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Il pericolo dell’asilo obbligatorio

Bambini allo Stato – Il pericolo dell’asilo obbligatorio

Premessa: sono felice di avere frequentato una scuola materna e di averla fatta frequentare ai miei figli. Lo sono anche i miei coetanei, pur con poche, ma rispettabili e motivate, eccezioni. Dovrei dunque rallegrarmi del fatto che il nostro governo propone in questi giorni di renderne obbligatoria la frequenza? No, anzi. La notizia mi ha fatto male, come fa male assistere a una violenza sproporzionata e gratuita.

Perché l’obbligo è una violenza: in certi casi necessaria, ma comunque tale. E nella marea di nuovi obblighi, adempimenti e sanzioni che sta salendo in questi anni sembra appunto svelarsi la trama di una società sempre più violenta nel metodo. Che non sapendo più offrire, costringe. E non sapendo convincere, impone. Perché, mi sono chiesto, un servizio ai cittadini deve trasformarsi in un dovere? Perché un diritto deve negare un altro diritto? Perché rendere odiosa e minacciosa un’occasione di crescita bene accolta da tutti? Perché farne un pretesto per accorciare il guinzaglio?

di Il Pedante

Nel cercare le risposte a queste domande, il mio malessere cresceva. In un tweet del 16 febbraio, il viceministro all’istruzione Anna Ascani spiegava che «estendere l’obbligo alla scuola dell’infanzia significa dare a tutti i bambini e alle loro famiglie più opportunità».

Pochi giorni dopo, il Corriere della Sera dava la notizia dell’«asilo obbligatorio dai tre anni» aggiungendo nel titolo: «oggi frequenta solo il 12% dei bimbi». In entrambi i casi, non bisogna essere maliziosi per capire che c’è un grosso problema: sia nel rappresentare un obbligo come il suo contrario (una «opportunità»), sia nel suggerirne l’urgenza affiancandogli a caratteri cubitali un dato inapplicabile e irrilevante.

Il «12% dei bimbi» è infatti la quota di frequenza degli asili nido, cioè dei bambini fino ai tre anni di età, mentre le scuole dell’infanzia oggetto della proposta sono già frequentate dal 92,60% dei piccoli del nostro Paese, che si colloca così al nono posto in Europa (fonte Openpolis). E non bisogna essere complottisti per capire che se si preferisce torturare la logica e la statistica invece di esporre i veri motivi – condivisibili o meno – di una scelta così drastica, quei motivi potrebbero essere poco presentabili al pubblico.

Nel cercare di approfondire la genesi e i moventi di questa idea (già introdotta due anni fa nella Francia di Macron, con gli stessi fumi dialettici), ho recuperato un altro articolo del Corriere della primavera scorsa in cui si illustravano le proposte avanzate dall’associazione Treellle per riformare il sistema scolastico italiano. Prima di soffermarci sull’identità dei propositori, anticipo che in quel caso il quotidiano nazionale spiegava in ben altri termini la scelta di rendere obbligatorio l’asilo.

«Una scuola obbligatoria con ingresso precoce (a 3 anni)», scriveva la giornalista, «… servirebbe non solo e non tanto a sollevare le famiglie ma proprio a ridurre il peso dei condizionamenti ambientali e familiari». Oh, ecco. Altro che «opportunità» e statistiche creative: il problema sarebbero «proprio» le famiglie, cioè il «peso» dell’educazione che impartiscono alle loro creature. Un «peso», quello dei valori tramandati dai genitori ai figli, evidentemente così terribile da far decidere allo Stato di mettere in salvo i piccoli affidandoli alle cure di estranei.

***

Chi è, che cosa fa l’associazione Treellle?

Già da tempo oggetto delle attenzioni del ricercatore Pietro Ratto (qui un suo commento sulla vicenda trattata in questo articolo), si presenta sul suo sito come «un vero e proprio think tank» che «si pone l’obiettivo di favorire il miglioramento della qualità dell’education (educazione, istruzione, formazione) nei vari settori e nelle fasi in cui si articola».

