Il dogma austerity basato su uno studio sballato!

CIR balla austera"Da tre anni l'Europa (rectius: il Nord dell'Europa, con la Germania in testa) pretende che tutti i Paesi dell'Eurozona soddisfino esattamente le stesse condizioni, e che i risultati economici di ciascuno siano misurati sulla base degli stessi criteri. E poco importa se le tradizioni economiche europee sono molto diverse da Paese a Paese.

Invece l'Europa impone la stessa medicina a tutti i malati, a prescindere dalle loro condizioni e soprattutto dall'effettivo grado di tolleranza al farmaco somministrato.

Un argomento comunemente diffuso a sostegno di tale monoliticità di pensiero è che la crescita economica soffre gravemente quando il debito pubblico di un paese raggiunge il 90% del PIL, per arrestarsi del tutto oltre quella soglia. A sostenerlo è una ricerca del 2010 di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff dal titolo "Crescita al Tempo del Debito", le cui conclusioni sono spesso state nel corso degli ultimi anni come una delle ragioni per cui i paesi dovrebbero tagliare i loro deficit - anche se le loro economie sono ancora deboli.

Ora, però, quelle conclusioni non sono più così certe. Anzi.

 

 

Un recente studio a firma di tre ricercatori dell'Università del Massachusetts (Thomas Herndon, Micheal Ash e Robert Pollins) ha rimesso lo studio di Reinhart e Rogoff in discussione. Per la verità non è la prima critica rivolta a tale lavoro; in ogni caso, il trio ha preso in esame i dati di base della ricerca, trovandovi due problemi di metodo (l'esclusione di alcuni dati dal computo e il metodo di calcolo delle medie) e un imbarazzante errore di impostazione in una tabella Excel.

Una sintesi dello studio è offerta dal Washington Post, tradotto da Linkiesta. In particolare, Reinhart e Rogoff hanno trascurato tre episodi di Paesi con alto debito e alta crescita – Canada, Nuova Zelanda e Australia – a fine anni Quaranta. Secondo, le assunzioni fatte dai due economisti sulla ponderazione dei diversi episodi storici sono contestabili.

Reinhart e Rogoff hanno ammesso l'errore, ribadendo comunque la tesi di fondo del loro lavoro: più elevato è il debito pubblico minore è la crescita.

Eppure, come spiega il prof. Andrea Terzi, docente di economia monetaria al Franklin College Switzerland:

Riaffermando questo principio, gli autori sembrano non voler prendere in considerazione la spiegazione più plausibile della correlazione (se c'è) tra debito e crescita.
Si tratta di un semplice meccanismo ben noto a chi mastica un po' di macroeconomia. Quando siamo in recessione, i redditi imponibili si riducono e calano le entrate dello stato, proprio mentre la disoccupazione fa crescere le spese per gli ammortizzatori sociali. Cresce dunque il fabbisogno dello stato e il debito sale. Si tratta di un ammorbidimento automatico delle conseguenze della recessione che aiuta l'economia a trovare il punto di svolta per ripartire.
Le politiche di austerità fanno esattamente il contrario. Basta guardare all'esperimento fatto sulla pelle degli europei dal 2010 in poi. Quando le entrate fiscali calano e gli ammortizzatori sociali richiedono più risorse, si introducono nuove tasse e la caduta del reddito non vede la fine. Invece di toccare il fondo, continuiamo a scavare.
Non credo che aver segnalato questi errori cambierà le radicate (ed errate) convinzioni che per far crescere l'economia occorra in primo luogo ridurre il fabbisogno dello stato. Lo studio di Reinhart e Rogoff ha limiti anche maggiori di quelli segnalati dai tre ricercatori, come ad esempio il fatto di mettere nello stesso calderone paesi con cambi flessibili, cambi fissi, e addirittura col sistema aureo. Ma non sarà l'ennesimo studio empirico sugli effetti del debito a fermare l'austerità. Occorre invece che una nuova leadership politica, convinta che la piena occupazione meriti la priorità rispetto alle cifre del debito pubblico, si faccia finalmente avanti."

 

Fonte: http://www.agoravox.it/L-austerity-europea-si-basa-su-un.html

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