Arte e Cultura http://www.coscienzeinrete.net Mon, 25 Jun 2018 17:31:20 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it L'artista che sta sfidando i "crimini di design contro l'umanità" http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3199-l-artista-che-sta-sfidando-crimini-di-design-contro-l-umanita http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3199-l-artista-che-sta-sfidando-crimini-di-design-contro-l-umanita

designcrime1Quando l'artista inglese Stuart Semple ha condiviso una foto su Facebook di una panchina a Bournemouth, non avrebbe mai immaginato che più di un milione di persone lo avrebbero visto entro 24 ore. Né si aspettava che questi estranei condividessero il suo disgusto per la sbarra di metallo che divideva la panchina in due, rendendo impossibile per i senzatetto dormire lì. "Non mi aspettavo che tutti lo capissero, ma lo fecero", ha detto, ancora sorpreso, "Tutti ne erano appassionati".

Ispirato dalla risposta travolgente, Semple ha deciso di sfidare ciò che ha definito un "crimine progettuale contro l'umanità", chiamando altri artisti ad aiutare a decorare le panchine pubbliche della città in modo "amorevole".
L'azione è stata riportata ampiamente nei media locali e quella notte, dopo il tramonto, gli appaltatori del consiglio hanno rimosso le sbarre in silenzio. "È stato bello dimostrare che potevamo effettivamente cambiare le cose", ha detto Semple.

designcrime2Da allora ha preso la sua campagna contro il "design ostile" a livello globale, prendendo di mira mobili pubblici che sono "progettati specificamente per controllare o danneggiare un umano", che siano spuntoni nelle porte dei ristoranti o suoni ad alta frequenza riprodotti fuori dai centri commerciali per impedire alle persone di aggregarsi . "La maggior parte del mio lavoro consiste nel realizzare pezzi di arte pubblica che si occupino di felicità e connessione, di unire le persone", ha affermato. "Il design ostile è l'antitesi di tutto ciò che rappresento".

Il primo passo per porre fine a questo tipo di design, suggerisce Semple, è quello di rendere le persone consapevoli degli esempi vicino a loro. "Quando la gente lo vede, inizia a cambiare".

deisng crimeTramite il suo sito web hostiledesign.org , distribuisce pacchetti di adesivi e chiede alle persone di etichettare oggetti offensivi, prima di pubblicare foto sui social media usando l'hashtag #hostiledesign. Il team di Semple aggiunge quindi le immagini a un archivio "offensivo", creando un database di crimini progettuali e, con esso, un movimento globale.

E sembra che la cosa stia colpendo un nervo... "Sto aricevendo sempre più contatti da persone di tutto il mondo, che mi dicono cosa sta succedendo nella loro comunità", ha detto Semple. Ci stiamo avvicinando a un punto di svolta, pensa. "ci troviamo a un punto in cui il design ostile ha smesso di essere semplicemente insidioso e sta invece diventando sempre più palese. È ora che facciamo qualcosa al riguardo. "

Spera che mettendo in imbarazzo coloro che detengono il potere - "rendendolo un vero passo falso per spendere soldi pubblici su un design ostile" - possiamo incoraggiare i politici e gli urbanisti a fare scelte socialmente consapevoli. "L'arredo pubblico dovrebbe essere invitante, dovrebbe essere inclusivo", ha affermato, "I beni mobili pubblici dovrebbero in realtà riunire le persone e incoraggiare la conversazione. Dovrebbero aiutare le persone a sentirsi ben volute."

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Arte e Cultura Mon, 18 Jun 2018 12:25:24 +0000
Avengers: Infinity War - Pirotecnico malthusianesimo terminale per tutta la famiglia. http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3190-avengers-infinity-war-pirotecnico-malthusianesimo-terminale-per-tutta-la-famiglia http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3190-avengers-infinity-war-pirotecnico-malthusianesimo-terminale-per-tutta-la-famiglia

PER CHI NON HA VISTO IL FILM: L'ARTICOLO CONTIENE SPOILER

Nelle sale cinematografiche di tutto il mondo sta riscuotendo un enorme successo commerciale l’ultimo film della Disney, Avengers: Infinity War, che si basa sulle avventure di un gruppo di supereroi della Marvel (la casa editrice dell’Uomo Ragno, dei Fantastici 4, ecc., mentre la DC è quella di Superman, Batman, and so on), appunto i Vendicatori, e, in particolare, su una saga fumettistica, «il guanto dell’infinito», nella quale, per altro, i Vendicatori non avevano un ruolo di primissimo piano. Ma evidentemente il grande successo della serie di film di Iron Man interpretato da Robert John Downey Jr. (personalmente, trovo strepitoso il suo Sherlock Holmes) ha consigliato di adattare la trama per includere i personaggi più cari al pubblico cinematografico.

di Vito Plantamura (aka Tom Bombadillo)

Avengers

Avengers1Fin qui, nulla quaestio. E allora perché scrivere di un film che, nonostante stia sbancando i botteghini in tutto il mondo, dovrebbe essere un prodotto di solo, puro - e, in verità, affatto efficace - intrattenimento, senza alcuna ambizione culturale, né, tanto meno, politica? La risposta si trova tutta nelle convinzioni politico-economiche del cattivo di turno, Thanos di Titan, che nell’universo fumettistico Marvel, è un cattivo classico, senza troppi chiaroscuri: innamorato della morte, uccide per puro piacere (nonché per compiacere la sua amata, di cui è devoto, fino all'ossessione), ha ucciso la sua stessa madre (successivamente, pure il padre, mentre si diletta nel torturare suo fratello Eros, reo di essere belloccio, a fronte della sua deformità: non a caso, mitigata e ingentilita nella versione cinematografica), compie esperimenti scientifici su cavie umane e vuole conquistare e dominare l’intero universo. Insomma, è uno che fa sembrare Adolf Hitler una dama di carità. Nel film, invece - la cui importanza non si deve sottovalutare solo perché non lo si è visto, in quanto sta raggiungendo folle oceaniche - Thanos diventa disinteressato; anzi, altruista. Vuole sì sterminare metà delle persone dell’universo, ma non per fare colpo e finalmente conquistare la sua amata morte (nel fumetto, personificata). No, lui si preoccupa solo della prosperità delle persone, e si rende conto che il dimezzamento delle popolazione è l’unico modo per portare il benessere - e parliamo del livello di sussistenza (la dialettica è, letteralmente, pance piene vs pance vuote) - nei mondi poveri, nonché per evitare la catastrofe e la distruzione dei mondi floridi.

Vaneggiamenti del cattivo di turno, direte voi. Mica vero. Le teorie malthusiane, nel film, sono dimostrate dai fatti (immaginari, del film stesso). A Gamora, che gli rimprovera di aver ucciso metà della popolazione del suo pianeta, Thanos risponde facendole notare che prima il suo pianeta era poverissimo mentre, dopo il suo intervento, è diventato un sorta di paradiso terrestre. Al dottor Strange, che osserva la desolazione del pianeta natio del cattivo (nel fumetto il riferimento è a Titano, una delle lune di Saturno), Thanos mostra con i suoi poteri come il pianeta fosse invece splendido prima dei problemi causati dalla sovrappopolazione: lui aveva avvisato che era necessaria la cura drastica che sappiamo, ma gli altri abitanti non gli avevano creduto, lo avevano esiliato, e così avevano finito per condannare l’intero pianeta. In definitiva, qui siamo di fronte al mito della scarsità delle risorse portato al suo estremo, poi dimostrato empiricamente (sempre a livello immaginario), e, per giunta, reso del tutto insensibile a ciò che invece, nella realtà, ha eliminato la questione della scarsità delle risorse, falsificando (ove mai ve ne fosse stato bisogno) le teorie malthusiane: ovverosia la rivoluzione industriale e tecnologica. Viceversa, lo spettatore è portato a pensare che, se perfino nell’ipertecnologico e futuristico mondo di Thanos si finisce per fare la fame se non si dimezza la popolazione, figuriamoci cosa succederà nel nostro che, al confronto, pare abitato da poco più che cavernicoli.

Evidentemente, cinquant’anni di frigoriferi traboccanti, di colesterolo alle stelle e di diffusissimi problemi di obesità, nonché gli ultimi dieci anni di crisi economica per eccesso di offerta, e non di domanda, di beni (beninteso: non che la domanda non ci sia, ma la si sterilizza privandola del bene di scambio, ovverosia creando artificialmente la scarsità della moneta convenzionale), non riescono a scalfire nell’uomo comune il timore irrazionale della scarsità delle risorse, che infatti è ancestrale, perché è dentro di noi da millenni - da quando, cioè, i nostri antenati dovevano impiegare tutto il loro tempo per procurarsi lo stretto necessario per sopravvivere - ed esercita sulle masse un’attrazione tanto fatale quanto acritica.

Avengers2

Nel film, il buono che ha i mezzi per opporsi a un tale cattivo è niente meno che Thor, il dio guerriero del tuono. Sebbene la pellicola si apra con una sua sonora e agevole sconfitta per mano di Thanos, il dio del tuono - pur scampato solo miracolosamente alla morte - non se ne cura: è certo che la seconda volta le cose andranno diversamente, e vincerà. La sua fede nella vittoria finale è granitica, non a caso sono millenni che combatte mostri del genere, finendo sempre per prevalere. La questione è interessante, perché qui si tocca un vero e proprio pilastro dell’ideologia Disney, ovverosia il cosiddetto wishful thinking. Come cantava Cenerentola, i sogni son desideri di felicità e «if you keep on believing, the dream that you wish will come true». Si tratta di una concezione fondamentalmente neoliberista, cioè calvinista, dove il rovescio della medaglia è che, se invece poi non ce la fai a realizzarti, in fondo la colpa è solo tua che non ci hai creduto abbastanza.

Come finisce lo scontro tra questi due liberisti, il malthusiano Thanos e l’imprenditore di se stesso Thor? Facile, direte voi, vince il buono. E invece no. Sorpresa, sorpresa. Credo di poter affermare senza tema di smentita, infatti, che trattasi, in assoluto, del primo film Disney in cui vince il cattivo. Sì, avete capito bene, vince il cattivo. E uccide metà della popolazione universale, sconfiggendo contemporaneamente anche la colonna portante del pensiero disneyano: ché infatti tutto si può rimproverare a Thor, tranne la mancanza di fiducia nei suoi, per altro eccezionali, mezzi. Certo, ci sarà un seguito (d’altronde, la serie di questi film rappresenta una vera e propria miniera d’oro, e sarebbe impensabile abbandonarla proprio ora che rende di più), in cui il cattivo finirà per perdere. Ma, per adesso, il film si è concluso con il “tenerone” Thanos (ché tale diventa nella trasposizione cinematografica) che ha vinto, contro tutto e tutti, imponendo ai supereroi quei sacrifici necessari - perché tali sono, come ampiamente dimostrato dai fatti (immaginari) del film - ai quali loro, per eccessiva gentilezza d’animo, per incomprensione, nonché per una certa mancanza di risolutezza, si opponevano.