Fondata nel 2001, ha sede a Genova, è presieduta da Attilio Oliva, già presidente di Confindustria e membro di diverse agenzie internazionali, e vanta tra i suoi advisor ed esperti nomi importanti di giornalisti, accademici e politici di ogni schieramento. L’assemblea dei soci fondatori è una vetrina del gotha industrial-finanziario nostrano: da Fedele Confalonieri (Mediaset) a Luigi Maramotti (Max Mara), da Pietro Marzotto a Marco Tronchetti Provera, coordinati dal segretario Guido Alpa, già maestro e mentore di Giuseppe Conte. Tra i sostenitori troviamo la Compagnia di San Paolo di Torino e altre banche e fondazioni industriali e bancarie.

Secondo Ratto e altri, Treellle svolgerebbe da anni il ruolo di consulente privilegiato del ministero dell’Istruzione, al quale anticiperebbe gli obiettivi e le linee guida da realizzare nelle successive riforme. Così sarebbe ad esempio avvenuto con la Legge 107/2015 (la «Buona Scuola» di Renzi) le cui innovazioni, scriveva Salvatore Cannavò sulle pagine del Fatto Quotidiano il 3 giugno 2015, sarebbero state dettate «dall’associazione Treellle, think thank vicino agli industriali e a Comunione e Liberazione».

Siccome, almeno a mia notizia, nessun’altra istituzione in Italia ha formalizzato la proposta di rendere obbligatoria la scuola dell’infanzia, è plausibile ipotizzare che gli attuali proponenti politici si siano ispirati proprio alle analisi e alle raccomandazioni del pensatoio genovese.

Queste raccomandazioni si possono leggere nell’ultimo Quaderno edito dall’associazione, il numero 15 del 2019 a firma di Oliva e di Antonino Petrolino, in cui si avanzano alcune proposte per riformare il sistema scolastico nazionale perché, si spiega nell’introduzione, «c’è bisogno di una scuola diversa per fronteggiare le sfide del XXI secolo. E il tempo stringe» (pag. 11). Il testo non delude.

C’è tutto, ma proprio tutto, ciò che ci si aspetterebbe di trovare in una proposta conforme al più patinato spirito dei tempi: il citato «fate presto» di marca turboriformista, l’atto di fede nell’Europa («la nostra casa naturale: sempre meno una seconda casa e ormai di necessità si avvia a diventare l’unica possibile», pag. 50), il «quadro della competizione globale» (pag. 13), la meritocrazia che però si scontra con «forti resistenze» ovviamente dal basso. «radicate soprattutto nella… rappresentanza sindacale» (pag. 156), l’imprescindibilità di una «seria spending review, che passi in rassegna tutti i punti da cui è possibile ricavare risorse» (pag. 173), il «digitale» che deve essere «per tutti e ordinario» (pag. 186), più qualche bizzarria come la presunta superiorità della «scuola protestante» che, scopro leggendo, «nasce [?] dal rifiuto del magistero sacerdotale: ogni uomo è sacerdote di se stesso» e quindi «gli studenti non hanno paura di riflettere autonomamente e di dire come la pensano» (pag. 112).

Una bizzarria tanto più bizzarra perché gli organi scientifici dell’associazione includono una nutrita rappresentanza di cattolici, tra cui anche un arcivescovo e segretario della Congregazione per l’educazione cattolica, mons. Vincenzo Zani.

A monte non può mancare il #facciamocome, la consapevolezza del «ritardo socio-culturale [dell’Italia] rispetto ai paesi più avanzati» (pag. 25). Adottando le fonti, gli indicatori e i campioni selezionati dagli autori, scopriamo di essere ultimi in tutto: nel tasso di scolarizzazione, nella «literacy», nella «numeracy», nelle «competenze funzionali», nella fiducia nelle istituzioni e in altro. Da queste analisi, sul cui rigore qualcuno ha espresso in passato più di una perplessità e sulla cui neutralità gli stessi estensori sembrano a un certo punto interrogarsi (pag. 164), emergerebbe la «storica arretratezza del capitale umano» (pag. 26) del nostro Paese e quindi l’urgenza di ripensarne radicalmente anche il sistema educativo.

