero 100.000 vite? E se il sacrificio non fosse per un mese ma per un anno? O cinque anni? Persone diverse avranno opinioni diverse su tutto ciò, in base ai loro valori di riferimento.

Sostituiamo le precedenti domande con qualcosa di più personale, che apre un varco nel disumano pensiero utilitaristico che trasforma le persone in statistiche e sacrifica alcune di esse per qualcos’altro. La domanda rilevante per me è: chiederei a tutti i bambini della nazione di rinunciare a giocare per una stagione, se riducesse il rischio di morire di mia madre, o se è per questo, il rischio che io muoia? Oppure mi potrei chiedere: decreterei la fine dell’abbraccio e delle strette di mano per tutta l’umanità, se ciò mi salvasse la vita? Questo non vuol dire svalutare la vita di mia mamma o la mia, entrambe preziose. Sono grato per ogni giorno che è lei ancora con noi. Ma queste domande sollevano problemi profondi. Qual è il modo giusto di vivere? Qual è il modo giusto di morire?

La risposta a tali domande, sia che ce le poniamo riguardo a noi stessi sia rispetto alla società in generale, dipende da come consideriamo la morte e da quanto apprezziamo il gioco, il contatto e lo stare insieme, insieme alle libertà civili e alla libertà personale. Non esiste una formula semplice per bilanciare questi valori.

Nel corso della mia vita ho visto la società porre sempre più enfasi sulla sicurezza, la protezione e la riduzione del rischio. Questo ha avuto in particolare un impatto sull’infanzia: da ragazzi era normale per noi vagare per un chilometro lontani da casa senza sorveglianza, un comportamento che oggi farebbe meritare ai genitori una visita dai Servizi di Protezione dell’Infanzia. Si manifesta anche sotto forma della presenza di guanti in lattice per sempre più professioni; disinfettante per le mani ovunque; edifici scolastici chiusi, custoditi e sorvegliati; intensificazione della sicurezza aeroportuale e delle frontiere; maggiore consapevolezza della responsabilità legale e dell’assicurazione di responsabilità civile; metal detector e ispezioni prima di entrare in molte arene sportive ed edifici pubblici e così via. Portato su grande scala, tutto ciò assume la forma dello Stato di Sicurezza.

Il mantra “la sicurezza prima di tutto” deriva da un sistema di valori che rende la sopravvivenza la massima priorità e che deprezza altri valori come il divertimento, l’avventura, il gioco e lo sfidare i limiti. Altre culture avevano priorità diverse. Ad esempio, molte culture tradizionali e indigene sono molto meno protettive nei confronti dei bambini, come documentato nel classico di Jean Liedloff “Il concetto del continuum”. Consentono ai bimbi rischi e responsabilità che sembrerebbero folli alla maggior parte delle persone moderne, nella convinzione che ciò sia necessario ai bambini per sviluppare l’autosufficienza e il buon senso. Penso che la maggior parte delle persone moderne, in particolare i giovani, mantengano parte di questa volontà intrinseca di sacrificare la sicurezza per vivere pienamente la vita. La cultura circostante, tuttavia, preme incessantemente per farci vivere nella paura e ha costruito sistemi che incorporano la paura. In essi, la sicurezza è estremamente importante. Di conseguenza, abbiamo un sistema sanitario in cui la maggior parte delle decisioni si basa su calcoli di rischio e in cui il risultato peggiore possibile, quello che segna il fallimento finale del medico, è la morte. Eppure noi siamo costantemente consapevoli che la morte ci aspetta a prescindere. Una vita salvata in realtà significa una morte posticipata.

Il massimo compimento del programma di controllo della nostra civiltà sarebbe trionfare sulla morte stessa. Non essendo ciò possibile, la società moderna si accontenta di un facsimile di quel trionfo: la negazione piuttosto che la conquista. La nostra è una società basata sulla negazione della morte: lo dimostrano il suo nascondere i cadaveri, il suo feticcio per la giovinezza, il suo immagazzinare gli anziani nelle case di cura. Anche la sua ossessione per il denaro e la proprietà (vere estensioni del Sé, come indica la parola “mio/mia”) esprime l’illusione che il Sé impermanente possa essere reso permanente attraverso le sue forme di attaccamento. Tutto ciò è inevitabile data la Storia del Sé che la modernità offre: l’Individuo come essere separato in un mondo fatto di Altro. Circondato da concorrenti genetici, sociali ed economici, quel Sé deve dedicarsi a proteggere e dominare per poter prosperare. Deve fare tutto il possibile per impedire la morte, che (nella Storia della Separazione) è il totale annientamento. La scienza biologica ci ha persino insegnato che la nostra stessa natura è quella di massimizzare le nostre possibilità di sopravvivenza e riproduzione.

