Il caso Priebke: giustizia divina e pietas umana

fosseardeatineIndegna gazzarra ai funerali di Priebke.

L’ex capitano delle SS esecutore della strage delle fosse Ardeatine è morto a cento anni. E’ fuggito in sudamerica nel dopoguerra facilitato dai soliti ambienti romani vaticano nazisti. Quelli che poi organizzeranno la strategia della tensione. E’ stato poi catturato, sottoposto a vari processi, condannato all’ergastolo, ecc…

Ora è morto. Fino alla fine ha mostrato di essersi pentito solo parzialmente dei crimini commessi e di aver fatto parte di un gruppo di esaltati delinquenti privi di scrupoli e di umanità.

E ora davanti al suo cadavere una indegna gazzarra pro o contro. Voglia di assaltare la bara, di impedire riti religiosi. Preti negazionisti che vogliono assolvere il nazismo... Neonazisti infiltrati per esaltare valori di violenza arcaica.

A prescindere a chi fosse Priebke, dai suoi torti e dai suoi delitti, si tratta comunque di un essere umano che ha concluso la sua vicenda terrena, e che ora si trova di fronte all’unico vero tribunale, quello divino. Più terribile e contemporaneamente più giusto e compassionevole di qualsiasi nostro tribunale.

Questo passaggio va rispettato, lasciando che un rito religioso chiuda la drammatica esistenza terrena di Priebke. Elementari, antiche norme di civiltà impongono una giusta pietas per le spoglie mortali di chi ha fatto quel che ha fatto perché in effetti “non sapeva quello che faceva”, come direbbe il grande essere del Cristo.

Ora Qualcuno sta già mostrando all’ex nazista gli effetti di quello che ha fatto, e non sarà affatto piacevole… Ma sarà la base di un suo possibile percorso di redenzione finalmente fondato sulla comprensione profonda degli effetti delle sue azioni.

Ora è fuori dalla sfera della nostra stupidità fine a se stessa.

Pietas umana e costruttiva giustizia divina.

 

Riportiamo dalla Stampa, le parole intelligenti di Massimo Gramellini

Persone banali avrebbero celebrato i funerali di Priebke di soppiatto, nella cappella dell’ospedale in cui era stata composta la salma della SS centenaria. Avrebbero cremato il cadavere, disperse le ceneri in mare, come gli americani fecero con quelle di Bin Laden, e resa pubblica la notizia a cose fatte. Ma in Italia le persone banali si trovano esiliate in tinello davanti a un bicchiere di analgesico. Le stanze delle decisioni pullulano di creature originali che disprezzano la noiosa legge di causa ed effetto, in base alla quale il modo migliore per disinnescare un barilotto di dinamite non consiste nel bombardarlo. Ecco allora l’avvocato del defunto annunciare urbe et orbi (soprattutto orbi) l’orario e il luogo delle esequie, con sufficiente anticipo per permettere a nazifascisti e partigiani di non mancare all’appuntamento. E appena il sindaco di Albano Laziale, l’unico a essere visitato in tutta la giornata da un attacco di intelligenza, cerca di impedire l’incendiario consesso, viene subito zittito dall’illustre signor prefetto. Si proceda dunque all’arrivo scortato della salma nella chiesa dei padri fascio-lefebvriani riabilitati da Ratzinger, con il contorno inesorabile di risse, minacce, svenimenti, monetine e con il finale surreale di un funerale sospeso per invasione di campo e di una bara che continua a girare per l’Italia in cerca di oblio. 

Prima ancora che la decenza, a suggerire di far sparire i resti di Priebke in silenzio era il buonsenso. Ma il buonsenso prevede che qualcuno si prenda la responsabilità di usarlo. 

 

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