***

La proposta di rendere obbligatoria la frequenza scolastica per tutti a partire dai tre anni, per otto ore al giorno, è illustrata nel capitolo 6 e in altri passaggi del testo che confermano oltre ogni dubbio la sintesi della giornalista del Corriere, facendola anzi apparire un blando eufemismo.

Il provvedimento è fin dall’inizio presentato come uno strumento per «rimuovere tempestivamente gli eventuali condizionamenti sociali negativi in una fase in cui prendono forma gli aspetti emozionali e cognitivi dell’individuo, a cominciare dal linguaggio, ed i suoi criteri di giudizio (giusto, bello, vero)» (pag. 21). I «condizionamenti sociali negativi» sono in primis quelli delle famiglie italiane, su cui gli autori proiettano la loro idea dell’italiano medio, così ignorante da costituire un pericoloso esempio per i suoi stessi figli:

… si tenga presente che la popolazione italiana adulta (25-64 anni) possiede livelli di competenze in literacy e numeracy particolarmente ridotti: in un terzo dei casi, a livello di analfabetismo funzionale. Lasciare i bambini, in una fase così cruciale per lo sviluppo delle loro potenzialità future, in un contesto culturalmente deprivato li grava di uno svantaggio iniziale che potrebbe non colmarsi mai del tutto (pag. 94).

Il concetto è ribadito un po’ ovunque: «l’importante è che il peso di un ambiente sfavorito non abbia troppo tempo per segnare la personalità» (pag. 127); «l’anticipazione della scolarità e il tempo lungo… sono pensati… anche per sottrarre i bambini all’influenza di quegli ambienti familiari che, per ignoranza, non esercitano la propria azione educativa o lo fanno in modo negativo» (pag. 128); il tempo lungo serve a «massimizzare l’influenza della formazione scolastica e ridurre al minimo i condizionamenti socio-economici esterni» (pag. 95). E ancora:

Quando si inizia la scolarità a sei anni, le differenze indotte dall’ambiente familiare e sociale di origine si sono ormai saldamente radicate. Anche a tre anni, quando inizia la scuola per l’infanzia, è probabilmente tardi… Per problematico che possa risultare, bisognerebbe prendersi cura dei bambini ancora prima [!], se possibile non più tardi dei due anni, ed immergerli per buona parte della giornata in un ambiente formativo che tenda a contrastare gli eventuali condizionamenti familiari negativi (pag. 124).

«Certo», ammettono gli estensori del documento, «occorrerà una speciale attenzione ad evitare i rischi di indottrinamento di Stato». Ma, in ogni caso,

quelli di un condizionamento dell’ignoranza, del familismo amorale [poteva mancare?], della scarsità di spirito comunitario e di senso dello Stato e, per troppe fasce della nostra popolazione, persino della tolleranza del malaffare sono già adesso, e da molto tempo, più gravi e concreti (pag. 128).

Quanto amore, vero? Sempre a proposito di indottrinamenti da evitare, a pag. 39 affermano che la scuola, rispetto a un passato in cui sarebbe stata «funzione dello Stato sovrano», dovrebbe avere oggi come unico «fine lo studente» piuttosto che propagandare i progetti politici del momento. Incuriosisce perciò leggere fra le «nuove missioni» anche quella di educare a una «cittadinanza globale» (pag. 47). Segue una fresca chiosa:

L’Unione Europea ha favorito uno sviluppo economico che sessanta anni fa sembrava inarrivabile; ci ha garantito il più lungo periodo di pace nella nostra storia, dopo secoli e secoli in cui gli stati sovrani si sono dissanguati ad ogni generazione. Già oggi – e sempre più negli anni a venire – i nostri giovani della classe di età fra i venti ed i trent’anni appartengono a quella che viene detta generazione Erasmus, cresciuta senza passaporto e senza frontiere, che si sente a casa sua a Barcellona non meno che a Londra o a Berlino, che ha dato vita a migliaia di famiglie transnazionali. Come si può pensare di tornare indietro? soprattutto, mentre la spinta delle migrazioni ci sospinge se mai in direzione opposta, verso una sempre maggiore integrazione con popoli e persone ancora più diversi? (pag. 50)

Mentre cerchiamo di stabilire a quale grado si debbano collocare questi pensieri nella scala dei «rischi di indottrinamento di Stato», godiamoci il prodigio di una retorica nazionalista che smette di essere tale se si allargano i confini della nazione al continente.