Vi ricorda qualcosa?

Questa recensione non può concludersi senza un paragone con un’altra opera cinematografica, che, di primo acchito, può destare perplessità, ma che a un più attento esame offre utili spunti. Mi riferisco al bellissimo film degli anni ’40 del secolo scorso, Ich klage an, concepito dal ministero della propaganda nazista come manifesto per l’eutanasia attiva. I favorevoli all’eutanasia attiva - che di certo non ci staranno ad essere accumunati ai nazisti: eppure Hitler era vegetariano ed animalista, il che fa tanto politicamente corretto - replicheranno che il film in questione voleva predisporre soprattutto al famigerato programma T4, successivo a quello di sterilizzazione magistralmente trattato in un altro straordinario vecchio film, Judgment at Nuremberg.

Nel film in questione non si parla dell’Aktion T4. Circostanza alla quale si dovrebbe obiettare che, una volta passata nel metodo l’idea che si debba o si possa uccidere un uomo per ragioni di opportunità (ad es. perché soffre molto e non potrebbe guarire), nel merito l’asticella dell’opportunità può essere lentamente spostata a piacimento senza suscitare soverchie preoccupazioni. Si tratta probabilmente di un’obiezione che dispiacerebbe ai sostenitori dell’eutanasia attiva, i quali preferirebbero allora negare che il film fosse diretto a suscitare nel popolo l'accettazione del programma T4.

Ma non è questo che rileva in riferimento al film degli Avengers. I punti di contatto sono altri, anche se sempre di “assassini a fin di bene” si tratta. Mi ha colpito piuttosto l’analogia dei due film nel saper rendere gradualmente accettabile un esito finale che all’inizio del film risulterebbe invece irricevibile per lo spettatore. Nel film tedesco si vuole giungere a rendere accettabile l’eutanasia attiva dei neonati (e quindi, a fortiori, quella degli adulti che non possono esprimere un valido consenso) e, per far questo, si parte dall’eutanasia di un animale (una cavia di laboratorio), si passa da quella di un adulto consenziente e si finisce appunto con quella di un neonato, che (purtroppo?) non può materialmente compiersi, ma che è vissuta dai personaggi positivi della storia (compresi i genitori dell’infante) come la - se pur terribile - soluzione migliore. Non diversamente, nella produzione USA, si inizia con l’uccisione di un personaggio ambiguo, a volte schierato coi cattivi e altre volte coi buoni, si passa all’uccisione di una supereroina, per concludere con l’assassinio di metà della popolazione universale.

Inoltre, anche nel film tedesco ci sono due personaggi buoni in opposizione: il medico e lo scienziato, entrambi innamorati della donna malata (che è la moglie del secondo) proprio come, se vogliamo, Thor e Thanos. Entrambi i protagonisti hanno il potere di fare ciò che andrebbe fatto, ovverosia uccidere la donna secondo le sue richieste (o, se preferite, indossare il guanto dell’infinito e uccidere metà della popolazione universale), ma il primo non ha il coraggio, la visione, la risolutezza per fare ciò che andrebbe fatto. Sia il medico che Thor (o Iron Man), cioè, sono indubbiamente dei buoni, eppure non lo sono a sufficienza per sopportare il peso di una scelta tanto difficile: non amano abbastanza. Come emerge chiaramente nel dialogo cardine del film tedesco, dove il medico rinfaccia allo scienziato (medico anch’esso) che sua moglie aveva chiesto anche a lui di ucciderla, ma lui non l’aveva fatto perché l’amava. “Io l’ho fatto perché l’amavo di più”, risponde il marito.

Allo stesso modo, l’antieroe malthusiano del film Disney, lungi da essere rappresentato per ciò che è - in definitiva, un odiatore dell’umanità - finisce perfino per apparire “più buono dei buoni”, per poter vantare una superiorità morale. La stessa superiorità morale, del resto, di cui i media mainstream hanno sempre ammantato quei “tecnici” che, lungi da dare ai popoli ciò che essi (irresponsabilmente?) richiedevano, hanno invece propinato loro quella (responsabile?, necessaria?) durezza del vivere che in tante, troppe occasioni, si è trasformata in una durezza della morte (si pensi ai sucidi e agli aborti legati alle problematiche economiche, nonché al diminuito accesso alla sanità pubblica: paradigmaticamente, se hai un infarto, non è certo indifferente, ai fini della tua sopravvivenza, quanto dista l’ospedale attrezzato più vicino) o, comunque, della compressione della vita, come è dimostrato dalla denatalità.

I media mainstream, però, sono ormai in declino. L’informazione viaggia su altri canali. E allora che fare? La soluzione è l’intrattenimento. Far passare messaggi politico-economici attraverso spettacoli di intrattenimento, come, in primis, i film, mi pare l’ultima e più subdola frontiera del controllo del dissenso, e questo, evidentemente, a prescindere dalle intenzioni, e perfino dalla totale inconsapevolezza dei temi politico-economici di fondo che, con certezza oltre ogni ragionevole dubbio, avrà caratterizzato gli ideatori dell’ultimo capolavoro Disney come quelli dell’italianissimo film Quo vado? di cui pure, non a caso, a suo tempo ritenni utile scrivere una recensione.

Fonte: http://ilpedante.org/post/avengers-infinity-war

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Arte e Cultura Thu, 31 May 2018 09:34:51 +0000
CHI ERA DAVVERO IL PICCOLO PRINCIPE? – Tracce per un’interpretazione esoterica. http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3181-chi-era-davvero-il-piccolo-principe-tracce-per-un-interpretazione-esoterica http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3181-chi-era-davvero-il-piccolo-principe-tracce-per-un-interpretazione-esoterica

di Paolo Rampa

pianeta 2Quando si sente parlare de “Il Piccolo Principe”, il noto racconto scritto nel 1943 da Antoine De Saint-Exupéry, è abbastanza difficile che i giudizi che ne derivano non siano unanimemente positivi.

E tutti coloro che l’hanno letto concordano in genere sul fatto che si tratti di un bel libro, normalmente destinato ai ragazzi, e che tuttavia contiene brani sufficientemente suggestivi e poetici da poter essere apprezzato anche dagli adulti e, per questo, ne consigliano la lettura, anche se evitano, prudentemente, di entrare nel merito del suo significato nascosto.

A questo proposito, leggendo l’introduzione all’edizione da me acquistata, ho trovato un’interpretazione del testo che ne evidenziava il carattere “autobiografico”, riferendosi ad alcune corrispondenze che risultavano esistere tra il narratore, il personaggio del Piccolo Principe e lo stesso autore, e che portava quindi il discorso sul consueto tema del confronto tra i caratteri dell’età infantile e quelli dell’età adulta che avrebbe ispirato, con particolari esiti, la narrazione.

piccolo principe grande 2Ma seppur non condividendo il senso generale di tale interpretazione, evidentemente riduttiva a confronto dell’effettivo “spessore” dell’opera, ho ritenuto che il fatto che De Saint-Exupéry parlasse anche di se stesso fosse utile per avvicinarsi a comprendere il significato di quanto scriveva.

Il punto fondamentale da cui partire mi è infatti subito sembrato quello che l’autore, benché parlasse di qualcosa che lo riguardava direttamente, lo facesse non tanto per riferirsi alle sue personali vicende esistenziali, quanto per portare l’attenzione sui più grandi temi che riguardano l’umanità nel suo complesso, e lo facesse aprendo l’orizzonte in direzione di quella realtà spirituale che sta “prima” del mondo della materia e che ne determina, in ogni occasione, le trasformazioni.

Ed anzi, proprio per via della precisione di certe corrispondenze con i personaggi e dell’uso di certi simboli provenienti dall’arte sacra, che evidentemente non hanno nulla di casuale, ho ritenuto che egli, in questo testo, avesse inteso parlare proprio di quel che riguarda le parti che compongono la “struttura” umana, viste però non in modo soltanto materialistico ma da un punto di vista complessivo e, dunque, propriamente spirituale.


sul pianetaE ne ha parlato con la consapevolezza di chi è al corrente del fatto che vi è un’evoluzione spirituale in corso, che coinvolge l’umanità fin dall’inizio “dei tempi” e che, in questa fase della nostra epoca, alcuni aspetti dell’interiorità umana sono maggiormente coinvolti dai cambiamenti in atto rispetto ad altri.

Date queste premesse possiamo adesso occuparci del contenuto di questo meraviglioso racconto e della “misteriosa” attrattiva che esercita in ognuno di noi quando ci soffermiamo ad apprezzarne la lettura.

 

Chi è dunque questo Piccolo Principe, questo misterioso personaggio che appare all’improvviso al narratore della storia ponendogli la prima delle tante domande alle quali esige risposta, proprio nel momento in cui una difficoltà “materiale”, un guasto meccanico, gli ha imposto una sosta forzata nel bel mezzo del deserto?

 

piccoloprincipe 01 in voloIl Piccolo Principe è lo Spirito, lo spirito umano, lo spirito ancora in crescita (per questo è piccolo) che si prepara a diventare la guida del nostro essere, che si presenta al nostro io ordinario (impersonato dal narratore) in un momento in cui il “flusso” degli avvenimenti che lo riguardano lo ha costretto a fermarsi in una situazione di difficoltà. E l’io ordinario, quello che normalmente si occupa delle nostre quotidiane attività, non lo riconosce, non sa ancora che è lui.
E proprio come nei casi della vita in cui siamo indotti a porci delle domande il Piccolo Principe si presenta con una domanda, quasi a voler sottolineare che è lo spirito a fare domande, perchè non può fare a meno di conoscere, perché vuole sapere come stanno realmente le cose, per continuare a crescere.

 

Lo Spirito è la nostra parte più nobile, per questo è un “principe”, a testimonianza della regalità della nostra origine divina e dell’appartenenza ai mondi superiori che sono la nostra vera casa. Il Piccolo Principe ha i capelli biondi ed una sciarpa d’oro, che sono i colori del Sole e, non a caso, è proprio il cielo il suo luogo d’origine.

Ma perché è arrivato sulla terra? Che ci è venuto a fare qua? Non ce l’hanno mandato ma ha proprio voluto venirci lui! E dunque?