Ho chiesto a un amico, un medico che ha trascorso del tempo con il popolo Q’ero in Perù, se i Q’ero avrebbero (potendo) intubato qualcuno per prolungare la sua vita. “Certo che no”, ha detto. “Avrebbero convocato lo sciamano per aiutarlo a morire bene”. Morire bene (che non è necessariamente lo stesso di morire indolore) non è molto presente nel vocabolario medico di oggi. Non vengono conservati registri ospedalieri per sapere se i pazienti muoiono bene o no. Ciò non verrebbe considerato un esito positivo. Nel mondo del Sé Separato, la morte è la catastrofe finale.

Ma lo è veramente? Consideriamo questa prospettiva suggerita dalla Dott.ssa Lissa Rankin: “Non tutti vorremmo essere in terapia intensiva, isolati da persone care, attaccati a una macchina che respira per noi, a rischio di morire da soli, anche se ciò significa un possibile aumento delle nostre possibilità di sopravvivenza. Alcuni di noi potrebbero preferire essere tenuti tra le braccia dei propri cari a casa, anche se ciò significa accettare che il nostro tempo è arrivato… Ricorda, la morte non è la fine. La morte è tornare a casa”.

Quando il Sé è inteso come relazionale, interdipendente, persino inter-esistente, allora il Sé si infonde nell’Altro e l’Altro si infonde nel Sé. Comprendendo il Sé come una sede della coscienza in una matrice di relazione, non si cerca più un nemico come chiave per comprendere ogni problema, ma si cercano invece gli squilibri nelle relazioni. La guerra alla morte lascia il posto alla ricerca del vivere bene e pienamente e ci rendiamo conto che la paura della morte è in realtà paura della vita. A quanto della vita rinunciamo per poter stare al sicuro?

Il totalitarismo – la perfezione del controllo – è l’inevitabile prodotto finale della mitologia del Sé separato. Cos’altro se non una minaccia alla vita, come una guerra, meriterebbe il controllo totale? Per questo Orwell identificò nella guerra perpetua una componente cruciale del dominio del Partito.

Su questo sfondo fatto di programma di controllo, negazione della morte e Sé separato, il presupposto che la politica pubblica dovrebbe cercare di minimizzare il numero di morti è quasi fuori discussione, un obiettivo rispetto al quale altri valori come il gioco, la libertà, ecc. sono subordinati. Il Covid-19 ci offre l’occasione per ampliare questa visione. Sì, certo, consideriamo la vita sacra, più sacra che mai. La morte ci insegna proprio questo. Consideriamo ogni persona, giovane o anziana, malata o in buona salute, come l’essere sacro, prezioso, amato che è. E nel cerchio dei nostri cuori, facciamo spazio anche per altri valori sacri. Ritenere la vita sacra non significa solo vivere a lungo, vuol dire vivere bene, in modo giusto e pienamente.

Come ogni paura, la paura rispetto al coronavirus suggerisce ciò che potrebbe trovarsi al di là di essa. Chiunque abbia sperimentato la morte di una persona cara sa che la morte è un portale verso l’amore. Il Covid-19 ha portato la morte alla ribalta nella coscienza di una società che nega la morte stessa. Dall’altro lato della paura, possiamo vedere l’amore che la morte rende libero. Lasciamolo fluire. Lasciamo che saturi il terreno della nostra cultura e riempia le sue falde acquifere in modo da filtrare attraverso le crepe delle nostre istituzioni anchilosate, dei nostri sistemi e delle nostre abitudini. Anche alcune di queste cose potrebbero morire.

In quale mondo vivremo?

Quanta parte della vita vogliamo sacrificare sull’altare della sicurezza? Vogliamo vivere in un mondo in cui gli esseri umani non si radunano mai, perché questo ci mantiene più sicuri? Vogliamo indossare maschere protettive in pubblico tutto il tempo? Siamo disposti a essere esaminati dal punto di vista medico ogni volta che viaggiamo, se ciò salverà un certo numero di vite all’anno? Siamo disposti ad accettare la medicalizzazione della vita in generale, consegnando la sovranità ultima sui nostri corpi alle autorità sanitarie (a loro volta selezionate dalle autorità politiche)? Vogliamo che ogni evento si converta in un evento virtuale? Quanto siamo disposti a vivere nella paura?

L’emergenza Covid-19 alla fine si placherà, ma la minaccia di malattie infettive è permanente. La nostra risposta a questa minaccia stabilisce una rotta per il futuro. La vita pubblica, la vita comune, la vita della fisicità condivisa si stanno contraendo già da diverse generazioni. Invece di fare shopping nei negozi, riceviamo cose consegnate a casa nostra. Invece di gruppi di bambini che giocano all’aperto abbiamo appuntamenti di gioco e avventure digitali. Invece della piazza pubblica, abbiamo il forum online. Vogliamo continuare ad isolarci ulteriormente dal mondo e l’uno dall’altro?