***

Giunto a fine lettura, reputo la proposta Treellle di un asilo obbligatorio a tempo lungo – tralasciandone molte altre su cui ci si potrebbe e dovrebbe soffermare – aberrante nel merito e nelle motivazioni. Perché fa dell’aggressione alla libertà delle famiglie di educare la prole non uno strumento, ma il suo fine primo e dichiarato. Perché, nel rendere obbligatorio un servizio, lo priva degli stimoli ad adattarsi alle esigenze dell’utenza negando a monte anche la possibilità e il valore di un’offerta educativa plurale.

Perché gronda contenuti ideologici (globalismo, europeismo) invisi a una parte sempre più consistente della popolazione e pretende di inculcarli precocemente a tutti con l’intento esplicito di correggere, non di servire i cittadini. Perché non degna della minima attenzione il delicato e fondamentale legame affettivo tra genitori e figli piccoli, che si vorrebbe ridurre a poche ore al giorno per tutti. Perché non prende in considerazione i bisogni dei minori che vivono l’asilo come un’esperienza insopportabile o traumatica, e che richiederebbero perciò percorsi più modulati secondo la sensibilità e il giudizio dei genitori.

Ma anche, e peggio di tutto, perché si fonda su una visione ostentatamente elitaria, paternalistica e sprezzante del popolo italiano e delle sue famiglie. Se si accetta che mediamente un’intera popolazione sia indegna di crescere i propri figli, che non possa cioè neanche dirsi proletaria, si accetta di poterla spogliare di qualsiasi altro bene meno prezioso: cioè di tutto.

***

Eppure. Eppure qualcosa ancora non torna.

Chi ha formulato le proposte del Quaderno insiste molto sul valore dell’uguaglianza, di «ridurre al minimo il peso di una problematica eredità sociale» e di affidare alla scuola una funzione di equalizzazione tra classi. L’asilo obbligatorio è pensato per i più deboli: «l’effetto di una tale misura sarebbe tanto più positivo quanto più deprivato fosse l’ambiente sociale ed economico di partenza» (pag. 124) e, quindi, «non ci guadagneranno tanto i figli di genitori agiati e colti, ma ne beneficeranno enormemente quelli delle famiglie deprivate e socialmente marginali» (pag. 169).

Messa così, l’idea sembra quasi voler bilanciare l’elitismo estremo delle sue analisi con un altrettanto estremo giacobinismo sociale, dove gli «agiati e colti» dovrebbero trascorrere meno tempo coi propri figli… per dare una chance ai figli degli altri. Più che sciogliersi, questo paradosso si scontra però con un problema di fondo, un elefante nella stanza che fa capolino nel testo in un solo punto, nella nota a pie’ di pagina 94 dove si legge che «già oggi, la frequenza dei bambini della classe di età 3-6 anni alle scuole dell’infanzia (pubbliche e private) è molto vicina al 100%».

Ripetiamolo: già oggi la frequenza dei bambini alle scuole dell’infanzia è molto vicina al 100%.

Quindi?

Anche volendo dare per vere tutte le analisi e le considerazioni svolte, che bisogno ci sarebbe di rendere obbligatorio ciò che già tutti fanno per scelta?

Sarebbe come introdurre un nuovo reato che nessuno ha mai commesso né si sogna di commettere.

Questa contraddizione è tanto più enorme in quanto gli autori non tentano minimamente di risolverla nella loro esposizione: di fronte a lunghi paragrafi con approfondimenti, serie statistiche, istogrammi a tutta pagina e commenti per «dimostrare» l’arretratezza del nostro Paese nelle aree ritenute discriminanti per educare la prole, non si spende una sola riga per qualificare il dato sulla mancata frequenza della scuola materna e dare così un senso numerico alla proposta avanzata.