 

pianetaEgli è venuto perché deve occuparsi del suo pianeta, il piccolo asteroide su cui vive, che a sua volta rappresenta qualche cosa che ci riguarda e che ci parla di come siamo fatti. Esso infatti, l’astro celeste identificato come asteroide “B 612”, rappresenta la parte più elevata della nostra anima, quella che è in grado di accogliere lo spirito, la cosiddetta anima cosciente che è ancora piccola perché anch’essa, come lo spirito, è tutt’ora in crescita.
Ed il Piccolo Principe è venuto fin qui per fare quell’esperienza e procurarsi quegli strumenti che gli sono necessari per imparare a fare la “cosa giusta”, per curarsi del proprio pianeta, quando sarà ritornato a casa.

Ma queste forze e questi strumenti di cui il Piccolo Principe ha bisogno vanno scelti con cura, ed ecco allora che la pecora che egli porterà con sé sarà destinata a mangiare i germogli dei baobab, vere forze disgregatrici dell’anima umana, ma bisognerà anche fare in modo che non si mangi il fiore, appena spuntato, a cui invece egli tiene tantissimo.


baobabIl fiore, cresciuto inaspettatamente tra i tanti arbusti, è una rosa rossa, e costituisce un evidente richiamo a quell’immagine simbolica celebrata nella poesia medievale e che ritroviamo spesso in mano a Maria nell’ iconografia sacra raffigurante la Madonna col Bambino.

Frutto della trasformazione terrena del giglio bianco di origine divina, la rosa rossa rappresenta l’azione giusta, piena d’amore, grazie alla cura che vi si mette per compierla, resa possibile da una coscienza cresciuta e consapevole che, attraverso lo spirito, consente di attuare in terra la volontà divina (rappresentata dal giglio), allo stesso modo in cui questa viene compiuta in cielo.

 

con la rosaEd è appunto acquisire la capacità di amare (il prendersi cura della rosa rossa) il compito che lo spirito si è dato nel scendere sulla terra, facendolo apposta per questo. Una capacità che richiede un lavoro di maturazione da svolgersi nel tempo per essere acquisita e che permette, grazie all’esperienza, di distinguere le cose essenziali dalle apparenze: “Non ho saputo capire niente allora:” dice il Piccolo Principe “avrei dovuto giudicarlo dagli atti [il fiore n.d.r.], non dalle parole. Mi profumava e mi illuminava (…) ma ero troppo giovane per poterlo amare.”

 

il reDurante il proprio viaggio di conoscenza il Piccolo Principe visita altri asteroidi che sembrano rappresentare i diversi stati di coscienza che si possono sperimentare in ambiente astrale, ed è così che egli osserva e conosce direttamente i limiti dell’egoismo, ossia di ciò che rappresenta il grande problema del nostro tempo, qui declinato nelle sue diverse espressioni.

Così il re, che ha bisogno di sudditi per esercitare il proprio potere, ed il vanitoso, che non può fare a meno di essere adulato, e poi l’ubriacone, che ha visto spegnersi del tutto la ‘luce” della coscienza, e quindi l’uomo d’affari, che vive di materialità e predazione, rappresentano in modi diversi altrettante condizioni in cui l’anima non lampionaiocresciuta è vittima di forze che si oppongono allo sviluppo della coscienza. E se il lampionaio rappresenta colui che ancora non si pone le domande "giuste” e rischia di essere schiacciato dai meccanismi di un progetto di cui ignora il senso, il geografo ci presenta l’inutilità di un’erudizione che non è in grado di conoscere direttamente e che è dunque inevitabilmente ostaggio delle fonti di informazione (gli esploratori) se non addirittura del tutto “manipolabile”  nel momento in cui queste ultime fonti risultassero, come spesso accade, prive di etica.

 

Quando il Piccolo Principe scende sulla terra affronta il “mistero” dell’incarnazione.
Incontra il serpente, che si occupa del passaggio dimensionale dalla materia allo spirito, e che si offre di aiutarlo quando le circostanze lo renderanno necessario. Trova nel deserto un fiore a tre petali, che potrebbe essere un giglio, a testimonianza del fatto che il Progetto Divino basato sulla tripartizione attende ancora di essere riconosciuto dalla grande maggioranza degli uomini. Sale quindi sulla montagna e conosce il mondo della materia con i suoi meccanismi: “Tutto secco, pieno di punte e tutto salato. E gli uomini mancano di immaginazione. Ripetono ciò che loro si dice (…)” commenta il Piccolo protagonista.

 

materia e1525624761603Scopre quindi un giardino pieno di rose e si rende conto del fatto che gli uomini, in effetti, “fanno cose”, compiono azioni in quantità, ma le fanno senza la necessaria “qualità”, che è ciò che le differenzia e le rende necessarie.
Sarà la volpe a spiegargli come si fa ad “addomesticare” qualcuno, a creare un’apertura verso un altro essere che può far nascere un legame, una necessità reciproca che permetta una conoscenza vera: “non si conoscono che le cose che si addomesticano” gli rivela la volpe.

 

con rosa e volpeImparare ad amare comporta quindi un lavoro, c’è una procedura da seguire. Ci sono i “riti”, quelle occasioni che, se organizzate consapevolmente, rendono “un giorno diverso dagli altri giorni ed un’ora dalle altre ore”.
Il mondo delle macchine (i treni veloci) e degli spostamenti inutili non porta a nulla. Soltanto i bambini sono in grado di esprimere rapporti affettivi veri, sono capaci di stupirsi e di esercitare l’immaginazione.

Far crescere la capacità d’amare è l’unica cosa che dia un senso alla vita terrena : “fa bene l’aver avuto un amico anche se poi si muore”, e che è in grado di placare la vera sete: “un po’ d’acqua può far bene anche al cuore” spiega il Piccolo Principe.
Ed ecco allora che, venuto a conoscenza di queste esperienze e condividendole, il narratore, il nostro io ordinario, si commuove. Inizia ad amare il proprio spirito e ad occuparsi di lui e, prendendolo in braccio dice, consapevole della delicatezza del rapporto che si era creato: “mi sembrava di portare un fragile tesoro”.

 

con rosaInizia ad amare i suoi sentimenti elevati: “la sua fedeltà a un fiore”. Inizia a riconoscere che il senso della vita sta nelle cose che si fanno, nel come le si fa e nella capacità di amare gli altri insieme a se stessi. “Da te gli uomini” gli spiega il Piccolo Principe “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino (…) e non trovano quello che cercano (…) E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua”.

Si avvicina intanto per il principe-spirito il momento del ritorno nei mondi superiori, che avverrà grazie alla morte data dal serpente che rappresenta l’utilità del male messo al servizio di un disegno dal fine più elevato. Il Principe ritornerà così a quella che è la sua casa lasciando sulla terra il proprio corpo fisico, “la vecchia scorza abbandonata”, che sarebbe solo di ostacolo al suo agire in un’altra dimensione.

 

serpenteEgli porta invece con sé le esperienze fatte, le risposte alle sue domande e gli strumenti (i disegni) che gli permettono di occuparsi del suo pianeta, la parte più elevata della sua anima, e della sua rosa, l’azione umana che diventa divina grazie all’amore.

Ed al narratore, il nostro io ordinario, dopo questa straordinaria esperienza, vissuta in un particolare momento di difficoltà, resta la consapevolezza nuova della presenza costante della realtà dello spirito, perché “Quello che è importante” spiega il Piccolo Principe “non lo si vede (…)”.

E da adesso in poi per lui sarà facile collegarsi con il suo vero Io, ripercorrendo quel canale amoroso che ha imparato a conoscere per dare un senso unico e meraviglioso alla propria esistenza terrena, perché: “Se tu vuoi bene a un fiore che sta in una stella, è dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite. (…) tu avrai delle stelle come nessuno ha (…) visto che io riderò in una di esse (…) Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!”.

volo con uccelli e1525625344858

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Link all'articolo originale: https://ilquartore.wordpress.com/2018/05/06/chi-era-davvero-il-piccolo-principe-tracce-per-uninterpretazione-esoterica/

 

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Arte e Cultura Mon, 07 May 2018 10:27:12 +0000
Il pensionato giapponese che dipinge con Excel http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3160-il-pensionato-giapponese-che-dipinge-con-excel http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3160-il-pensionato-giapponese-che-dipinge-con-excel

Tatsuo ha 77 anni ma da sempre ha avuto la passione per la pittura. Non aveva abbastanza soldi da spendere in tele, pennelli, colori. Non voleva neanche perdere troppo tempo a preparare l’occorrente. Così ha optato per un metodo molto più economico e, a suo dire, più rapido. Un metodo che è la “cosa” più lontana che c’è dalla pittura come la intendiamo canonicamente: Excel.

Tatsuo Horiuchi

 

Il temuto e “grigio” software per il calcolo. Dietro la sua apparenza così formale in realtà nasconderebbe un tesoro. E Tatsuo Horiuchi è riuscito a tirarlo fuori. La sua storia è stata raccontata da Great Big Story, in un video intitolato: “The Michelangelo of Microsoft Excel

Il Michelangelo di Excel

L’artista vive a Nagano e si è avvicinato a questo programma dopo la pensione, cercando un modo per impegnare le sue lunghe giornate libere. I programmi di digital painting? Troppo complicati… Il “vecchio” Paint? Pure quello, secondo lui, troppo difficile da usare. Quello che fa al caso suo è Excel. Anche perché ce l’ha già installato sul computer.

Tatsuo Horiuchi3

È il 2000 quando inizia. Promette a se stesso: “Dieci anni di lavoro per mostrare qualcosa di decente alla gente.” Nel 2006 vince il primo premio in una competizione dedicata agli specialisti di Excel.

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Quando lavoravo non ho mai usato Excel, ma ho visto altre persone realizzare delle bellissime tabelle. Quindi mi sono detto, forse ci posso fare dei disegni.

Tatsuo Horiuchi1

Le sue opere stanno facendo il giro del mondo, e Tatsuo ha rilasciato tantissime interviste in cui spiega la normalità della sua arte.

Ma disegnare su Excel è davvero così semplice? Niente affatto. Su Trackpal viene mostrato passo per passo come è stata realizzata una singola foglia del suo quadro “Kegon Falls”. Usando la funzione AutoShape e disegnando, livello dopo livello, le varie componenti del quadro.

Procedendo per tentativi, ha capito come le tabelle potevano essere trasformate in vulcani, montagne, alberi. Veri capolavori di arte digitale. Talmente belli che lo hanno definito il “Leonardo” e il “Michelangelo” di Excel.

Tatsuo Horiuchi2

A parte i paragoni illustri, in effetti le opere di Tatsuo non sembrano essere “casuali”, “amatoriali”. Ma nascondono un filo conduttore, si direbbe proprio uno stile che le rende riconoscibili.