Non è difficile immaginare, soprattutto se il distanziamento sociale ha successo, che il Covid-19 persista oltre il tempo di attesa di 18 mesi che, come ci viene comunicato, è necessario affinché il virus faccia il suo corso. Non è difficile immaginare che emergeranno nuovi virus durante quel periodo. Non è difficile immaginare che le misure di emergenza diventeranno normali (così da prevenire la possibilità di un altro focolaio), proprio come lo stato di emergenza dichiarato dopo l’11 Settembre è ancora in vigore oggi. Non è difficile immaginare che (come ci viene detto), la reinfezione sia possibile e quindi la malattia non compia mai veramente il suo corso. Ciò significa che cambiamenti temporanei nel nostro modo di vivere possono diventare permanenti.

Per ridurre il rischio di un’altra pandemia, dovremmo scegliere di vivere d’ora in poi in una società senza abbracci, senza strette di mano e dove non si può “battere il cinque”? Dovremmo scegliere di vivere in una società in cui non ci riuniamo più in massa? Concerti, competizioni sportive e festival saranno un ricordo del passato? I bambini non giocheranno più con altri bambini? Tutti i contatti umani saranno mediati da computer e maschere? Niente più lezioni di danza, niente più lezioni di karate, niente più conferenze, niente più chiese? La riduzione della possibilità di morte deve diventare lo standard con cui misurare i passi avanti? Progresso umano significa quindi separazione? È questo il futuro?

La stessa domanda si applica agli strumenti amministrativi necessari per controllare la circolazione delle persone e il flusso di informazioni. Allo stato attuale, l’intero paese si sta muovendo verso lo stato di isolamento. In alcuni paesi, è necessario stampare un modulo da un sito web del governo per uscire di casa. Questo mi ricorda la scuola (dove la posizione di ognuno deve essere autorizzata in ogni momento) o la prigione. Prevediamo un futuro di “permessi per uscire in corridoio” elettronici, un sistema in cui la libertà di movimento è regolata in modo permanente dagli amministratori statali e dai loro software? Dove ogni movimento, viene seguito, consentito o proibito? E dove, sempre per la nostra protezione, le informazioni che minacciano la nostra salute (come deciso, ancora una volta, da varie autorità) sono censurate per il nostro bene? Di fronte a un’emergenza, come in uno stato di guerra, accettiamo tali restrizioni e rinunciamo temporaneamente alle nostre libertà. In modo analogo all’11 Settembre, il Covid-19 sovrasta ogni tipo di obiezione.

Per la prima volta nella storia, esistono i mezzi tecnologici per realizzare tale visione, almeno nel mondo sviluppato (ad esempio, utilizzando i dati sulla posizione del cellulare per imporre il distanziamento sociale; vedi anche questo link). Dopo un percorso di transizione accidentato, potremmo vivere in una società in cui quasi tutta la vita avviene online: shopping, meeting, intrattenimento, socializzazione, lavoro, persino gli incontri intimi. È questo ciò che vogliamo veramente? Quante vite salvate compensano tutto ciò?

Sono sicuro che molti dei controlli in vigore oggi saranno parzialmente allentati tra qualche mese. Parzialmente allentati, ma sempre pronti all’uso. Fino a quando il rischio di malattia infettiva rimane con noi, è probabile che vengano imposti di nuovo, più e più volte, in futuro, o che si ritrovino autoimposti sotto forma di abitudini. Come dice Deborah Tannen, in un suo contributo alla rivista Politico su come il coronavirus cambierà il mondo in modo permanente: “Ora siamo consapevoli che toccare oggetti, stare con altre persone e respirare l’aria in uno spazio chiuso può essere rischioso… Potrebbe diventare una seconda natura indietreggiare davanti a una stretta di mano o evitare di toccare i nostri volti, e potremmo tutti ereditare una specie Disturbo Ossessivo Compulsivo esteso a tutta la società, una situazione in cui nessuno di noi può smettere di lavarsi le mani”. Dopo migliaia di anni, milioni di anni, di tatto, contatto e convivialità, potrebbe l’apice del progresso umano essere rappresentato dal cessare tali attività perché sono troppo rischiose?

La vita è comunità

Il paradosso del programma di controllo è che il suo progresso ci porta raramente più vicini al suo obiettivo. Nonostante i sistemi di sicurezza aumentino in quasi tutte le case della classe media, le persone non sono meno ansiose e insicure di quanto fossero una generazione fa.