Oltre alla domanda già posta in grassetto, ci saremmo chiesti: quanti bambini oggi non frequentano, e perché? E di questi, quanti ne avrebbero bisogno secondo i criteri di «deprivazione» specificati? Qual è la distribuzione dei non frequentanti per censo e titolo di studio dei genitori? Quanti non vanno all’asilo per scelta delle famiglie? E quanti invece per impossibilità materiale, perché ad esempio ammalati o per carenza di strutture? E quanti perché respinti a causa delle mancate vaccinazioni? Solo questi ultimi, ad esempio, sfiorerebbero almeno in potenza le ottantamila unità su poco più di novantamila bambini fuori dagli asili, per qualsiasi motivo.

Vien da chiedersi se addirittura esista la fattispecie particolare di una famiglia che sia indigente e ignorante e, al tempo stesso, si tenga i figli a casa per scelta.

Nel testo treelllino non si dà risposta al dubbio, non ci si prova nemmeno. Il malessere iniziale diventa allora inquietudine. Se qualificare un obbligo come un’opportunità fa ridere, se giustificarlo gettando fango sugli obbligati è antipatico, non giustificarlo del tutto fa spavento.

Si affaccia alla mente l’immagine di un teatro dove tutti assistono volentieri a uno spettacolo, finché gli attori non decidono di incatenare gli spettatori ai sedili e di trascinare in sala i pochi, eventuali rimasti nell’atrio. Come si fa a non pensare che di lì a poco il copione diventerà sgradevole e terrificante? Fuor di metafora, esiste un’altra spiegazione – lo chiedo sinceramente ai lettori – che non sia quella di una misura preliminare per impedire ai genitori di togliere i figli dagli asili quando riterranno inaccettabili i programmi e le attività che si prevede di introdurvi?

Siccome questa ipotesi non è mai esplicitata, il suo sviluppo richiede la formulazione di altre ipotesi che integrino i segnali dei tempi. Una prima area critica può essere suggerita dal rinnovato interesse delle istituzioni globali per l’educazione sessuale dei giovanissimi.

Già dieci anni fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicava e diffondeva i suoi “Standard per l’educazione sessuale in Europa” dove scopriamo che – indovinate – «rendere l’educazione sessuale (e relazionale) un argomento curricolare obbligatorio è un aspetto importante per l’insegnamento» (pag. 14, corsivo mio). Se «l’educazione sessuale inizia alla nascita [!]» (pag. 27), non stupisce trovare un nutrito elenco di «argomenti principali o standard minimi che devono essere presenti nell’educazione sessuale» (pag. 36) dei pargoli già in età d’asilo.

Leggiamone alcuni tra quelli pensati per la fascia 0-4 anni (pagg. 38-39, cito testualmente):

  • basi della riproduzione umana (da dove vengono i bambini)
  • gioia e piacere nel toccare il proprio corpo, masturbazione della prima infanzia
  • scoperta del proprio corpo e dei propri genitali
  • ruoli di genere

Nella fascia successiva (4-6 anni, pagg. 40-41) si ripropongono gli stessi temi e se ne aggiungono altri, come «consolidare la propria identità di genere» e «relazioni con persone dello stesso sesso».

Più che i programmi, complessivamente ben strutturati per quanto appiattiti sulle mode del momento, ciò che potrebbe legittimamente allarmare e indignare un genitore è il target a cui sono indirizzati: i bambini del nido e della scuola materna, o persino in fasce.

Se alla volontà di renderne obbligatorio l’insegnamento sommiamo quella di rendere obbligatoria la frequenza degli asili in cui li si insegna, è fin troppo facile intravedere la gabbia che si va allestendo.

Un’altra possibile area «calda» è quella della salute psicofisica dei minori.

Il contesto è tracciato dalla tendenza apparentemente incomprensibile di abbassare l’età per accedere a esami e trattamenti sanitari riguardanti principalmente la sfera sessuale e, insieme, ad affrancarli dal consenso dei genitori con l’effetto di consegnare i minori a figure istituzionali di «supporto» estranee alla famiglia.