Le opere di Tatsuo sono state esposte, per ora, soltanto nei musei locali. Come il Gunma Museum of Art. Chissà che la fama che i suoi quadri stanno riscontrando su internet possa far lievitare le quotazioni e portarlo anche fuori dal Paese.

Tatsuo sa che molte persone credono che sia un matto o uno stupido. Ma lui risponde:

Tatsuo Horiuchi4

Sì sono uno stupido. Ma se hai un talento per dipingere puoi farlo anche con Excel, senza problemi.

Per vedere altri quadri di questo artista puoi farlo online sul sito pasokonga.

Fonte: https://www.helloworld.it/cultura/pensionato-giapponese-excel?utm_source=facebook&utm_medium=social&utm_campaign=editoriale

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Arte e Cultura Fri, 23 Mar 2018 14:36:34 +0000
Tutti promossi, la Scuola finta che sforna analfabeti futuri operai http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3151-tutti-promossi-la-scuola-finta-che-sforna-analfabeti-futuri-operai http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3151-tutti-promossi-la-scuola-finta-che-sforna-analfabeti-futuri-operai

temi esame maturita 2016 orig main 300x194Bisogna che finalmente qualcuno abbia il coraggio di dirlo: in Italia oggi in ogni ordine d’istruzione un bel voto si prende molto più facilmente di un tempo; anche perché, se così non fosse, il numero dei “non ammessi” all’anno successivo dovrebbe essere forse doppio (o triplo) rispetto a quello attuale. Da almeno tre decenni il Ministero della Pubblica Istruzione (che oggi non si chiama nemmeno più così) profonde sommi sforzi per far comprendere agli insegnanti che le bocciature non sono gradite “colà dove si puote”.

Gli insegnanti, troppo spesso lontani dal possedere un cuor di leone, si adeguano. E le promozioni fioccano, aumentando di anno in anno, proporzionalmente al diminuire del livello culturale degli alunni. Tanto l’importante è superare i quiz Invalsi. Una realtà che supera di molto la fantasia di Carlo Collodi, che nel “Paese di Acchiappacitrulli” rappresentò un mondo alla rovescia, dove, per uscire di galera, Pinocchio deve dichiarare di essere un malandrino: mondo sinistramente simile all’Italia di oggi, purtroppo.

Ma se la Scuola diventa sempre più un Paese dei Balocchi, nel quale l’importante è far divertire gli alunni coi “progetti” e superare gli indovinelli del Ministero della Verità, il compito degli insegnanti, sottopagati, proletarizzati, vituperati, disprezzati, si fa sempre più arduo. E tutto ciò dimostra che degli insegnanti e della loro libertà (d’insegnamento e di valutazione secondo coscienza) la nostra classe politica e dirigenziale ha deciso di voler fare a meno.

Lo dimostra il D.lgs 62/2017, che all’articolo 3 decreta: «Le alunne e gli alunni della scuola primaria sono ammessi alla classe successiva e alla prima classe di scuola secondaria di primo grado anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione». Si può, sì, negare l’ammissione alla classe successiva, ma «solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione», e per di più con decisione presa all’unanimità.

Per le Scuole Medie la Circolare Ministeriale 1865/2017 ha precisato: «Solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione, sulla base dei criteri definiti dal collegio dei docenti, i docenti della classe, in sede di scrutinio finale presieduto dal dirigente scolastico o da suo delegato, possono non ammettere l’alunna o l’alunno alla classe successiva. La decisione è assunta all’unanimità». Paletti chiari, precisi e non derogabili.

Obbedir tacendo e tacendo promuovere

I collegi della Penisola si sono rapidamente adeguati al rigorismo ministeriale antibocciatura, ed hanno scritto nei “PTOF” criteri estremamente rigidi e particolareggiati. Così ora capita, ad esempio, che un allievo di terza media con quattro insufficienze gravi, magari in matematica e inglese (le quali prevedono prove scritte all’esame finale), ma non in italiano, e che abbia una risicata sufficienza in tutte le altre materie deve essere ammesso, comunque, all’esame di licenza media (e, ovviamente, affrontare con successo l’esame). P

romozione certa per quasi tutti. Altro che la meritocrazia di cui blaterava Renzi: quella vale (?) solo per i Docenti destinatari del bonus premiale assegnato dal Dirigente a piacer suo; che sono poi quelli più ubbidienti all’andazzo imposto dal Ministero e dall’Invalsi. Per chi lo contesta in nome della Costituzione, per i Docenti che lavorano in classe per diffondere la cultura vera, neanche una lira bucata. Così imparano.

Passo dopo passo, l’Italia sta diventando il Paese del diploma assicurato; così i posti di lavoro saranno sempre più riservati ai non meritevoli ben raccomandati, mentre i meritevoli veri resteranno disoccupati. E si moltiplicheranno i casi, già frequentissimi nelle scuole più disagiate, di Docenti picchiati dai genitori e dagli alunni per un voto insufficiente, e di ragazzi “furbi” che, ben sapendo di esser diventati intoccabili per legge, non porteranno a scuola nemmeno più la penna.

Sia chiaro: noi non siamo per una Scuola selettiva, di classe, che bocci la maggior parte degli alunni. Noi (gli insegnanti che contestano questo andazzo) ci battiamo, al contrario, per una Scuola inclusiva, democratica, con classi di massimo diciannove o venti alunni, che aiuti davvero quelli in difficoltà, che li motivi, che li segua, che li valuti in base alla buona volontà ed agli sforzi, non solo ai risultati.

Non siamo, però, per una Scuola finta, che rinneghi i propri principi ispiratori, che premi i furbi e gli analfabeti determinati a restare tali, che insegni ad essere corrotti e disonesti fin da bambini: i vizi italioti che tutto il mondo disprezza! Purtroppo non siamo maggioranza nel Paese. La scuola così come’è conciata sta bene al potere politico, ai potentati economici e a gran parte delle famiglie italiane: quelle culturalmente più deprivate, e quindi più incapaci di desiderare una Scuola seria e di comprenderne l’importanza.

I peccati di Gola

Il 26 gennaio 2018 sul sito web di Confindustria Cuneo è stata messa in bella mostra una lettera aperta del presidente Mauro Gola “alle famiglie cuneesi che si trovano a scegliere l’indirizzo delle scuole superiori per i propri figli”. Secondo il presidente di Confindustria Cuneo è perfettamente inutile che gli studenti si ostinino a conseguire a scuola una preparazione culturale elevata, per poi iscriversi a filosofia o a fisica nucleare. Lavorare bisogna!

«Nel 2017», sostiene Gola, «le aziende cuneesi nel loro complesso, presi in considerazione industria, artigianato, commercio, agricoltura e servizi, hanno dichiarato di assumere circa 40.000 nuovi lavoratori. Di questi, il 38% sono operai specializzati, il 36% tecnici specializzati nei servizi alle aziende, il 30% addetti agli impianti e ai macchinari». Cifre in libertà, perché la loro somma è superiore a 100. Ma poco importa: “Il resto, marginale, sono gli altri ruoli aziendali, che sebbene fondamentali ed irrinunciabili, occuperanno poche unità. Il nostro dovere è quello di evidenziarvi questa realtà. Perché queste sono le persone che troveranno subito lavoro una volta terminato il periodo di studi“.

Il messaggio è molto esplicito: ciò che fa gola a Mauro Gola ed a Confindustria Cuneo non sono lavoratori colti e capaci di pensare criticamente in base al proprio bagaglio culturale, ma “addetti agli impianti e ai macchinari”, “operai specializzati”, “tecnici specializzati nei servizi alle aziende”. Che poi sappiano leggere un contratto o distinguere i fatti dalle opinioni, poco importa agli industriali. Anzi, se non sanno ben parlare, ascoltare, leggere e scrivere, meglio pure: saranno più docili e meno riottosi.

È, insomma, la solita vecchia storia di sempre: l’operaio non deve volere il figlio dottore. E il figlio dell’operaio deve introiettare questo dogma. Dogma sposato anche da quella sinistra che è erede diretta dei partiti stalinisti del dopoguerra, e che, senza cambiare affatto i quadri dirigenti, dopo il 1989 si è innamorata del neoliberismo, gareggiando con le Destre per dimostrare a chi controlla i capitali che la dittatura sul proletariato (e sulla classe media) si esercita meglio con la “Sinistra” al Governo che con le Destre. Anche perché la “Sinistra” non si troverà mai di fronte, se non a parole, l’ostilità di mamma Cgil (come invece può capitare ai Governi di Destra).

Fuoco a volontà

E allora tutto è chiaro. La Scuola, da trent’anni, si trova sotto il fuoco incrociato di vecchi nemici e amici falsi. Sopravvive, ed è ancora comunque efficace, solo grazie al suo pilastro fondamentale, che sono gli insegnanti. E infatti il fuoco è concentrato soprattutto contro questi ultimi, sempre più immiseriti, disprezzati, oberati di scartoffie, calunniati, sbeffeggiati, dominati, e premiati (poco) solo se ubbidiscono. È dunque fondamentale, per salvare la Scuola, che gli insegnanti comprendano l’importanza di cambiare la legge vigente sulla rappresentanza sindacale. Solo così potranno sperare di esautorare i maggiori responsabili di questa situazione, ovverosia quei sindacati “maggiormente rappresentativi” che alla realizzazione di tutto ciò hanno dedicato la propria fattiva complicità.

L’Italia può ancora salvarsi dal declino cui è avviata. Può salvarsi, però, solo a patto che si salvi la Scuola. Perché la Scuola è il fondamento di ogni futuro. Se avremo una Scuola pessima, ridotta ad un carnevale senza senso, il futuro sarà pessimo. Se invece saremo capaci di recuperare il senso del suo esistere e del mandato costituzionale che l’ha istituita, il futuro tornerà a farsi pieno di speranza per tutti: ivi compresi quegli straricchi che si illudono di costruire la propria felicità in un Paese distrutto.