Nonostante le misure di sicurezza molto elaborate, nelle scuole non ci sono meno stragi con armi da fuoco; nonostante lo straordinario progresso nella tecnologia medica, le persone sono diventate meno sane negli ultimi 30 anni. Le malattie croniche proliferano, l’aspettativa di vita è stagnante, e negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ha cominciato a diminuire.

Allo stesso modo, le misure che sono state istituite per controllare il Covid-19 potrebbero finire per causare più sofferenza e morte di quanta ne prevengano. Minimizzare le morti vuol dire minimizzare le morti che sappiamo come predire e misurare. È impossibile misurare le morti aggiuntive che potrebbero arrivare a causa della depressione indotta dall’isolamento, per esempio, o dalla disperazione causata dalla disoccupazione o l’abbassamento del sistema immunitario e il deteriorarsi della salute che la paura cronica può causare.

È stato dimostrato che la solitudine e la mancanza di contatti sociali aumentano sindromi infiammatorie, depressione e demenza. Secondo la dottoressa Lissa Rankin l’inquinamento dell’aria aumenta il rischio di morte del 6%, l’obesità del 23%, l’abuso di alcol del 37% e la solitudine del 45%.

Un altro pericolo di cui non si sta tenendo conto sono l’abbassamento del sistema immunitario causato dall’igiene eccessiva e dal mantenere le distanze. Non è soltanto il contatto sociale ad essere necessario per la salute è anche il contatto con il mondo microbiologico.

Di base i microbi non sono i nostri nemici ma sono i nostri alleati per la salute. Un microbioma diversificato, che comprenda batteri, virus e lieviti e altri organismi, è essenziale per un sistema immunitario ben funzionante e la sua diversità si mantiene grazie al contatto con altre persone e con l’ambiente vitale.

Un lavaggio di mani eccessivo, un abuso di antibiotici, una pulizia asettica e la mancanza di contatto umano, potrebbero fare più male che bene. Le allergie che ne potrebbero derivare e i disordini autoimmuni potrebbero essere peggio delle infezioni preesistenti. A livello sociale e biologico la salute deriva dal vivere in comunione. La vita non prospera in isolamento.

Guardare il mondo in termini di “noi contro di loro” ci rende ciechi all’evidenza che vita e salute esistono solo in una dimensione comunitaria. Per prendere l’esempio delle malattie infettive, non stiamo guardando oltre il “cattivo patogeno” e non ci stiamo chiedendo quale sia il ruolo del virus nel microbioma. (vedere anche qui). Quali sono le condizioni del corpo nella quali un virus dannoso prolifera? Perché alcune persone hanno sintomi lievi e altre molto gravi (oltre alla falsa spiegazione onnicomprensiva della “bassa resistenza”)? Che ruolo positivo potrebbero avere influenza, raffreddori (e altre malattie non letali) per il mantenimento della salute?

Il paradigma della Guerra ai Germi porta risultati simili a quelli della Guerra al Terrorismo, Guerra al Crimine, Guerra alle Erbe Infestanti e alle innumerevoli guerre che combattiamo a livello politico e interpersonale. Prima di tutto, genera una guerra senza fine; secondo, distrae l’attenzione dalle condizioni di fondo che alimentano la malattia, il terrorismo, il crimine, le erbe infestanti e il resto.

Nonostante i continui proclami dei politici che sostengono di utilizzare la guerra a fini di pace, la guerra inevitabilmente alimenta ulteriore guerra. Bombardare paesi per uccidere i terroristi non solo ignora le condizioni di fondo che portano al terrorismo, ma esaspera tali condizioni. Rinchiudere criminali non soltanto ignora le condizioni che alimentano il crimine ma genera proprio tali condizioni, nel momento in cui rompe legami famigliari e comunitari e consegna i carcerati alla criminalità.

Regimi di antibiotici, vaccini, antivirali e altre medicine abbattono completamente l’ecologia del corpo, che è il fondamento di una forte immunità. E oltre il corpo umano, le massicce campagne di irrorazione con sostanze chimiche avviate per Zika, febbre Dengue e adesso Covid-19 provocheranno danni inimmaginabili sugli ecosistemi naturali. Qualcuno ha considerato quali saranno gli effetti sull’ecosistema quando lo inondiamo con sostanze antivirali? Una strategia del genere, che è stata applicata in molti luoghi in Cina ed India, è soltanto pensabile da una mentalità basata sulla separazione, che non capisce che i virus sono parti integranti della rete della vita.