Nel catalogo dell’una o di entrambe le fattispecie troviamo oggi i test HIV, i chemioterapici per arrestare lo sviluppo dei dodicenni sessualmente «confusi», l’aborto e ultimamente anche i trapianti. In anni recenti si è denunciato l’aumento delle diagnosi di disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) e il rischio di infliggere a migliaia di bambini uno stigma ingiustificato patologizzando ritardi passeggeri o semplici tratti caratteriali.

Un disegno di legge del passato governo proponeva di abbassare l’età della prima diagnosi all’ultimo anno di asilo, mentre sembra che i test PISA OCSE e le prove INVALSI stiano approdando in segreto anche nelle scuole d’infanzia: «un congegno di civilizzazione», scrive Rossella Latempa su Roars, «che usa la retorica ipocrita della prevenzione dei disagi, del benessere dei piccoli, degli aiuti precoci e degli interventi tempestivi per sorvegliare e monitorare il profilo di sviluppo del “bambino in vitro”. Pronto a segnalare e correggere ogni difformità o rallentamento, ogni eccedenza o stranezza».

Anche in questo caso, con l’asilo obbligatorio e l’obbligo contestuale di introdurre simili procedure (con il citato ddl si vorrebbero sanzioni economiche per gli insegnanti inadempienti), nessun genitore potrebbe sottrarre i propri figli da ingerenze indesiderate e precoci.

Anche il nodo citato delle vaccinazioni pediatriche obbligatorie assumerebbe un altro spessore. Oggi ai bambini non in regola con il calendario vaccinale si nega il diritto di frequentare l’asilo, ma come si potrebbe negare loro un dovere? È logico prevedere che l’atto medico – estendibile a piacimento e capriccio dei consulenti governativi «indipendenti», fuori da ogni controllo democraticopasserebbe da obbligatorio a coatto.

E che nei casi di renitenza estrema si avvererebbe il sogno bagnato di molti, di strappare i minori alle famiglie perché ree di «inadeguatezza educativa» ed evasione scolastica. Molti piccoli innocenti ne uscirebbero disturbati e traumatizzati a vita, è vero. Ma non dovrebbero più temere la varicella.

***

Le ipotesi elaborate fin qui superano la lettera e sicuramente anche le intenzioni del Quaderno Treellle.

Ma l’asilo obbligatorio è un contenitore, non un contenuto. È un dispositivo che non può astrarsi dal contesto storico né dunque dalla tentazione di assoggettare i cittadini più ricettivi e malleabili, quelli in un’età discriminante per la formazione successiva della personalità e delle convinzioni, a sperimentazioni ideologiche e sanitarie il cui essere indigeste a una larga fascia di popolazione è già insito nel fatto, altrimenti inspiegabile, di volerle rendere obbligatorie.

O anche nella debolezza dei moventi somministrati al pubblico, tanto più sgradevoli perché mettono in mezzo le istanze nobili dei diritti, della giustizia sociale e del benessere dei piccoli senza una necessità logica.

Sarebbe facile passare in rassegna i regimi dispotici che hanno rivolto le loro attenzioni alla primissima infanzia per radicare il consenso e formare sudditi devoti.

Nel contesto di oggi il dispotismo è rappresentato dalla spinta a rendere tutto obbligatorio per tutti, mentre la volontà sottesa di creare «uomini nuovi» coltivandoli in appositi laboratori sociali che interrompano la trasmissione intergenerazionale dei valori e delle idee ripropone un’idea di rivoluzione più che millenaria.

Nella Repubblica platonica, Socrate spiegava che togliere i bambini alle famiglie fintanto che sono «ancora immuni dai costumi dei genitori» è «il modo più rapido e più facile per istituire» il governo dei sapienti (Libro VII). Nei successivi duemilaquattrocento anni, tanti altri sedicenti sapienti hanno ritentato la stessa scorciatoia degli auto-proclamati sapienti di sempre, di esautorare le masse con agile balzo, superare il vecchio sequestrando i giovani e rifondare una società a loro dire migliore seminando scompiglio in quella esistente. Senza mai raccogliere nulla, se non i cocci di chi non li ha saputi fermare.

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