Fonte: https://www.tecnicadellascuola.it/tutti-promossi-la-scuola-finta-sforna-analfabeti-futuri-operai

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Arte e Cultura Tue, 13 Mar 2018 11:13:14 +0000
Grande è la confusione sotto il cielo http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3080-grande-e-la-confusione-sotto-il-cielo http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3080-grande-e-la-confusione-sotto-il-cielo

CIR report pedanteHo sempre sospettato che la trasmissione Report sia stata tra le cause più decisive della mia emigrazione in Austria, quando ancora amavo viaggiare. E che continui ad esserlo per tanti giovani. Perché è irresistibile: dopo pochi minuti di Report devi odiare l'Italia. E il bello è che non sai neanche perché. Tra inquadrature sghembe, interviste mezze rubate, primi piani di citofoni e porte vetrate, telecamere che riprendono altre telecamere e riferimenti di cronaca buttati nel montaggio in ordine rigorosamente random, ciò che resta nel telespettatore dopo i titoli di coda non è la trama di un malaffare ma un magma di impulsi dove attechisce una sola certezza: di essere stati usati, turlupinati, spolpati. Resta l'eco delle migliaia e milioni di euro che si intuiscono sottratti al proprio bisogno. E una rabbia tanto più forte perché sfocata, generalmente indirizzata a maneggi così immondi da sfuggire alla schietta intelligenza degli onesti.

di Il Pedante

Perché Report è purtroppo anche un esercizio di stile. Pur restando uno dei pochi tentativi seri e ben finanziati di giornalismo d'inchiesta in Italia, i suoi spunti e materiali anche preziosi, anche coraggiosi, annegano in una tecnica «shock and awe» che indigna e disorienta prima di informare. Oltre a ciò, non sembra intravedersi una chiara linea editoriale. Il prodotto richiama politicamente il grillismo delle origini e la collegata retorica dell'onestà già analizzata in questo blog, dove i colpi spesso ben assestati al privilegio, alla prevaricazione e alla furberia dei potenti mancano puntualmente di gettar luce sulle possibili cause sistemiche di quei fenomeni. In Report il sistema delle regole e degli obiettivi politici è anzi raramente il problema: alla peggio è perfettibile, ma i suoi fallimenti sono tutti da addebitare all'indegnità di chi vi si deve attenere. Sicché la ricerca di senso dello spettatore non può che incanalarsi nell'autocondanna di un popolo incapace di avverare le opportunità di modelli politici ed economici altrimenti votati al successo. Un'autocondanna che in Report si fa sovente anche esplicita divagando sui modelli virtuosi de «gli altri paesi» dove invece, a presunta parità di premesse, «le cose funzionano».

Ho smesso di guardare Report - e la televisione in genere - anni fa, ma ne ricevo regolarmente le newsletter. L'ultima è relativa alla puntata che è andata in onda lunedì 27 novembre sul tema dell'integrazione europea, il cui intento non velatamente propagandistico è già stato ben denunciato da Marcello Foa. Quel breve comunicato email con il riassunto dei servizi merita una lettura analitica per misurare lo stato del dibattito europeista anche tra i giornalisti accreditati come indipendenti. Ciò che in esso colpisce non è tanto la persistenza di posizioni e formule ormai irripetibili persino tra le frange più accorte del mainstream, ma la grave incoerenza interna delle tesi esposte o implicate. Da quelle contraddizioni emerge lampante l'impasse di chi ha investito aspettative e carriere nel progetto paneuropeo e ne è quindi oggi prigioniero, incapace di districarsene e condannato ad accettarne l'illogicità affinché la logica non ne faccia strame.

Grande Confusione

In sintesi:

la classe dirigente tedesca impone l'austerità brutta, non rispetta le regole, disunisce il continente, sfrutta i suoi lavoratori e tratta i paesi del Sud come già in tempi innominabili («l'occupazione tedesca»);
anzi no, l'austerità è bella e necessaria, ma noi ci ostiniamo a spendere soldi pubblici;
l'Unione Europea è più indisciplinata e maneggiona di noi.
Quindi? Quindi bisogna farsi governare dall'Unione Europea (sì, quell'Unione) dove «vince la linea» della Germania (sì, quella Germania) per risolvere i nostri problemi.

È grande la confusione sotto il cielo. Speriamo porti bene.

fonte: http://ilpedante.org/post/grande-e-la-confusione-sotto-il-cielo

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Arte e Cultura Fri, 01 Dec 2017 09:21:51 +0000
Che responsabilità ha un musicista verso l'ascoltatore? http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3076-la-responsabilita-di-un-musicista http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3076-la-responsabilita-di-un-musicista

etruschiNei secoli, la nostra idea di musica, di espressione artistica è notevolmente cambiata: in tempi antichi, un artista metteva da parte il suo nome a favore della funzione sociale e spirituale della musica che esso produceva. Studiava per capire come meglio distribuire un messaggio che era volto a trasmettere dei valori più alti di lui, atti a trasmettere delle memorie e ad ispirare l’ascoltatore...ad innalzare la qualità del sistema di valori di una popolazione.

La musica veniva dall’alto, attraversava il musicista, che a sua volta la manifestava e la metteva al servizio della società.

Gli Etruschi, ad esempio, consacravano con la musica tutte le attività della giornata: dai lavori quotidiani come l’impasto del pane, ad eventi ludici, militari, religiosi. Per ogni attività venivano selezionati i giusti strumenti, le melodie e i ritmi più adatti, così da impregnarle della giusta intenzione, del miglior spirito.

Adesso è il messaggio personale del musicista/compositore a dettare il contenuto emotivo e testuale di un brano.

Da una parte questo è un ottimo segno - è sintomo di una cultura che sta ponendo una maggiore enfasi sull’individuo. Ma come ci siamo arrivati e che forma ha, in questo momento?

La figura del musicista ha gradualmente scoperto la propria libertà nel poter rompere la “gabbia” delle vecchie convenzioni musicali, che ne dettavano l’esito emotivo e morale attraverso regole compositive ben delineate. 

Ed è spesso stato grazie ad uno sforzo dell’intelletto che queste regole sono state infrante, laddove la nostra anima, la nostra emotività, il nostro cuore, lo riteneva un lavoro faticoso, dissonante, a volte perturbante.

Attraverso il tempo e lo sviluppo di vari stili musicali, questa dissonanza è stata ripetutamente sviscerata e condivisa, spesso in modo impattante, mettendo in evidenza i nostri aspetti interiori più oscuri. Un lavoro che in parte ha avuto dei risultati positivi, tra cui la voglia di ribellarsi a schemi sociali e politici preesistenti e non più adatti ai tempi, la voglia di voler smascherare i nostri sentimenti più discordanti, la voglia di conoscere meglio quell’ombra che alberga in ognuno di noi. Nell’ultimo secolo si può dire infatti che la cultura del “trauma”, dell’inaspettato e dissonante impatto emotivo, sia stata utilizzata nel costante tentativo di spezzare vecchi ideali per introdurne dei nuovi: religiosi, sociali, politici, nella moda, nell’arte, e così via.

E questo lavoro ha sì man mano permesso alle persone di aprirsi alla possibilità di conoscere meglio le proprie ombre...ma anche di abituarsi sempre di più al “trauma” come forma di trasmissione di un messaggio e alla ricezione di queste ombre come suo contenuto.

Un esempio famoso di questo meccanismo fu la prima del balletto “La Sagra Della Primavera”, il 29 maggio  1913 al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi. Qui, il compositore Igor' Stravinskij sottopose per la prima volta la musica che aveva composto per questo tema - in una narrativa che, piuttosto che enfatizzare la bellezza della primavera (come era successo in passato) andava a descrivere un rituale pagano, il sacrificio di una vergine. Durante la dissonante esecuzione, il pubblico (sconvolto dalla controversa proposta) esplose, senza apparente spiegazione, in una delle più famose risse nella storia della musica.
L’anno dopo, lo stesso balletto venne riproposto, riscuotendo un enorme successo.

Questo approccio “traumatico” si è sempre più diffuso nel corso dei decenni in ogni stile musicale.

Difatti, l’utilizzo di un trauma allo scopo di introdurre nuovi elementi è una tecnica antichissima, da sempre usata sia da scuole iniziatiche bianche (ad esempio, nella lieve e calcolatissima asimmetria di una chiesa romanico-gotica) sia da gruppi oscuri (come nell’inaugurazione nel 2016 del tunnel di base del San Gottardo), allo scopo di alleviare o di complicare, in base all’intenzione, la condizione psichica ed emotiva in un individuo, di un gruppo di persone o di una popolazione intera.

Una tecnica che negli ultimi tempi ci è stata messa in mano, presente oramai in ogni forma d’arte, ma anche nelle correnti new age e di self-help, come ad esempio nella PNL.

crowleybowieUna tecnica che ci viene distribuita senza però avere gli strumenti per utilizzarla responsabilmente.
Questo è l’effetto che, ad esempio, l’ispirazione Crowleyana del “Fai Ciò Che Vuoi” ha aiutato ad alimentare: se da una parte l’artista si sente libero di concepire e produrre la propria arte  come vuole, dall’altra si sentirà deresponsabilizzato, ignorando in buona parte gli effetti profondi che il proprio messaggio può avere su chi lo riceve.

 

Una tecnica dalla quale ormai la nostra cultura dipende troppo - un musicista ha spesso paura di essere poco rilevante nel momento in cui non trova quel qualcosa di nuovo che può “sconvolgere”. E, purtroppo, ultimamente questo sconvolgimento viene quasi sempre accompagnato da un messaggio negativo, dissonante, con il solo scopo di voler sviscerare necessariamente qualcosa di oscuro da poter condividere, come se quella fosse la verità che alberga in noi…. spesso non sapendo perché o come questa parte oscura di noi funziona veramente, ma magari basandosi semplicemente sul fatto che è ciò che l'artista prova, e che l’andamento culturale è comunque questo. Accade ora come non mai, nell’arte, nella musica, nel teatro, nella letteratura e nella spiritualità.

 

Più passano gli anni e più ci accorgeremo come questa sia la nostra nuova gabbia, non tanto diversa da quella che abbiamo sempre cercato di rompere. Se non saremo disposti ad andare oltre, a dare un nuovo contesto positivo a quell’elemento negativo che c’è in ognuno di noi (invece di “glorificarlo” solamente), finiremo semplicemente per ingrossarlo.  Permettendogli di invilupparci e di distorcere ulteriormente la nostra visione del mondo, invece di renderla chiara.

 

Sarà importante quindi, per ogni artista, non necessariamente allontanarsi dal lavoro fatto fino ad ora, ma comprendere come il male in ognuno di noi si manifesta e che effetti la sua condivisione può provocare...a cosa realmente serve il "male", in un contesto che ha a cuore l’evoluzione umana. A come lo possiamo riconoscere per non dargli spago, per non essere più vittime dei suoi effetti...o per capire come esso ci può rendere più forti, trasformandone per reazione le sfide in forze interiori positive.

Soffermarsi sul male in un messaggio artistico è come porre un crocifisso nell’aula di una scuola: al posto di un messaggio che ci ricorda la nostra capacità di risorgere, ne troviamo uno che si ferma prima, portando la nostra attenzione su elementi come la sofferenza e la colpa, ponendoli come punti di arrivo.

Cercare di rompere la nostra gabbia continua dunque ad essere un lavoro centrale per la nostra cultura. Ma non può più essere il mero intelletto ad infrangere le vecchie regole.