Per comprendere il punto riguardo alle condizioni di base consideriamo alcune statistiche di mortalità dall’Italia (dal suo Istituto Nazionale di Sanità) basate sull’analisi di centinaia di casi di Covid-19. Fra quelli analizzati meno dell’1% erano privi di condizioni di malattia cronica importante. Il 75% circa era affetto da ipertensione, il 35% da diabete, il 33% da ischemia cardiaca, il 24% da fibrillazione atriale, il 18% da carente attività dei reni, piú altre condizioni che non ho saputo decifrare dal report italiano. Quasi la metà dei decessi avevano tre o piú di queste serie patologie pregresse. Gli americani, afflitti da obesità, diabete e altre disfunzioni croniche, sono almeno altrettanto vulnerabili degli italiani. Dovremmo quindi incolpare il virus (che ha ucciso poche altre persone in salute), o dovremmo incolpare le condizioni di pessima salute preesistenti? Ecco di nuovo applicabile l’analogia con la corda troppo tirata. Milioni di persone nel mondo moderno sono in un precario stato di salute, aspettando qualcosa che normalmente sarebbe insignificante, per ritrovarsi nell’aldilà. Certamente, nel breve periodo, vogliamo salvare loro la vita, il pericolo è perderci in un’infinita sequela di “brevi periodi”, combattendo una malattia infettiva dopo l’altra, senza considerare mai le condizioni di fondo che hanno reso le persone cosí vulnerabili. Questo è un problema molto piú grave, perché queste condizioni di fondo non cambieranno attraverso una guerra. Non c’è un patogeno che causi il diabete e l’obesità, la dipendenza, la depressione o disturbi post-traumatici da stress. Le cause non possono essere ricondotte ad un “Altro”, un qualche virus separato da noi, di cui noi siamo le vittime.

Anche in malattie come il Covid-19, per le quali possiamo definire un virus patogeno, la questione non è semplificabile in una guerra fra la vittima e il virus. C’è un’alternativa alla “teoria dei germi”, che vede i germi come parte di un processo più ampio. Quando ci sono le giuste condizioni, questi si moltiplicano nel corpo, talvolta uccidendo, ma anche, potenzialmente, migliorando le condizioni su cui hanno proliferato, per esempio pulendo tossine accumulate, attraverso l’espulsione di muco, o (metaforicamente parlando) bruciando tossine attraverso la febbre. Chiamata a volte “teoria del terreno”, sostiene che i germi sono sintomi piuttosto che cause della malattia. Come spiega questo detto: “Il tuo pesce è malato. Teoria dei germi: isola il pesce. Teoria del terreno: pulisci la vasca”.

Una certa schizofrenia affligge la cultura contemporanea della salute. Da una parte c’è un fiorente movimento salutista che abbraccia la medicina olistica e alternativa. Sostiene l’uso di erbe, meditazione e yoga per rinforzare il sistema immunitario. Dà valore alle dimensioni emozionali e spirituali della salute, come il potere degli atteggiamenti e delle credenze verso la malattia o la guarigione. Tutto ciò sembra essere scomparso sotto lo tsunami del Covid-19, mentre la società torna alla vecchia ortodossia.

Un caso esemplare: gli agopuntori della California sono stati obbligati a chiudere l’attività, classificata come “non essenziale”. Ciò è perfettamente comprensibile dal punto di vista della virologia convenzionale. Ma, come fa osservare un agopuntore su Facebook: “Che cosa deve fare il mio paziente, col quale sto lavorando per ridurre l’uso di oppiacei contro il mal di schiena? Dovrà ricominciare ad utilizzarli”. Dal paradigma dell’autorità medica, le modalità alternative, l’interazione sociale, le classi di yoga, gli integratori e così via sono frivolezze di fronte ad un vero male causato da un vero virus. Sono relegate nell’ambito eterico di un generico “benessere”, di fronte ad una crisi. La ripresa dell’ortodossia ai tempi del Covid-19 è così intensa, che qualsiasi cosa lontanamente non convenzionale, come la vitamina C per via endovenosa, era completamente fuori dagli schemi negli Stati Uniti fino a due giorni fa (ancora abbondano articoli che smentiscono il “mito” che la vitamina C possa aiutare contro il Covid-19). Né ho mai sentito il “Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie” evangelizzare sui benefici dell’estratto di lamponi, di funghi medicinali, dell’eliminazione di zuccheri, la N-acetilcisteina, l’astragalo o la vitamina D. Non si tratta di mere speculazioni sul “benessere”, ma sono supportate da vaste ricerche e spiegazioni fisiologiche. Per esempio è stato dimostrato che la N-acetilcisteina (informazione generale, studio di controllo placebo a doppio cieco) riduce drasticamente l’incidenza e la gravità di sintomi di malattie simil-influenzali.