Finché l’artista continuerà a produrre soprattutto per il bene proprio, si troverà inevitabilmente costretto a scavare nelle proprie ombre. E non farà altro che elargirle.
Sarà invece il nostro cuore, la nostra voglia di bene per gli altri (anche partendo da chi ci è accanto), a darci una maggiore libertà creativa ed espressiva, a donare all’arte nuova linfa, a portare al mondo innovative forme di ispirazione, più alte ed ampie di quanto possiamo al momento immaginare.

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giorgiocarotenuto@gmail.com (Giorgio Carotenuto) Arte e Cultura Wed, 22 Nov 2017 11:36:03 +0000
L’ECCLESIA SPIRITUALIS – LA BASILICA DI GALLIANO A CANTU` http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3057-l-ecclesia-spiritualis-la-basilica-di-galliano-a-cantu http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3057-l-ecclesia-spiritualis-la-basilica-di-galliano-a-cantu

Ecclesia SpiritualisOggi ha ancora un senso entrare in una chiesa? Di certo non ha lo stesso senso che poteva avere alcuni secoli fa. Ma lo stesso può essere utile per accendere una luce sul nostro passato ed a far risuonare dentro di noi alcune corde di cui, probabilmente, avevamo dimenticato l’esistenza.

Quando si abbandona la strada principale per salire alla basilica, che si trova al culmine di un piccolo rilievo, si incontra per prima cosa il battistero, che si protende verso di noi con il suo ingresso porticato.
E a guardarlo bene, sembra quasi che ci venga incontro, con il suo atrio accogliente, a differenza della chiesa, che se ne sta invece discosta, come ad osservare l’ondulato paesaggio che si trova ai piedi del versante meridionale delle Prealpi lombarde.

Il Complesso Monumentale di Galliano, che sorge non distante dal centro della città di Cantù, in provincia di Como, è composto da due edifici distinti: la chiesa di San Vincenzo, originariamente a tre navate di cui ne restano soltanto due, ed il battistero dedicato a San Giovanni, entrambi giunti fino ai nostri giorni nonostante una serie di rimaneggiamenti ed in seguito restaurati.

di Paolo Rampa

battistero est ingresso

Battistero di S. Giovanni a Galliano – ingresso. Sorti in epoca medievale, i due edifici erano un tempo collegati da un passaggio coperto, attraverso il quale era possibile recarsi in chiesa dopo essere entrati nel battistero. Ed è probabile che la sequenza con cui era consentito l’ingresso ai diversi ambienti dovesse seguire una certa procedura se, come mi ha fatto notare il custode durante la mia visita, in origine era necessario essere prima battezzati per poter avere accesso alla chiesa.

È in effetti una cosa curiosa il pensare che gran parte degli edifici del passato che oggi è ancora possibile visitare, ed in particolare quelli religiosi, venissero utilizzati in un modo tale che oggi, quasi sempre, è difficile immaginare, e che, per questo motivo, essi rischiano di perdere completamente il loro valore di testimonianza storica.
Oggi è facile viaggiare molto, recarsi in luoghi in cui solo pochi anni fa era difficile poter arrivare. Ma una volta giunti sul posto, al cospetto di edifici sacri anche molto importanti, è difficile capirci qualcosa, rendersi davvero conto del perché siano stato fatti in quel modo, che cosa significassero certe decorazioni e quale fosse la loro reale funzione.

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Battistero di S.Giovanni a Galliano – absidi posteriori

Anche nel caso di Galliano non è dato di sapere molto in proposito consultando le fonti disponibili. Come sempre accade è difficile liberarsi dalla gabbia interpretativa classica che collega uno “stile” architettonico, romanico o gotico che sia, ad un certo periodo storico, per poi farvi ricondurre le scelte sia tecniche che decorative adottate nei vari casi dai costruttori dei monumenti, riducendo l’argomento ad una semplice classificazione “a posteriori”.

Quello che però sappiamo della Chiesa e del Battistero di Galliano e che possiamo cercare di approfondire è che la loro costruzione risale ad un’epoca particolare della storia umana se vista da un certo punto di vista. Un’epoca in cui era viva e presente sulla scena religiosa una corrente spirituale di origini antichissime, portatrice di un Cristianesimo cosiddetto “profondo”, che aveva come riferimento centrale il Vangelo di Giovanni e come obbiettivo quello di guidare l’umanità attraverso le epoche fino al positivo compimento della sua evoluzione spirituale.

battistero est lanterna

Battistero di S.Giovanni a Galliano – tiburio ottagonale

Fu probabilmente operando all’interno di quella corrente che Gioacchino da Fiore, monaco vissuto nella seconda metà del XII secolo (1), giunse a prefigurare la nascita di un’Ecclesia Spiritualis  che si contrapponesse a quell’ Ecclesia Carnalis rappresentata allora dalla Chiesa Cattolica Romana e dalle sue gerarchie.
Una nuova Chiesa che avrebbe dovuto sostituire quella che, dopo che fu fondata da Pietro, ebbe il destino di diventare l’effettiva erede dell’Impero Romano, per assumersi in seguito l’impegno di esercitare il potere e provvedere al governo del mondo allora conosciuto.
E fu proprio a causa di tale contrapposizione, che metteva in evidenza le contraddizioni ed i limiti della Chiesa di Roma, che questa corrente “Giovannea” divenne oggetto di numerose persecuzioni da parte del papato che portarono, a più riprese, ad una vera e propria eliminazione fisica di coloro che vi avevano aderito (2).

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Battistero di S.Giovanni a Galliano – interno della cupola

Tracce riconducibili a questa particolare visione religiosa, che ebbe in epoca medievale una notevole diffusione in Europa, si trovano tuttavia ancora oggi in molte chiese romaniche e gotiche, anche se quasi mai riconosciute come tali.
Ed è proprio partendo dal comprenderne la reale provenienza che possiamo cominciare a farci un’ idea della ricchezza di espressività e di contenuti che tali monumenti portano con sé.

Anche a Galliano sono presenti numerosi indizi di questo tipo, riconoscibili quasi come se provenissero da un codice già definito. Essi ci rivelano chiaramente quanto il Cristianesimo Giovanneo fosse affermato all’epoca in cui la basilica venne costruita e mostrano quanto questo influenzò coloro che la realizzarono, arrivando ad ispirare direttamente le funzioni religiose che in essa si svolgevano.

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Battistero di S.Giovanni a Galliano – pianta

Entrando nel Battistero di San Giovanni, dopo il portico di ingresso, si accede direttamente in uno spazio a pianta centrale occupato proprio nel mezzo da una grande vasca in pietra.
La forma di questo spazio, scandita dalle quattro colonne perimetrali, che si alternano ai tre absidi disposti lungo le pareti, ha come matrice geometrica la figura dell’ottagono.
Ottagono che infatti si ritrova guardando in alto, riconoscibile nel piano su cui poggia la cupola, ed anche, in basso, nella sezione orizzontale dei quattro pilastri, detti, appunto per questo motivo, “ottagonali”.

Nella tradizione dell’esoterismo cristiano la figura dell’ottagono ha un significato preciso. Essa nasce dall’incontro tra la figura del quadrato, che rappresenta la terra ed il mondo della materia visibile, e la figura del rombo (che può essere immaginato come un quadrato ruotato di 45 gradi), che rappresenta invece il cielo ed i Mondi Superiori non visibili all’occhio umano. Quadrato e rombo, sovrapposti, danno appunto luogo all’ottagono che rappresenta così l’elemento di incontro tra il visibile e l’invisibile, tra la materia terrestre ed il Mondo dello Spirito.

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Battistero di S.Giovanni a Galliano – la vasca battesimale

Come abbiamo accennato, al centro di questo spazio ottagonale si trova la vasca battesimale, realizzata in pietra.
Parzialmente incassata nel pavimento in corrispondenza del vertice della cupola, essa, per forma e dimensione, mostra di avere poco a che fare con il tipo di cerimonie praticate oggi, quanto piuttosto di essere stata pensata per officiare una ritualità ispirata direttamente al modo in cui San Giovanni Battista praticava il battesimo nel fiume Giordano all`epoca della venuta di Cristo sulla terra.
Durante quel rito il battezzando, che era già una persona adulta, veniva immerso completamente e trattenuto sott’acqua fin quasi alla soglia dell’annegamento, in modo tale che l’officiante fosse in grado di far vivere a questi una particolare esperienza di “pre-morte” che gli consentisse, per qualche istante, l’accesso ai mondi dello Spirito.

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Cattedrale di S.Nicola – Bari – Battesimo nel Giordano

Il Battesimo era dunque, nei fatti, un’importante esperienza di preparazione al percorso di crescita spirituale e ne prefigurava, in un certo senso, l’esito finale.
È verosimile ritenere quindi che questo rito dovesse avvenire per primo rispetto al “percorso iniziatico” che ciascun cristiano avrebbe proseguito poi nella chiesa, cui si poteva accedere solo se fosse stato raggiunto un livello sufficiente di purificazione ed elevazione spirituale perché tale percorso avesse efficacia.

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Chiesa di S.Vincenzo a Galliano – pianta

Spostando ora l’attenzione all’interno della chiesa di San Vincenzo notiamo come gran parte degli elementi architettonici e di dettaglio, solitamente portatori di precisi significati simbolici, che, con ogni probabilità, vi erano stati posti e che servivano, con grande precisione, ad accompagnare ed aiutare coloro che avevano la possibilità di prendere parte alla cerimonia, non siano purtroppo più presenti o riconoscibili.

Se infatti si eccettuano le decorazioni affrescate nella navata principale, riferite a cicli narrativi dell’antico testamento ed anch’esse in gran parte perdute a causa dei danneggiamenti avvenuti nel tempo, che verosimilmente rappresentano “il cammino di conversione” successivo alla “caduta”, visto attraverso le vicende degli eroi biblici (3), restano solo pochi altri frammenti cui fare riferimento. Fra essi il notevole leggío a foggia d’aquila a simboleggiare la presenza dello Spirito e contemporaneamente a ricordare la figura dell’evangelista Giovanni, a cui l’animale era spesso riferito.

Resta tuttavia, ancora parzialmente visibile ma disposta in una posizione di grandissima evidenza, l’immagine più importante fra quelle che dovevano essere presenti, e che era quella che dava un senso compiuto a tutte le fasi del rito.
L’immagine del Cristo Creatore, il Pantocrator,  è infatti tutt’ora riconoscibile al centro del catino absidale ed è posta in una posizione tale da indicarci ancora oggi con chiarezza quale doveva essere la reale finalità del percorso di elevazione spirituale che i cristiani di allora avevano la possibilità di intraprendere.