Come dimostrano le statistiche che ho presentato prima su malattie autoimmuni, obesità etc., l’America e il mondo moderno in genere sono di fronte ad una crisi sanitaria. La risposta è continuare a fare ciò che abbiamo sempre fatto, solo con più forza? Fino ad ora la risposta al Covid è stata il raddoppio dell’ortodossia e l’eliminazione di pratiche non convenzionali e di punti di vista dissidenti. Un’altra risposta potrebbe essere di ampliare la nostra lente ed esaminare l’intero sistema, includendo chi paga per esso, come è garantito l’accesso, come è finanziata la ricerca, ma anche espandere lo sguardo per includere campi marginali come le erbe mediche, la medicina funzionale e la medicina energetica. Forse possiamo cogliere questa opportunità per rivalutare le teorie prevalenti sulla salute, la malattia, il corpo. Sì, proteggiamo il pesce malato nel miglior modo possibile, adesso, ma magari la prossima volta non saremo costretti a isolare e somministrare farmaci a così tanti pesci, se possiamo pulire la vasca.

Non sto dicendo di correre fuori ora a comprare la N-acetilcisteina o altri integratori, nè che dovremmo, come società, repentinamente cambiare la nostra strategia di risposta, cessando subito il distanziamento sociale e invece assumere integratori. Ma possiamo usare questa interruzione nel normale ordine delle cose, questa pausa al bivio, per scegliere consapevolmente su quale strada vogliamo incamminarci per proseguire il cammino: che genere di sistema sanitario, quale paradigma di salute, che tipo di società. Questa rivalutazione sta già accadendo, con idee, come un sistema sanitario pubblico libero negli Usa, che prendono spazio. E anche questa idea porta a nuovi bivii. Che tipo di sistema sociale dovrebbe essere universalizzato? Sarà disponibile per tutti o sarà obbligatorio per tutti? Ogni cittadino sarà un paziente, forse con un tatuaggio invisibile di un codice a barre che certifichi per ognuno l’aggiornamento di tutti i vaccini obbligatori e i check up? Così si potrà frequentare la scuola, prendere un aereo, andare al ristorante. Questo è una strada futura, disponibile per tutti.

Adesso anche un’altra opzione è possibile. Invece di raddoppiare il controllo, potremmo finalmente abbracciare il paradigma e le pratiche olistiche che sono rimaste ai margini, aspettando che il centro si dissolva, rimanendo umili, possiamo portarle al centro e costruire un nuovo sistema intorno ad esse.

L’incoronazione

C’è un’alternativa al paradiso del controllo perfetto che il nostro sistema ha perseguito fino ad ora, e recede tanto quanto più noi progrediamo, come un miraggio all’orizzonte. Sì, possiamo proseguire come prima sulla strada del massimo isolamento, esclusione, separazione, dominazione. Possiamo normalizzare altissimi livelli di separazione e controllo, credendo che siano necessari per tenerci al sicuro, e accettare un mondo in cui ci spaventiamo di stare vicini gli uni agli altri. O possiamo godere di questa pausa, questa crepa nella normalità, per rivolgerci ad un cammino di Riunione, di olismo, di recupero di connessioni perdute, di guarigione del senso di comunità e di rincontro con la rete della vita.

Raddoppiamo la protezione dell’essere separati, o accettiamo l’invito in un mondo in cui siamo tutti insieme? Non incontriamo questa domanda solo in medicina, ci viene incontro nella politica, in economia e anche nelle nostre vite private. Prendiamo per esempio il tema dell’accumulare, che incorpora l’idea “Non ce n’è abbastanza per tutti, quindi mi assicuro che ce ne sia abbastanza per me”. Un’altra risposta potrebbe essere “Alcuni non avranno abbastanza, così condivido con loro quello che possiedo”. Vogliamo sopravvivere o aiutare? A cosa serve la vita?

Su ampia scala, le persone fanno domande che fino ad ora sono rimaste appannaggio marginale degli attivisti. Cosa facciamo con i senzatetto? Con i carcerati? Nelle favelas del terzo mondo? Cosa facciamo con i disoccupati? Cosa accadrà a tutti i camerieri d’hotel, i fattorini Uber, gli idraulici, i tuttofare, gli autisti d’autobus, i cassieri, che non possono lavorare da casa? E quindi ora, finalmente, idee come la remissione dei debiti di studio o il reddito di cittadinanza, stanno emergendo. Chiederci “Come proteggiamo le fasce suscettibili al Covid?” ci invita a domandarci “Come ci prendiamo cura delle persone vulnerabili, in generale?”.

Questo è l’impulso che si agita in noi, indipendentemente dalla superficialità delle nostre opinioni sulla gravità del Covid, sulla sua origine o sulla migliore politica per affrontarlo. Ci sta dicendo “prendiamo sul serio la cura reciproca. Ricordiamo quanto siamo tutti preziosi e quanto sia preziosa la vita. Facciamo un inventario della nostra civiltà, riduciamola all’osso e vediamo se possiamo costruirne una più bella.