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Chiesa di S.Vincenzo a Galliano – veduta della navata centrale – sullo sfondo l’immagine del Cristo Creatore

Un percorso che, per la particolare sequenza di situazioni evocative che si attraversavano, era in grado di far entrare in “risonanza” le componenti più sottili  ed “elevate” presenti nell’essere di chi vi partecipava.
Il prendere parte a quel rito, oltre ad avere l’effetto di “riallineare i centri di equilibrio energetico” che venivano periodicamente scompaginati dai condizionamenti della vita quotidiana,  faceva in modo di condurre progressivamente gli iniziandi verso la consapevolezza di essere figli del Creatore e dunque degli “dei in crescita” essi stessi.
Frequentare quel luogo diventava una via per riscoprire, in modo nuovo, ciò che nel corso delle epoche avevano dimenticato, e cioè di essere sulla strada per divenire anch’essi in grado di creare per amore così come il Logos, l’Essere Solare descritto nel Vangelo di Giovanni, dall’inizio dei tempi, aveva fatto e stava continuando a fare.

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Chiesa di S.Vincenzo a Galliano – aquila leggio

Ma fu proprio il diffondersi di questa consapevolezza a provocare la reazione della Chiesa di Roma, che si mosse per difendere l’esclusività del proprio ruolo acquisito: quello di essere l’unico tramite esistente tra la realtà terrena ad i mondi superiori.
Lo fece, sia direttamente sul piano fisico attraverso le persecuzioni ed i roghi dei cristiani accusati di eresia, che, in forme più sottili su di un piano simbolico, sostituendo nelle chiese, da un certo momento in poi, l’immagine del Cristo Creatore con quella del Gesù crocifisso.

Fu quello un chiaro tentativo da parte della Chiesa di chiudere l’orizzonte terreno dei cristiani all’interno di un destino di sola sofferenza, per allontanare il più possibile l’idea, che aveva iniziato allora a diffondersi, di una crescita autonoma dello Spirito che fosse direttamente alla portata di tutti.
Ma è proprio anche grazie a questi tentativi di “depistaggio”, che neppure oggi cessano di avvenire, che sempre più persone iniziano a porsi delle domande importanti sul senso di questa vita e di queste sofferenze che sempre ci accompagnano apparentemente senza spiegazione. Ed è forse anche iniziando a visitare le chiese del passato, anche grazie all’aiuto di una nuova consapevolezza cui appoggiarsi e su cui poter contare, che sempre più persone cominceranno a darsi, da sole, delle risposte convincenti.

pantocrator

NOTE:

1) Gioacchino da Fiore (Celico 1145 c.a. – San Giovanni in Fiore 1202) fu monaco cistercense e successivamente costituì un proprio ordine monastico riconosciuto dal papa Clemente III. Esegeta ed autore di diverse opere teologiche, teorizzo la suddivisione della storia umana in tre distinte epoche corrispondenti alle persone della Trinità. All’epoca del Padre, cui corrisposero le fasi dell’Antico Testamento ed a quella del Figlio, che corrispondeva a quella della venuta del Cristo, sarebbe succeduta, in un prossimo futuro, l’età dello Spirito.

2) Basti per tutti l’esempio della crociata indetta da papa Innocenzo III contro gli Albigesi (i Catari) nel 1208. Durata circa vent’anni e seguita da un periodo in cui i sopravvissuti furono perseguitati ed uccisi, tutta l’operazione portò alla devastazione dell’intera regione francese della Linguadoca causando la morte di circa un milione di persone.

3) M.Rossi (a cura di), “Galliano. Pieve Millenaria”, Lyasis edizioni, Sondrio, 2008.

Fonte: https://ilquartore.wordpress.com/2017/09/24/lecclesia-spiritualis-la-basilica-di-galliano-a-cantu/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Arte e Cultura Tue, 07 Nov 2017 11:20:51 +0000
Il vaccino più importante che nessuno fa! http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3030-il-vaccino-piu-importante-che-nessuno-fa http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3030-il-vaccino-piu-importante-che-nessuno-fa

Vaccino nessuno faC’è un vaccino che in Italia fanno in pochissimi bambini. Un vaccino che andrebbe somministrato per la prima volta a un anno e mezzo di vita. E da lì in poi tutti gli anni, a garantire una copertura stabile, almeno fino agli otto, nove anni d’età. Il vaccino previene un deficit importante. Un deficit che non andrebbe trascurato, ma che purtroppo la maggioranza dei genitori ed educatori perde colpevolmente di vista: stiamo parlando del vaccino contro il deficit d’immaginazione

di Carlo Maria Cirino

Dal momento che l’immaginazione, quale facoltà mentale fondamentale e insostituibile dell’essere umano, vive la sua maggior fioritura tra i 18 mesi e gli 8/9 anni di vita di ciascun individuo, siamo convinti che sia proprio lì, a quell’età, che tutti dobbiamo iniziare a preoccuparcene, mettendo in atto ogni mezzo in nostro possesso per salvaguardarla da qualsiasi pericolo, da qualsiasi cosa possa nuocerle o, peggio, estinguerla. L’immaginazione va protetta. Ne va del nostro benessere, di quello delle future generazioni. Ne va della stessa sopravvivenza dell’uomo, per come siamo stati abituati a conoscerlo: un animale sociale, razionale e spirituale. Un animale con in più l’immaginazione. La facoltà che, per l’appunto, lo rese sociale, razionale e spirituale. 

Crescere con un ammanco d’immaginazione, ovvero con un deficit d’immaginazione, comporta, dunque, conseguenze gravissime per l’individuo. Un ritorno all’animalità, o meglio, alla bestialità. Un rischio che nessuno correrebbe per il proprio bimbo, ma che nei fatti quasi nessuno tiene adeguatamente a distanza. Per brevità, elencheremo solamente alcuni dei pericoli insiti nel crescere con un’immaginazione deficitaria:

1) la difficoltà a reagire di fronte agli imprevisti
in maniera creativa e non automatica;

2) la difficoltà a gestire i rapporti interpersonali
e a leggere le diverse situazioni sociali;

3) la difficoltà a controllare i propri impulsi emotivi e le proprie reazioni;
4) la difficoltà a portare a termine i propri impegni in maniera indipendente;
5) la difficoltà a ricordarsi e a immaginarsi, permanendo nel buio istante presente;

6) la difficoltà a legare tra loro i ricordi biografici
all’interno di un orizzonte di senso;

7) la difficoltà a slanciare questo orizzonte di senso verso un futuro positivo.

Proprio il deficit d’immaginazione è in buona parte responsabile dell’aumento dei disturbi d’ansia, di quelli legati al tono dell’umore, al sonno, nonché delle numerose sindromi depressive, e in età evolutiva dei sempre più numerosi disturbi del comportamento (di cui sono oramai colme le scuole e le classi), e non solo…

Ma veniamo alle cause del deficit d’immaginazione. Cause, purtroppo, tutt’altro che immaginarie. Note da tempo, ma passate colpevolmente sotto silenzio. (1)Anzitutto, in età evolutiva, l’uso (e di certo l’abuso) della tecnologia digitale. Nessuno può dire di aver mai conosciuto una generazione digitale. Una generazione, cioè, che abbia passato l’intera infanzia (ovvero il momento di maggior sviluppo dell’immaginazione e delle facoltà ad essa connesse) in stretta compagnia di smartphonesmart tvcomputerl.i.m.ebooks, ecc. Nulla ci fa ben sperare, anzi. I rischi, alle porte, sono proprio quelli sopraelencati. E tra una ventina d’anni potremmo esserne testimoni (2) Poi, la fretta. L’efficientismo produttivo che si respira all’interno dei luoghi che dovrebbero essere deputati all’apprendimento. La burocratizzazione dell’educazione. L’industrializzazione della scuola. La volontà di guardare ai bambini non più come assolute irripetibilità, ma come complessi di competenze, abilità, intelligenze, futuri materiali da statistiche per le analisi dei supercomputer dei colossi del commercio e dei servizi: AmazonGoogle, etc. (3) La crisi nella quale si trova il gioco, a seguito dei precedenti punti. Bambini che non sanno più giocare, né da soli né in gruppo. E che attendono le istruzioni di qualche computer per sapere cosa fare. (4) La mancanza di figure carismatiche. Di maestri, di madri e padri che tornino a valere di più di un qualunque personaggio televisivo o, peggio, di un qualunque imbecille che dice la sua su un social network instant messaging di turno. Di tradizioni comuni, popoli, luoghi riconoscibili (non di franchising tutti uguali, di supermercati, di catene alimentari, di fast food, etc.).

Che fare?
Quale rimedio adottare?

L’unica terapia conosciuta, il solo vaccino contro questo deficit, è la prevenzione. Prevenire non fa male. Non occorre inoculare alcunché al bambino, né portarlo in ambulatorio. Non ci sono controindicazioni, ma solamente ottime notizie per il piccolo.

1) Tecnodigiuno durante l’infanzia.
Sapienza nell’utilizzo di tali strumenti solo dai 9 anni.

2) Una scuola che privilegi l’immaginazione.
Un metodo educativo trasparente, puro.

3) Insegnanti che sappiano fare a meno di schede, test, l.i.m., iPad, tabelle, etc.
4) Pomeriggi di gioco, bambini liberi da agende fitte d’impegni.
5) 
Maestri, padri e madri forti, carismatici.

6) 
Una città in cui risiedere che sia davvero a misura di bambino, che tenga finalmente conto delle sue necessità simboliche, del suo bisogno di punti di riferimento, di quiete, di raccoglimento. Non un parco di divertimenti, né un luogo privo d’identità, né uno spazio pronto ad essere depredato dal circo del consumismo televisivo, alimentare, etc.

7) Uno Stato in cui risiedere che auspichi la libertà dei propri cittadini. Che desideri una generazione di uomini e donne forti, non piegate ai diktat del consumo, non distrutte dal lavoro, dai limiti di una vita spesa lontano dalla natura, dall’aria pulita, dalla possibilità d’immaginare, di costruire, di vivere in senso pieno.

Ecco dunque il vaccino di cui ci sarebbe più bisogno:
il vaccino più importante che nessuno fa,
e che furbescamente nessuno
Stato obbliga a fare!

(Sapete perché quello contro il deficit d’immaginazione è un vaccino fondamentale? Il più importante? Perché senza immaginazione nessun altro vaccino sarebbe stato sintetizzato e perché occorrerà molta immaginazione per sintetizzare i vaccini del futuro, quelli che, forse, ci permetteranno di continuare a sopravvivere su questo pianeta, facendo fronte alla nostra ormai cronica assuefazione agli antibiotici).

Perciò, genitori ed educatori, ricordatevi di fare prevenzione!