Mentre il Covid muove la nostra compassione, sempre più persone tra noi si rendono conto che non vogliamo tornare a una normalità che è così gravemente carente di compassione. Ora abbiamo l’opportunità di forgiare una nuova normalità più compassionevole.

C’è abbondanza di segnali incoraggianti che ciò sta accadendo. Il governo degli Stati Uniti, che è sembrato a lungo prigioniero di interessi aziendali senza cuore, ha liberato centinaia di miliardi di dollari in pagamenti diretti alle famiglie. Donald Trump, non certo noto come esempio di compassione, ha messo una moratoria su pignoramenti e sfratti. Certamente si può avere una visione cinica di entrambi questi sviluppi; essi incarnano, tuttavia, il principio della cura dei vulnerabili.

Da tutto il mondo sentiamo storie di solidarietà e guarigione. Un amico mi ha detto di aver inviato 100 dollari ciascuno a dieci sconosciuti che avevano un disperato bisogno. Mio figlio, che fino a qualche giorno fa lavorava alla Dunkin’ Donuts, ha detto che la gente dava delle mance cinque volte superiori al normale, e parliamo di persone della classe operaia, molti dei quali camionisti ispanici, a loro volta instabili economicamente. Medici, infermieri e “lavoratori essenziali” in altre professioni rischiano la vita per servire il bene pubblico. Ecco alcuni altri esempi di questa eruzione di amore e gentilezza, per gentile concessione di ServiceSpace:

Forse siamo proprio nel bel mezzo della nuova storia. Immagina l’aviazione italiana che usa Pavarotti, l’esercito spagnolo che fa atti di servizio e la polizia di strada che suona la chitarra, per dare ispirazione. Società che offrono aumenti salariali imprevisti. I canadesi che iniziano un “Pettegolezzo della Gentilezza”. Una bambina di sei anni in Australia che ha teneramente donato i suoi soldi della fatina dei denti, un’altra di terza elementare in Giappone che ha prodotto 612 mascherine e universitari che acquistano dappertutto generi alimentari per gli anziani. Cuba invia un esercito in divisa bianca (dottori) per aiutare l’Italia. Un padrone di casa che consente agli inquilini di rimanere senza pagare l’affitto, la poesia di un prete irlandese che diventa virale, attivisti disabili che producono disinfettante per le mani. Immagina. A volte una crisi rispecchia il nostro più profondo impulso: che possiamo sempre rispondere con compassione.

Come descrive Rebecca Solnit nel suo meraviglioso libro “A Paradise Built in Hell” (Un paradiso costruito all’inferno), un disastro spesso libera la solidarietà. Un mondo più bello brilla appena sotto la superficie, ed emerge ogni volta che i sistemi che lo tengono sott’acqua allentano la loro presa.

Per molto tempo noi, come collettivo, siamo rimasti impotenti di fronte a una società sempre più malata. Che si tratti di un declino della salute, del decadimento delle infrastrutture, di depressione, suicidio, dipendenza, degrado ecologico o concentrazione di ricchezza, i sintomi del malessere della civiltà nei paesi sviluppati sono evidenti, ma siamo rimasti bloccati nei sistemi e nei modelli che li causano. Ora, il Covid ci ha regalato un reset.

Davanti a noi si biforca una miriade di sentieri. Il reddito di base universale potrebbe significare la fine dell’insicurezza economica e la fioritura della creatività, dal momento che milioni di persone si sono liberate da quel lavoro che il Covid ci ha mostrato essere meno necessario di quanto pensassimo. Oppure potrebbe significare, con la decimazione delle piccole imprese, una dipendenza dallo stato per uno stipendio elargito con condizioni restrittive. La crisi potrebbe inaugurare il totalitarismo o la solidarietà; la legge marziale medica o un rinascimento olistico; maggiore paura del mondo microbico o maggiore resilienza nella partecipazione ad esso; norme permanenti di allontanamento sociale o un rinnovato desiderio di riunirsi.

Cosa può guidarci, come individui e come società, mentre camminiamo nel giardino dei sentieri che si biforcano? Ad ogni incrocio, possiamo essere consapevoli di ciò che seguiamo: paura o amore, autoconservazione o generosità. Vivremo nella paura e costruiremo una società basata su di essa? Vivremo per preservare i nostri Sé separati? Useremo la crisi come arma contro i nostri nemici politici? Queste non sono domande della serie “o tutto nero o tutto bianco”, o tutta paura o tutto amore. È che un prossimo passo nell’amore è davanti a noi. La sensazione è di osare, ma non di sconsideratezza. È un far tesoro della vita, pur accettando la morte. È la fiducia che, ad ogni passo, il prossimo diventerà visibile.