Dal momento che le scuole, ora, s’informeranno su di voi, se avrete fatto vaccinare i vostri bambini oppure no, voi informatevi su di loro, se sono pronti a vaccinare i vostri bambini ogni giorno contro il deficit d’immaginazione, se adottano metodi d’insegnamento e programmi che espandono l’immaginazione e non la estinguono, se rispettano i punti esposti sopra, perché, così non fosse, voi li iscriverete da un’altra parte!

Fonte: https://carlomariacirino.com/2017/09/05/il-vaccino-piu-importante-che-nessuno-fa/

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Arte e Cultura Tue, 12 Sep 2017 13:02:48 +0000
Educazione diffusa: fuori dalle aule per andare nel mondo http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3027-educazione-diffusa-fuori-dalle-aule-per-andare-nel-mondo http://www.coscienzeinrete.net/arte/item/3027-educazione-diffusa-fuori-dalle-aule-per-andare-nel-mondo

Educazione DiffusaSuperare l'idea stessa di scuola, per consentire al bambino di fare esperienza diretta della realtà di tutti i giorni: è la proposta del professor Paolo Mottana, tra i fondatori di "Tutta un'altra scuola".

«Superare i pregiudizi e smetterla di pensare ai bambini e ai ragazzi come soggetti da sottoporre a protezione in ambienti separati da quelli della vita sociale ordinaria. Quindi: fuori dalle aule per andare nel mondo». È la proposta che Paolo Mottana, docente di filosofia dellíeducazione all'Università Milano Bicocca e tra i fondatori di Tutta un'altra scuola  , avanza nel suo ultimo libro La città educante. Manifesto della educazione diffusa  (Asterios Edizioni).

Si tratta di una forma di educazione che va oltre la scuola, la supera, se la lascia alle spalle così come è pensata e organizzata oggi, e immette direttamente bambini e ragazzi nelle dinamiche sociali vere, reali, nei luoghi della realtà, dove ogni cittadino vive il suo quotidiano.
Utopia? Provocazione? Nient'affatto.

«Non è un salto concettuale difficile. In altri tempi ci hanno pensato figure come Charles Fourier, o successivamente Ivan Illich, o anche più recentemente Hans Magnus Enszenberger» spiega Mottana. «Sono le consuetudini che sono dure a morire, soprattutto quando apparentemente soddisfano molti bisogni. Nel caso specifico, quelli degli adulti e dell'economia del profitto.

Non certo quelli dei bambini e dei ragazzi. Ebbene, è ora di capovolgere il paradigma: non più come priorità il dovere di produrre in cambio di un modesto compenso che ci permetta di consumare alienandoci,
bensì al primo posto il diritto di tutti alla cura, all'apprendimento e all'esperienza».

Mai più bambini rinchiusi

«Occorre eliminare l'idea di educazione scolastica così come si è imposta nelle nostre società avanzate, perché è profondamente inadeguata ai bisogni più autentici di bambini e ragazzi: nega loro lo sviluppo di molti aspetti della personalità e li sottrae al grande motore sociale e alle sue inesauribili fonti di apprendimento», prosegue Mottana. «Bisogna costruire le condizioni sociali, culturali ed economiche, oltre che giuridiche, che rendano possibile la ricomparsa a pieno titolo dei cosiddetti minori nello spazio sociale come soggetti attivi e non soggetti minorati e separati. Va stimolata una sensibilità che sappia accogliere la loro presenza nel mondo come uno straordinario guadagno anziché come un problema. Bambini e ragazzi hanno il diritto di essere nel mondo, non meritano di stare rinchiusi; ne trarremmo tutti beneficio»

C'è qualcosa di profondo che, secondo il docente della Bicocca, non va nella scuola come la si vive e la si fa vivere oggi. «Sulla scuola odierna si potrebbe riempire un cahier de doleance, ma mi accontenterò di dire che ciò che effettivamente realizza è, nel migliore dei casi, una leva di soggetti dipendenti, obbedienti, abituati a esprimere poco di sé, addestrati ad accettare i comandi anche incomprensibili di figure adulte o comunque in funzione di potere, avendo esercitato poco e male solo i cervelli ma non il corpo, la creatività, l'immaginazione, le emozioni». E proprio per questo è bene e utile «trasformare tutta la realtà in potenziale spazio di apprendimento, riducendo l'attuale scuola a una base o tana da cui muoversi per vivere autentiche avventure di vita, dalle quali imparare e sulle quali discutere. Potenzialmente tutto ciò che accade nel mondo è interessante da un punto di vista educativo. Parteciparvi, a vario titolo ma non solo come passivi spettatori, significa mobilitare enormi risorse, di comprensione, di azione, manuali, fisiche, mentali, emotive da elaborare e fare proprie».

I luoghi dell'educazione diffusa

Ma dove, dunque, si collocano i luoghi dell'educazione diffusa? «Si tratta del tessuto urbano, del territorio, che si popolano di giovanissimi con l'aiuto di guide o mentori» spiega Mottana entrando nel vivo del suo «manifesto». «Queste guide possono accordarsi per creare via via sempre più occasioni di partecipazione e di intervento di bambini e ragazzi nella realtà, a partire dai luoghi pubblici di varia natura, dalle ludoteche alle biblioteche, ai teatri, ai musei e molto altro. Per poi continuare nei luoghi intermedi come strade, piazze, aree verdi e ampliarsi progressivamente al privato disponibile: negozi, officine, cantieri, studi, imprese e così via. Si tratterebbe di costruire percorsi in cui apprendere abilità e conoscenze diverse, sviluppando contemporaneamente capacità di relazione, di negoziazione, di decisione. Facendo sì che, mano a mano, i percorsi siano sempre più scelti e organizzati dai ragazzi stessi dall'inizio alla fine, in modo da coltivare i talenti e le passioni che progressivamente si affacciano nelle loro vite, ben più ricche e intense che al chiuso di un internamento scolastico. In questo modo è la realtà, con le sue difficoltà e le tecniche che richiede per realizzarvi qualcosa, a dettare l'agenda degli apprendimenti e non viceversa, come accade ora. Così facendo, sono certo che la motivazione ad apprendere aumenti esponenzialmente, come ampiamente testimoniato da ogni letteratura pedagogica che si rispetti, da Dewey alla Montessori, fino a Freinet, Mario Lodi e via dicendo. Dobbiamo dunque immaginare che, a partire dallíinfanzia, aumenti progressivamente la transizione da spazi protetti a spazi esterni e sempre più reali, fermo restando che la realtà offre spunti di partecipazione e
di apprendimento per ogni età».

Immaginare la città educante

«Nel nuovo libro  , scritto insieme all'amico Giuseppe Campagnoli, ci siamo permessi di immaginare una piccola città dove bambini e ragazzi vivono, imparano e intervengono, con la loro freschezza, creatività, immaginazione, energia e mi pare che l'immagine sia quella di un mondo molto più a misura umana, dove tutto deve adattarsi anche ad andature diverse e più imprevedibili, dove siano garantiti piccoli bus elettrici, tram e piccoli treni specializzati, risciò e cicloviabilità e dove l'opera dei minori potrà incidere in modo significativo sulla cura, sulla manutenzione, sull'abbellimento, sull'aiuto alle persone, sui servizi di pubblica utilità, ma soprattutto sull'espressione di un mondo pieno di idee che per troppo tempo abbiamo tenuto in incubazione. La scuola non scomparirà completamente, sarà ridotta a uno spazio di rifugio e di approfondimento, con i suoi esperti e le sue guide, una struttura leggera e modificabile strada facendo. Sarà un mondo immensamente più bello».

I due autori sono decisi a promuovere questo loro manifesto per avvicinarvi anche amministrazioni ed enti territoriali, oltre che cittadini.
«Credo che una sensibilità in questa direzione stia già maturando anche grazie a chi, come le tante persone che girano intorno all'iniziativa Tutta un'altra scuola, si impegna a riportare i ragazzi a un'educazione che li abbia finalmente a cuore, senza pensare solo al destino della nostra economia di mercato» conclude Mottana. «Vedo scuole che aprono le porte, vedo che si cominciano a fondare asili-fattoria, vedo asili nei boschi e tanto altro. Ancora vedo poco l'integrazione dei bambini e dei ragazzi come attori e protagonisti nel mondo. Tra l'altro, non si confonda la nostra proposta con quella dell'apprendistato, che ha tutt'altri obiettivi e intende mantenere i minori incollati e imprigionati in una struttura di dipendenza e di soggiogamento al mercato del lavoro. Abbiamo bisogno di tutti coloro che credono autenticamente al ruolo che bambini e ragazzi possono svolgere nel mondo, di tutti quelli che hanno davvero a cuore la loro esperienza e la loro possibilità di esprimersi pienamente. Abbiamo bisogno di leggi nuove, più aperte e più sensibili al destino di questa età e occorre uscire dalla convinzione che l'unica educazione possibile è fatta di lunghissimo tempo trascorso
in luoghi chiusi e sotto la minaccia della continua sanzione».

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Educazione Diffusa1Paolo Mottana è professore ordinario di filosofia dell'educazione all'Università di Milano Bicocca e tra i fondatori di Tutta un'altra scuola. Ha insegnato filosofia immaginale e didattica artistica all'Accademia di Brera e da anni si occupa dei rapporti tra immaginario, filosofia ed educazione.

Ha fondato il gruppo di ricerca immaginale presso la facoltà di Scienze della formazione dell'Università di Milano Bicocca e presiede l'associazione Istituto di ricerche immaginali e simboliche (Iris).

Nel suo blog www.contreducazione.blogspot.it  sviluppa una politica culturale all'insegna dell'affermazione vitale dei soggetti in formazione e in
conflitto con le pratiche di disciplinamento diffuse nella scuola convenzionale.

Dirige un master universitario all'Università di Milano Bicocca dal titolo "Culture simboliche per le professioni dell'arte, dell'educazione e della cura".
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Il progetto Tutta un'altra scuola:

- Scarica gratuitamente la Mappa della scuola che cambia cercandola su www.terranuovalibri.it

- Visita il sito www.tuttaunaltrascuola.it  per aggiornamenti sui progetti in corso e la prossima edizione dellíincontro nazionale.

- Iscriviti al gruppo Facebook Tutta un'altra scuola: www.facebook.com/groups/501994759961464 

- Visualizza gli interventi delle due precedenti edizioni dellíincontro nazionale sul canale YouTube di Terra Nuova: www.youtube.com/terranuovaedizioni

Fonte: http://www.terranuova.it/Il-Mensile/Educazione-diffusa-fuori-dalle-aule-per-andare-nel-mondo

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redazione@coscienzeinrete.net (Redazione) Arte e Cultura Mon, 28 Aug 2017 09:44:40 +0000