Per favore, non pensare che la scelta dell’amore sulla paura possa essere realizzata solo attraverso un atto di volontà, e che anche la paura possa essere conquistata come un virus. Il virus che affrontiamo qui è la paura, che sia la paura del Covid-19, o la paura della risposta totalitaria ad esso, e anche questo virus ha il suo terreno. La paura, insieme alla dipendenza, alla depressione e a una miriade di mali fisici, fiorisce in un terreno di separazione e trauma: trauma ereditato, trauma infantile, violenza, guerra, abuso, abbandono, vergogna, punizione, povertà e il trauma sopito e normalizzato che colpisce quasi tutti coloro che vivono in un’economia monetizzata, frequentano la scuola moderna o vivono senza comunità o connessione con il luogo. Questo terreno può essere cambiato, attraverso la guarigione dal trauma a livello personale, attraverso un cambiamento sistemico verso una società più compassionevole e trasformando la narrativa di base della separazione: il Sé separato in un mondo di Altri, io separato da te, l’umanità separata dalla natura. Essere soli è una paura primordiale e la società moderna ci ha reso sempre più soli. Ma il tempo della Riunione è qui. Ogni atto di compassione, gentilezza, coraggio o generosità ci guarisce dalla storia della separazione, perché assicura sia l’attore che il testimone che siamo insieme in tutto ciò.

Concluderò invocando un’ulteriore dimensione della relazione tra esseri umani e virus. I virus sono parte integrante dell’evoluzione, non solo degli umani ma di tutti gli eucarioti. I virus possono trasferire il DNA da organismo a organismo, a volte inserendolo nella linea germinale (dove diventa ereditario). Conosciuto come trasferimento genico orizzontale, questo è un meccanismo primario di evoluzione che consente alla vita di evolversi insieme molto più velocemente di quanto sia possibile attraverso la mutazione casuale. Come diceva Lynn Margulis, siamo i nostri virus.

E ora lascia che mi avventuri in un territorio speculativo. Forse le grandi malattie della civiltà hanno accelerato la nostra evoluzione biologica e culturale, conferendo informazioni genetiche chiave e offrendo un’iniziazione sia individuale che collettiva. E se l’attuale pandemia fosse proprio questo? Nuovi codici RNA si stanno diffondendo tra gli umani, riempiendoci di nuove informazioni genetiche; allo stesso tempo, stiamo ricevendo altri “codici” esoterici che cavalcano quelli biologici, interrompendo le nostre narrazioni e i nostri sistemi nello stesso modo in cui una malattia interrompe la fisiologia corporea. Il fenomeno segue il modello dell’iniziazione: separazione dalla normalità, seguita da un dilemma, una rottura o una disavventura, seguiti (per essere completa) da reintegrazione e celebrazione.

Ora sorge la domanda: iniziazione a cosa? Quali sono la natura e lo scopo specifici di questa iniziazione? Il nome popolare della pandemia offre un indizio: coronavirus. “Pandemia di nuovo coronavirus” significa “una nuova incoronazione per tutti”.

Possiamo già sentire il potere di chi potremmo diventare. Un vero sovrano non scappa impaurito dalla vita o dalla morte. Un vero sovrano non domina e conquista (questo è un archetipo ombra, il Tiranno). Il vero sovrano serve il popolo, serve la vita e rispetta la sovranità di tutte le persone. L’incoronazione segna l’emergere dell’inconscio nella coscienza, la cristallizzazione del caos nell’ordine, la trascendenza della costrizione nella scelta. Diventiamo i governatori di ciò che ci aveva governato. Il Nuovo Ordine Mondiale che i teorici della cospirazione temono è un’ombra della gloriosa possibilità disponibile per gli esseri sovrani. Non più vassalli della paura, possiamo portare ordine nel regno e costruire una società intenzionale sull’amore che già splende attraverso le crepe del mondo della separazione.


[1] La teoria del cigno nero è una metafora antica che esprime il concetto secondo cui un evento raro, imprevedibile e inaspettato (che può essere positivo o negativo) con un forte impatto sull’andamento della storia, è una sorpresa per l’osservatore. Una volta accaduto, l’evento viene razionalizzato solo a posteriori.

Secondo il filosofo e matematico libanese, Nassim Nicholas Taleb, la storia è piena di cigni neri e tutti seguono le stesse dinamiche. Taleb ha sviluppato la teoria filosofica del cigno nero spiegando il ruolo sproporzionato degli eventi a forte impatto, rari e difficili da prevedere rispetto a normali aspettative nell’ambito della storia, della finanza e della tecnologia.

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